Archivio Tag 'sempre'

01 Dic 2006

Indizio di un consumismo sempre più vuoto

Filed under Senza categoria

Caro Gesù Bambino, hai sentito la notizia? Non sei più trendy, non tiri, non stuzzichi il mercato. Rimani a prender polvere sullo scaffale, invenduto, accanto a capanne bisognose di ristrutturazione, san Giuseppe sempre più barbuti (con tutti quei trilama in offerta speciale), Maria con il manto azzurro sbiadito e i pastorelli tre per due. Lontano dagli occhi perché lontano dal cuore? Caro Gesù, sta succedendo – pare – a Padova, alla Rinascente, proprio nella piazza dove in cima a un’altissima stele veglia la Madonna? ma con tutte quelle vetrine rigurgitanti palle e palline, chi li alza più gli occhi al cielo?
Non vendi, il magazzino è piccino, quindi via il presepe. All’Ikea invece non ce lo mettono proprio, in vendita, ma per altri motivi: “Siamo svedesi”. Ah. “Meglio l’albero, è un simbolo più trasversale”. Oh. Caro Gesù, non sei abbastanza trasversale, e neanche svedese. Eppure, se è “Natale”, qualcuno dev’essere pur nato. Che cosa si festeggia a Natale? Il Babbo omonimo? Santa Tredicesima? La Forestale (con tutti quei pini trasversali)? Sembra quasi che tutto congiuri per farcelo dimenticare. E il presepe, è davvero così pericoloso, imbarazzante, offensivo?
All’Università patavina il sociologo Stefano Allievi osserva (e sottoscriviamo): “Le comunità straniere sanno perfettamente che questo è un Paese cattolico. Anche più di noi. E per loro è naturale vedere rappresentata la fede attraverso simboli caratteristici. Anzi, probabilmente nelle scuole i bambini musulmani parteciperebbero volentieri a realizzare il presepe, o a recitare a fine anno la Natività, anche nella parte di Gesù. Di certo non si sentirebbero offesi”.
Caro Gesù, ti stiamo togliendo pure la tua festa. E stiamo togliendo alla nostra fede, già fragile di per sé, il suo centro. Funzioni finché vendi e rendi; altrimenti sotto con palle e lustrini. Se gli italiani si mettono a pensare a te, alzando gli occhi al cielo, rischiano di non restare ipnotizzati dalle vetrine. Potrebbero spendere di meno . E sarebbe una vera catastrofe. Così ti tolgono dagli scaffali. Ciò significa – sperano? – toglierti dal cuore di chi posa il proprio cuore su quegli scaffali, di chi affida la ricerca della felicità alla macchina gioiosa e vorace del consumo.
Noi, caro Gesù, resistiamo. A Padova ci sono tanti bellissimi presepi. Il più visitato è alla Basilica del Santo. Pura tradizione, statuine centenarie, una giornata intera – notte e giorno, sole e stelle – condensata in pochi minuti. La vita, l’intera nostra vita stretta attorno a te, che vieni a redimerla, esaltarla, rivoluzionarla. Bel presepe. Non è abbastanza trasversale? Eppure lo montiamo e smontiamo da secoli con il cacciavite: ma vaglielo a spiegare, agli svedesi.

