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21 Gen 2010

Su Facebook va di scena il macabro: un gruppo promuove viaggi per necrofili ad Haiti

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Quando si tratta di tragedie, sui social network c’è spazio per tutto: per la solidarietà e gli appelli, ma anche per le iniziative di pessimo gusto. Tra i tanti gruppi creati in questi giorni in occasione della apocalisse haitiana ce n’è uno che si fa a fatica a descrivere per la sua crudezza, perché rappresenta l’emblema stesso della aberrazione umana. Si tratta di un gruppo – per dirla in gergo feisbucchiano – che promuovere viaggi ad Haiti per necrofili. Uno scherzo? Da condannare comunque - L’inquietante link, che in poche ore si è trovato al centro di comprensibili polemiche e molti insulti da parte di contestatori indignati, recita proprio così. "Organizziamo viaggi per necrofili ad Haiti , date una scossa agli ormoni". E ancora: "L’Avpn (Agenzia viaggi per necrofili), ha appena organizzato delle settimane tra gli splendidi scenari haitiani. I promotori del forum, presentato con un fotomontaggio che rappresenta un uomo che abbraccia una donna creola in parziale decomposizione, e coloro che hanno scritto post di adesione (peraltro travolti dal numero dei dissenzienti) rivendicano il diritto allo scherzo, al grottesco, e molto probabilmente – asseriscono alcuni sul sito – si è trattato solo di una boutade di macabro gusto. Il copione si ripete - Che si tratti di uno scherzo di pessimo gusto non vi sono dubbi.Tra gli interventi c’é anche chi incita alla speculazione, ovvero all’acquisto di case e cottage, i pochi rimasti in piedi, ovviamente, per una manciata di dollari. Sono attivi anche altri link con titoli razzisti come "Haiti: 200 mila morti inferiori…", "Perché il terremoto ad Haiti e non in Sardegna…" o "Diamo asilo alle donne haitiane…non ai bambini" ed uno che incita a proseguire la sperimentazione medica su esseri umani. Detto questo, occorre comunque ricordare che fenomeni analoghi, si registrarono anche in occasioni simili: giusto per ricordare che non ci si può stupire più nulla, in occasione dello tsunami in Indonesia vennero venduti filmati raccapriccianti e macabri souvenir. 

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02 Ott 2009

A proposito dell’influenza suina.

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L’IRONIA NEL SUO MIGLIOR STILE

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10 Apr 2009

una preghiera per le vittime del terremoto

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03 Apr 2009

Se mi toccasse la morte cerebrale?

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08 Mar 2009

il corpo spogliato delle donne in tv

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 8 marzo, festa delle donne, viva le donne, mimose e tanti auguri e film a tema su molti canali, da Mgm a Hallmark. La grande Luciana Littizzetto che co-conduce "Che tempo che fa". Il 60 per cento del pubblico tv è femminile. Ci sono le reti dedicate, c’è Lei, c’è Hallmark, che nelle domeniche di marzo, oltre ai film di cui sopra, racconta grandi figure muliebri; su Mya va in onda «Cashmere mafia», protagoniste, di nuovo, quattro donne di successo newyorchesi, false tanto quanto le donne nude che animano gli italici schermi. Una studentessa francese dell’Erasmus prepara una tesi sul rapporto tra tv italiana e corpo femminile. Com’è messa l’Italia?, chiede. Non siamo messi bene. Uso strumentale della bellezza, gambe scoperte e scollature a tutte le ore, il corpo è mio, lo gestisco io e lo spoglio: questo è, sul video, il retaggio del femminismo, l’autosfruttamento consapevole del proprio fisico. Accade solo alla tv del Bel Paese. Victoria Silvstedt, per esempio, gira le lettere della «Ruota della fortuna» anche in Francia, ma là è molto più sobria e le telecamere non le riprendono le mutande.
Che succede da noi? Perché quest’altra anomalia italiana? Perché le ragazze, per apparire emancipate, si devono porre come oggetto del desiderio? Perché le donne in tv, anche quelle consapevoli, non mostrano il vero volto, bensì una maschera fatta di aggiustamenti, correzioni, interventi? E’ come se le donne vere stessero scomparendo dalla tv, sostituite da una rappresentazione grottesca, volgare, umiliante. O umiliazione o incompetenza. Questi e altri problemi si pone l’inquietante, civile documentario «Il corpo delle donne», di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi. Il documentario andrà in Festival a Firenze. Poi speriamo che qualche rete lo trasmetta.

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31 Dic 2008

al sabato notte, appuntamento con l’angoscia

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Quando la notte diventa l’incubo di un’attesa Alle nove del mattino, pochi minuti dopo che alla radio avevano detto dei quattro ragazzi morti sotto un cavalcavia, sono arrivati i primi. Pallidi, trafelati, in mano il cellulare con cui continuavano a comporre un numero che non rispondeva mai. Un’ora dopo erano in trecento davanti all’ospedale di Civitavecchia, a mostrare una foto, a domandare angosciosamente, di quei quattro morti, il cognome. Trecento padri e madri assillati da un pensiero d’inferno: c’era mio figlio, laggiù? Raccontano le cronache che i soli oggetti con cui i poliziotti potevano tentare una prima identificazione erano i telefonini delle vittime. E li mostravano dunque ai parenti, chiedendo: li riconoscete?
A questa scena perfino gli operatori delle tv hanno abbassato le telecamere, in un improvviso pudore. Intanto, qualcuno finalmente riusciva a rintracciare il figlio, e se ne andava in fretta, felice, come quando ci si sveglia da un incubo e si scopre che non è successo niente; e forse con uno sguardo di pietà a quegli sconosciuti che invece restavano, a quelli che, nella lotteria tragica di una domenica mattina, avevano perso. Ma in questo assedio, fra i pianti e gli spintoni di chi voleva entrare per esser certo che il figlio non fosse tra i morti, qualcosa, oltre al dolore, si fa evidente. Trecento padri, solo in una città come Civitavecchia, che non hanno visto tornare dei figli sedicenni, né sanno dove siano, e alla notizia di un incidente mortale si affollano a domandare: è forse lui?

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26 Nov 2008

Se l?altro non è riconosciuto come uguale a se stessi

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Sono ragazzi ‘normali’.
  Uno
studente, un perito chimico, un elettricista e un barista fra i diciotto e i diciannove anni, incensurati.
  Benestanti, abitanti in famiglia, le facce degli adolescenti con cui lasceresti uscire una figlia.
  Quattro ragazzi normali hanno confessato di avere dato alle fiamme quindici giorni fa, a Rimini, un clochard addormentato sulla sua panchina. «Lo abbiamo fatto – hanno detto – per gioco». Per gioco, ma con la lucidità di andare a riempire la tanica nell’unico distributore di Rimini che non ha telecamere. Con la improntitudine di tornare sul posto, un’ora dopo, per assistere a quel gran via vai di sirene e poliziotti, nell’acre odore di fumo; per dirsi fra sé, soddisfatti: guarda, di cosa siamo stati capaci. Si farà un processo, e magari un difensore tenterà, come accade quando non ci sono altre strade per il suo assistito, la carta dell’infermità mentale. Si faranno, forse, le perizie. E quanto vorremmo in fondo che gli psichiatri trovassero in questi quattro tracce di una malattia mentale, una qualsiasi, pur di potere dire che lo studente, il barista e i loro amici in realtà ‘normali’ non erano. Ma se, anche a causa di quella fredda regia dell’aggressione, i medici non riusciranno a trovare nulla di anomalo, allora bisognerà convenire che a bruciare un uomo come si brucia un bidone sono stati proprio quattro ragazzi ‘normali’. Cioè a dire che in una agiata città di provincia italiana, nel 2008, quattro adolescenti tranquilli possono cercare, in una sera di noia, di ammazzare un poveraccio per diletto.
  Nemmeno per una perversa ragione ideologica che, pure sordida, indicherebbe almeno una consapevole scelta per il
male. Per il puro nulla, invece; così, non sapendo che fare, e sognando l’ebbrezza dei titoli sui giornali. Semplicemente per gioco. Di tutte le ragioni possibili, la peggiore. Perché significa che quel clochard
  non era, agli occhi della banda, nemmeno un uomo. Non si dà alle fiamme un uomo per divertirsi. In realtà, prima di arrivare con la tanica, quei ragazzi il
clochard
  sulla panchina lo avevano già annientato nei loro pensieri; trasformato in una cosa; in quella faccia, non riconoscevano più in alcun modo un proprio simile.
  Bisognerà però chiedersi, se gli amici di Rimini risulteranno psicologicamente ‘normali’, quale ‘normalità’ consenta un gesto simile. Bruciare, cercare di uccidere è un gesto criminale e grazie a Dio non frequente. Ma quello che in questa storia viene prima, e cioè quello sguardo annichilente su un prossimo non più riconosciuto come uguale a sé, questo sguardo, siamo sicuri che oggi sia altrettanto raro?
  Quella ‘normalità’ che spesso ci viene ripetuta nel definire, fino al giorno prima, protagonisti di violenze gratuite, di aggressioni a handicappati o stranieri, o di stupri di gruppo di compagne bambine, non allude forse a una incapacità di riconoscere l’altro come persona, forse più ampia e diffusa dei casi che poi tragicamente esplodono nella cronaca? Bravi ragazzi, lavoratori, incensurati, sentiamo ripetere come una litania, e però capaci di ferocia, per divertirsi.
  In quale vuoto, in quale educazione al nulla cresce questo male ‘normale’?
  Qualcosa di fondamentale, in un’abbondanza e accessibilità di informazioni senza precedenti nella storia, sembra mancare ad alcuni, e scoppia qui e là tra paesi e città, come buchi neri nel comune sentire. Che cos’è un uomo, e chi c’è dietro al volto di ognuno, è coscienza per qualcuno perduta, memoria colmata dal nulla.
 