Commenti disabilitati

02 Gen 2006

Mai arrendersi, c?è sempre una via di scampo

Filed under Senza categoria

Tutti noi, nel corso della vita, attraversiamo dei momenti in cui ci troviamo di fronte difficoltà spaventose impossibili da prevedere.
Forze che distruggono tutto ciò che abbiamo realizzato in anni di sforzi e di lavoro e allora siamo presi dal dolore, dallo sconforto e abbiamo l?impressione di una profonda, abissale ingiustizia. Noi riusciremmo a vivere comportandoci moralmente se, nel profondo del nostro animo non fossimo convinti che al di là delle apparenze, esiste nella società e nel mondo una sotterranea armonia, una «sensatezza» etica. Ci aspettiamo un qualche rapporto fra meriti e ricompense. Per cui se hai agito bene alla fine otterrai un sostegno, un qualche riconoscimento, non sarai ripagato solo con il dolore. Per questo, di fronte al no, alla sciagura che ci colpisce improvvisamente quando abbiamo agito in modo esemplare, o quando sono stati altri a mandarti allo sbaraglio e ti hanno tradito, ti afferra un immenso dolore morale. Hai l?impressione di una mostruosità, qualcosa in contrasto con le leggi della logica, della giustizia e della natura che dovrebbero essere alla base del cosmo. Ti trovi svuotato, senza energia, in un mondo privo di senso, in balia di forze irrazionali e malvagie. E vieni afferrato dalla disperazione.
È il momento della tentazione più grande, più pericolosa, quella di arrenderci. La tentazione fatale di smettere di sentire, di pensare, di combattere. Come l?alpinista che stremato si lascia cadere nella neve e si addormenta mentre invece deve fare uno sforzo sovrumano e continuare a camminare se non vuol morire assiderato, se vuol salvarsi. Perché, in realtà, anche nel fallimento, nella catastrofe, quasi sempre si può fare qualcosa. Pensate a quante gente è riuscita a guarire combattendo contro la sua malattia. A quanti scienziati, artisti, sono stati denigrati e poi si sono imposti, a quanti imprenditori, dopo essere finiti a terra, hanno costruito nuove imprese, a quanti politici sconfitti si sono risollevati e hanno vinto di fronte alla catastrofe. Non dobbiamo mai arrenderci alla disperazione. Soprattutto quando coinvolgiamo altri nella rovina.
Quando tutto ci appare assurdo, ingiusto e irrazionale dobbiamo reagire con fermo coraggio e razionalità.
Possiamo arretrare, chinarci, strisciare per terra per evitare i colpi, ma conservando intatta la vigilanza, la lucidità, la volontà di trovare uno stratagemma, un pertugio, una via d?uscita. Che c?è sempre