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10 Nov 2008

Addio Miriam,voce della Africa

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01 Nov 2008

I NOSTRI SILENZI NON POSSONO INCORAGGIARE LA MENZOGNA

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Se la virtù di Maria Goretti è una favola e gli spiritelli di Halloween la realtà 
Sono una giovane mamma. In questi giorni, varcando il
portone delle scuole dei miei figli, i miei occhi vengono catturati da zucche vuote, scheletri, fantasmi, streghe e diavoli vari appesi ai muri o incollati ai vetri delle finestre. Mi domando il senso di tutto questo.
  Quando ero bambina attendevo con ansia il cosiddetto ‘ponte dei santi e morti’, era una festa della famiglia, si andava tutti al cimitero, anche i non credenti, ad onorare coloro che ci avevano preceduti. Poi, ci si riuniva tutti a casa di qualche zia attorno ad un camino scoppiettante, tra un bicchiere di novello e le caldarroste di stagione si faceva grata memoria del passato e si raccontava del presente.
  Nel giro di pochi anni la società è cambiata, il ‘progresso culturale’ ha fatto entrare nelle nostre case ‘nuove tradizioni’: oggi si festeggia Halloween. Dobbiamo modificare l”idea di morte’ e la paura va ‘esorcizzata’ attraverso la presenza fisica di simpatici e innocui fantasmi e streghe… queste le parole di alcune maestre per illustrare progetti e programmi didattici. Personalmente non li trovo né simpatici, né tantomeno innocui! Sento spesso dire: «È una carnevalata». Se così fosse, essendoci un tempo per ogni cosa, mi pare che questo tipo di tradizione sia radicata già da secoli in Italia e che non occorra ‘scimmiottarne’ un anticipo. Mi spiego per coloro che alzano le spalle e sorridono. Che bisogno c’è di anticipare una festa di travestimenti e maschere dove non ci
si traveste da personaggi di fiaba, storici o da quant’altro la fantasia ci suggerisca, ma bensì solo da figure del male? Allora, stiamo consumando qualcosa di più di una semplice ‘carnevalata’. Ciò che mi preoccupa è che ormai le stesse agenzie educative istituzionali stiano inculcando nei nostri figli questa tradizione estranea alla nostra cultura. Non trovo affatto educativa una scuola ‘vestita a festa’, non trovo educativo ridurre i temi della vita e della morte ad una banale festa in maschera e di consumismo.
  Halloween non è semplicemente una mangiata e due balli tra fumo, ragnatele ed effetti speciali sonori, non è una bella zucca intagliata ad arte. La scuola, i mezzi d’informazione, talvolta le nostre parrocchie, sostengono e incoraggiano questo ‘nuovo’ costume. Noi genitori, forse con leggerezza, abbiamo lasciato che le nostre tradizioni venissero soppiantate da una festa pagana a cui sono stati aggiunti elementi di cultura magico-esoterica. Si potrebbe dire molto sul giro d’affari, ma mi si permetta, Halloween è ancora altro da questo, è qualcosa di assai più profondo. Non voglio che i miei figli perdano il senso, il rispetto e il significato ultimo della vita e della morte e che prendano sul serio ciò che è indegno di ogni considerazione e dal quale, anzi, si devono ben guardare: il mondo dell’occulto, la magia, l’esoterismo. Il vero orrore lo provo quando m’imbatto in bambini travestiti da diavoli, fantasmi e streghe. Certo, le ‘virtù eroiche’ di S. Maria Goretti sono ‘favola’, mentre quanto
sono reali, divertenti e fascinose le figure del male! La morte non esiste è un passaggio ad un’altra dimensione e nella notte tra il 31 e il primo novembre queste due dimensioni, questi due ‘mondi’ s’incontrano… La Vita eterna, il Paradiso, la Santità… ‘roba sorpassata’. Questo vogliamo insegnare ai nostri figli?! Da bambina ho imparato a considerare come valori: la sofferenza, il sacrificio, il senso del dovere, mai sfuggendo alla vita reale. In tale prospettiva, la morte trovava il suo significato, la Vita eterna era qualcosa a cui anelare, e l’esempio dei santi allontanava ogni dubbio sul perché della mia esistenza. Se ci si sottrae a questa prospettiva, i santi divengono figure irreali e la morte diviene un ‘evento’ dell’esistenza terribile e temibile. Mi pare che quelle zucche vuote che vedo ormai dappertutto siano come le nostre teste. Ci sarebbe molto da riflettere.
  Credo che ogni famiglia non debba perdere il senso della propria memoria storica. Per noi cristiani, inoltre, meditare sulla Vita Eterna è un riaffermare il nostro cammino di santità. Tollerando Halloween, incoraggiando con il nostro silenzio questa menzogna ‘mascherata’ da ‘realtà innocente’, lasciamo un vuoto culturale che l’«irrazionale colmerà con la fuga nel misterioso e nel magico», come scriveva l’allora vescovo di Pesaro, ora cardinale, Angelo Bagnasco. Desidero che i miei figli imparino ad affrontare la realtà, quella ‘vera’, e desidero ancor di più che divengano amici di Gesù e che i loro modelli non siano sciocche e immorali figure del male, ma che siano i nostri santi e in special modo quelli della nostra terra marchigiana. Questa è l’eredità che desidero lasciare, perché a mia volta mi è stata donata, questa eredità è preziosissima e non la si può ‘tradire’ con un’alzata di spalle e un sorrisetto dicendo: «Non vi è nulla di male, è una carnevalata». Concludo con uno slogan che i vescovi francesi lanciarono qualche anno fa: «Basta con Halloween, puntiamo su Holy Wins – la santità vince».