Commenti disabilitati

15 Nov 2005

Quel nemico sempre vicino

Filed under Senza categoria


Ieri la metropolitana di Londra, oggi la periferia di Parigi: minacce alla sicurezza della società che non esploderebbero senza la nuova immigrazione nell’Europa di oggi. Sono crisi di un particolare modello d’integrazione, il britannico o il francese?
Molti rispondono di sì e sottolineano soprattutto le differenze tra caso inglese e francese: fallimento del modello multiculturale, le bombe di Londra; del modello integrazionista, i disordini di Parigi. Errori di Blair nella politica estera e militare; di Chirac nella politica economica e sociale. Rivolta sociale in Francia, etnica e religiosa in Gran Bretagna. È sorprendente la sicumera con cui in ciascun Paese i commenti locali hanno bollato gli incidenti dell’altro Paese come conseguenza del suo modello sbagliato
le differenze impallidiscono di fronte alla nuova immigrazione. Milioni anziché decine di migliaia; diversità di colore, religione, costume, non solo di lingua. Per dimensione e diversità il flusso dei nuovi venuti non ha confronto con le migrazioni intraeuropee del passato ed è tale da sconvolgere ogni modello, forse la nozione stessa di assimilazione. Anche nella Milano o nella Torino degli anni Sessanta i pugliesi da poco arrivati con la valigia di cartone vivevano negli stessi caseggiati e frequentavano gli stessi bar, diversi da quelli dei lucani; anche per essi una città ostile, bocciature a scuola, ristoranti o circoli che non li lasciavano entrare. Lo stesso per gli italiani in Belgio o in Germania. Le differenze si sciolsero in una generazione, con l’aiuto di economie che crescevano a ritmi quasi cinesi. Nelle città europee ora le differenze perdurano, e i nipoti, seconda generazione nata in Europa, sono ancor più spaesati dei padri e dei nonni. Quando ha caratteristiche di tale portata, l’incontro tra flusso migratorio e società di accoglienza è una mutazione storica; non si esaurisce in pochi anni ed è destinato a trasformare in modo duraturo economia, cultura, struttura sociale, leggi, sistemi politici dell’Europa. Nel pensare e nel prepararci a questa trasformazione non dobbiamo dimenticare che quell’incontro è dettato da una necessità , ma nello stesso tempo è frutto di una scelta e che avviene nel segno costruttivo del lavoro, non in quello distruttivo delle armi. I nuovi venuti ci hanno cercati per vivere con noi e nello stesso tempo sono stati da noi cercati, per costruire strade, pulire case, accudire malati e anziani, fare i turni di notte in fabbrica, raccogliere pomodori.
Non ci hanno invasi come nemici, ciò che pure tante volte accadde nei secoli passati in quasi ogni Paese europeo; non sono stati chiamati dai nostri governi, ma dalle famiglie e dalle imprese. Quaranta anni fa l’ideologia adescatrice era la lotta di classe; oggi è l’identità etnica e religiosa. Entrambe insufficienti perché la diversità è etnica, sociale e culturale nello stesso tempo. La forte solidarietà di gruppo creata dalla vecchia ideologia di classe era cogente, ma conteneva pur sempre una elezione, una adesione libera, una via d’uscita, che mancano nel gruppo etnico, geografico e spesso perfino in quello religioso. L’ideologia della lotta di classe ha ignorato e represso le realtà etniche e culturali sino al punto da farle poi esplodere in tragedie. Ma oggi la polarizzazione sui fattori etnici e culturali impedisce di vedere e provvedere a quello che, in parte non piccola, è un malessere sociale. In un bellissimo film del 1994 («Prima della pioggia») il macedone Manchevski racconta in modo struggente come odio e ferocia si siano insinuati tra cristiani e musulmani in un villaggio dei Balcani. La vita era tranquilla tra famiglie conviventi da generazioni: acqua raccolta alla stessa fontana, aiuto reciproco nella difficoltà, ricordi comuni.
Ma la caduta dalla gentilezza alla brutalità è travolgente, quasi istantanea, storce la mente e obbliga il singolo a odiare e uccidere. Il rischio che alcune città d’Europa divengano come il villaggio raccontato da Manchevski va guardato in faccia. È consolante allora, per un italiano, udire le parole umane e politiche del suo ministro dell’Interno, mentre il collega francese chiama «feccia» Rocco e i suoi fratelli. L’amico può anche essere lontano; il nemico, invece, è sempre vicino. È qualcuno con cui conviviamo, con cui abbiamo molto in comune, col quale ci siamo, fino a ieri, reciprocamente cercati e col quale dovremo ritrovarci domani.

Commenti disabilitati

05 Ott 2005

Reality sempre più estremi arriva in Italia Fear Factor

Filed under Senza categoria


Fear Factor=(Fattore Paura)

I REALITY sono ormai protagonisti della tv ma devono continuamente superare i limiti per stupire e battere la concorrenza. Le prove cui sono costretti i concorrenti per sopravvivere sulle varie isole e guadagnare quella effimera notorietà televisiva sono sempre più estreme e agghiaccianti. Ma per sapere a quale livello siano ormai arrivati i reality show, dove ormai chiunque è disposto a tutto pur di avere una telecamera puntata su se stesso, basta dare un’occhiata a Fear Factor, lo show più schifoso della tv Usa, da giovedì anche in Italia, su Sky Vivo alle 23.

Negli Stati Uniti ne vanno pazzi. Incollati davanti al piccolo schermo urlano, si divertono o vomitano per quello che sono costretti a fare i partecipanti di Fear Factor: infilare la testa in una vasca piena di topi, serpi, murene o scorpioni, mangiare vermi e insetti vivi, sdraiarsi su letti di serpenti, immergersi in una piscina piena di calamari putrefatti.

1 commento

04 Ott 2005

Terzo Mondo, giovani sempre più alla fame

Filed under Senza categoria


I problemi, spesso gravissimi, che affliggono i giovani del terzo mondo non sono affatto migliorati rispetto a dieci anni fa. E? questa la sconcertante conclusione cui giunge «World Youth Report 2005: Young People today and in 2015» il rapporto presentato all?Onu, con lo scopo di riesaminare il cosiddetto «World Programme of Action», varato dieci anni orsono dalle Nazioni Unite.
Nel 1995 l?Onu adottò il cosiddetto World Programme of Action for Youth, un?analisi sulla condizione dei giovani tra i 15 e i 24 anni che vivono nei paesi in via di sviluppo. Il Programma forniva anche le misure concrete per voltare pagina in 15 aree importanti quali la povertà, l?istruzione scolastica e l?Aids. «Tutti propositi rimasti sulla carta», ha denunciato l?Onu, secondo cui dopo dieci anni, poco o nulla è cambiato.
I dati sono tutt?altro che rassicuranti. Oltre 200 milioni di giovani continuano a vivere in povertà, 130 milioni sono analfabeti, 88 milioni disoccupati, e più di 10 milioni sono siero-positivi oppure malati di Aids. La maggior parte di queste persone si trovano in Asia ed Africa, specialmente a sud del Sahara.

Mentre europei e americani spendono, rispettivamente, quasi otto miliardi di dollari all?anno in profumi e 30 miliardi di dollari annui in diete dimagranti,
il Terzo Mondo continua a morire di fame. Oltre 208 milioni di giovani vivono con meno di un dollaro al giorno; 515 milioni con meno di due dollari. La povertà è più diffusa in luoghi rurali e meno prevalente nelle città.

I giovani nei paesi in via di sviluppo debbono fare i conti tutti i giorni con l?Aids, la delinquenza minorile, e i conflitti armati. Le femmine sono le più a rischio: spesso finiscono preda della prostituzione e delle violenze sessuali, che secondo il rapporto aumentano a dismisura le infezioni di Aids. E infatti sia in Africa sia nei Caraibi il rischio di contrarre il virus è tre volte più alto per le femmine che per i maschi. Dei 10 milioni di giovani infetti dal virus, 6.2 milioni si trovano nell?Africa a sud del Sahara, mentre circa 15 milioni di bambini sono rimasti orfani a causa dell?epidemia. Anche il numero di bambini e giovani coinvolti in conflitti armati è aumentato, arrivando a più di 300 mila.
I dati indicano un aumento progressivo dei giovani iscritti ad istituti scolastici, dalle elementari all?università. Ma in molti paesi le femmine continuano ad essere escluse, specialmente se le famiglie sono povere, portando il totale dei bambini analfabeti a 113 milioni. E la disoccupazione è in aumento anche in relazione alla crescita nel numero degli iscritti alle università, che rimangono a scuola più a lungo e spesso dopo la laurea non trovano un impiego.

L’ONU si è dimenticato di denunciare quanti soldi si spendono in armamenti

Commenti disabilitati

04 Ott 2005

Città italiane sempre più sott’acqua E non è solo una sensazione

Filed under Senza categoria


CAMBIA IL CLIMA: IN PEGGIO
E questa, secondo i meteorologi, è solo uno dei segnali evidenti del clima che cambia e che fa dell’autunno la stagione più piovosa dell’anno. La causa, l’aumento della temperatura degli oceani e del Mar Mediterraneo e il surriscaldamento globale della terra. Fattori che determinano conseguenze estreme sui fenomeni meteo e sulla circolazione atmosferica.

“In autunno nascono più perturbazioni sull’Atlantico che nel passato
e aumentano quelle che arrivano nel Mediterraneo. Qui trovano un mare più caldo e per effetto della temperatura assumono più energia dando luogo a un aumento di nubifragi e alluvioni, tanto più che le città sono isole di calore privilegiate”.