 (Lettera firmata, una mamma)

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21 Ott 2008

Le filosofie del nulla vincono tra i giovani spesso ubriachi

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 DAVIDE RONDONI

 L
i abbiamo sotto gli occhi. Li vediamo storditi, eccitati e un po’ rimbambiti, per strada quasi tutte le sere, o nelle idiote notti bianche o di qualche altro colore inventate da sindaci e assessori. O nei concerti, nei bar, nei locali pulsanti di musica. Li vediamo, o non li vediamo ma li ‘sappiamo’, nelle feste, in quelle cose che, dài, sono cose tra ragazzi, le feste, i viaggi, le notti… Quasi il venti per cento dei nostri under 18 usa normalmente alcool e superalcolici. In Europa un giovane su quattro muore per violenze (o suicidi) legati all’alcool. Sono cresciuti fino a 61.000 gli alcool-dipendenti assistiti dai servizi sociali, il 19% per cento di più in un anno. E di questi il 15% è fatto di giovani. I nostri ragazzi bevono. Iniziano presto. E poi bevono molto, e male. Non buon vino ai pasti. O magari qualche alzata di gomito in allegria. No, un abbeverarsi di bassa lega, robetta carica di alcool, mix strani stravenduti in ogni supermercato o autogrill. E si beve solo per un motivo, in fondo, come diceva un vecchio adagio: per dimenticare. Ma cosa deve dimenticare un diciassettenne? Un sedicenne? Che spavento di vita, se c’è da doverla dimenticare così presto. Si beve per cercare l’oblìo. La parola sballo, che di solito viene usata, è inesatta. È, per così dire, troppo allegra. In questo bere tanto e bere male dei ragazzi non c’è nulla di allegro.
  Girano in branco e dunque l’alcool – o altre cosette più ‘forti’ – serve a dare la dose di eccitazione per divertirsi. Appunto: per dimenticare che in realtà non si sta facendo quasi mai nulla di veramente divertente,
gioioso. Serve un po’ di eccitazione alcolica per dimenticare non solo il passato, ma il presente un po’ idiota e ripetitivo. Bevono per dimenticare il presente. Oblìo invece di presenza. Nebbia invece di sguardo. Le filosofie del nulla non vincono nei convegni o sulle pagine patinate delle riviste glamour che grondano cinismo: le filosofie del nulla vincono nei bar, nei ritrovi dei ragazzi.
  Colpiscono, come sempre, i più fragili. Lo sguardo velato di cinismo dei grandi cosiddetti maestri del pensiero della nostra epoca -quelli per cui la vita è in fondo una fregatura, da dimenticare o da impugnare contro qualcuno o qualcosa – è diventato lo sguardo annebbiato di tutti questi ragazzi. I maestri e i ragazzi pensano la stessa cosa: che la vita sia da dimenticare. Solo che i primi fanno carriere e conferenze, festival e pubblicazioni. I ragazzi invece bevono, cercano l’oblìo. Hanno tolto da davanti agli occhi dei ragazzi l’abisso di Dio e del cuore umano, l’ebbrezza dell’anima e la possibilità di perdizione. Hanno celato ciò che davvero può inebriare di vita la vita.
  Hanno irriso la grandezza dell’uomo e del suo cuore. E del destino. Li hanno lasciati con ubriachezze di bassa qualità, con oblii da venerdì sera. Vedete forse qualcuno di
queste grandi firme di giornali e tv, qualcuno di questi intellettuali inquieto per i nostri ragazzi? Fare ammenda? O interrogarsi con le loro firme dorate (e ben pagate)? C’è una emergenza educativa. E lo ripete l’onorevole Roccella, presentando questi dati, in vista della Conferenza nazionale dell’alcool di domani e martedì a Roma. Ma si deve pure dire che l’emergenza educativa non si può affrontare senza accusare e combattere i cosiddetti maestri del pensiero propagandati come tali da libri e tv e giornali. L’emergenza educativa comporta anche una lotta. Si tratta di criticare culturalmente e socialmente i maestri che, coi loro occhi velati di cinismo, si sporgono da ogni pulpito, on line, radiofonico, televisivo, libresco e scolastico, ad affermare che la vita va dimenticata. E che nulla della vita rende ‘ebbri’, cioè allegri: né Dio, né l’amore, né l’arte. Ubriacatevi sempre, diceva invece Baudelaire. E intendeva di vita intensa, sentita nelle sue grandi e rischiose dimensioni. Occorrono luoghi dove i ragazzi scoprano la vita piena, come rischio e avventura. Dove avvertano come odiosa la ricerca dell’oblio, e dell’allegria finta e velenosa.
 

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