Questa che sta passando sull’Italia in questi giorni è una perturbazione in “stile uragano” nel senso che si è posizionata come il tipico mulinello degli uragani e “mazzolerà l’Italia fino a sabato”. Dunque, “maltempo per tutta la settimana”.

1 commento

10 Set 2005

Perché uccidere un infante non è sempre sbagliato

Filed under Senza categoria




NB-IL TITOLARE DI QUESTO ARTICOLO E’ PETER SINGER,relatore alla
Conferenza in programma a Pordenone il 24 settembre 2005 e anticipata da ?L?espresso? n. 36 del 9-15 settembre 2005
IL SOTTOSCRITTO HA SOLO PUBBLICATO L’ARTICOLO
ho ritenuto oppotuno pubblicare l’articolo integralmente ,lo so’ che e’molto lungo
ma lo fatto per evitare una interpretazione errata dello stesso

UN SALUTO DA {GRIFONDORO} CIAO

di Peter Singer
L?etica tradizionale della santità della vita umana è da millenni alla base del pensiero ebraico e di quello cristiano. Dimostrerò come l?etica tradizionale non possa essere difesa in termini di ragionamento pubblico, di quel ragionamento, cioè, che si rivolge alle persone indipendentemente dal loro credo religioso.

Variazioni sul concetto di morte

Nel 1968 la definizione legale di morte, in tutto il mondo, si basava sulla cessazione del battito cardiaco e della circolazione del sangue. Da quell?anno la morte cerebrale viene accettata come criterio alternativo di morte non solo negli Stati Uniti, ma, di fatto, in tutti i paesi del mondo ed è sorprendente che ciò sia avvenuto quasi senza controversia. Il fatto è che il cambiamento fu presentato ed accettato come un?evoluzione nell?interpretazione scientifica della natura della morte. Non lo si sentì, quindi, come problema etico, quanto piuttosto come una questione di scienza medica. Questa opinione diffusa è un errore. Il nuovo criterio di morte ha avuto origine dalla proposta avanzata dal professor Henry Beecher dell?Università di Harvard, il quale era chiaramente motivato dal bisogno di disponibilità di organi umani in buone condizioni per l?allora nuova procedura del trapianto di organi. Nel suo innovativo rapporto del 1968 la commissione di Harvard, presieduta in seguito da Beecher, non dichiarò che la nuova definizione di morte rifletteva scoperte scientifiche sulla natura della morte né, tanto meno, progressi nell?interpretazione scientifica di questa natura. La commissione consigliò la nuova definizione di morte perchè considerava lo status quo un peso troppo grave per le persone e le istituzioni, un ostacolo al corretto uso del ?potenziale salva vita? degli organi di persone in ?coma irreversibile?. Tuttavia, il giudizio sul fatto che sia un bene evitare questo peso e assicurarsi che gli organi possano essere usati non è un giudizio scientifico, bensì etico. Pensare a questa definizione come a una nuova scoperta scientifica oppure semplicemente alla precisazione di un?ambiguità introdotta da metodi moderni di cura intensiva, fu un errore ampiamente diffuso. Ma non era nell?interesse di nessuno ? non dei dottori, né degli ospedali, delle famiglie con pazienti che presentano morte cerebrale o dei potenziali recipienti di organi ? mettere in discussione l?idea rasserenante che accettare la nuova definizione di morte significava accettare un suggerimento di esperti su una questione tecnica e scientifica. Questo potrebbe spiegare perché la nuova definizione di morte ha trionfato in modo così relativamente indiscusso. Ma quella situazione sta già scomparendo.

Alcuni pazienti per cui si può dimostrare l?assenza di funzione cerebrale sono ancora, evidentemente, organismi umani viventi. Sono stati assistiti per lunghi periodi in reparti di cura intensiva ? in una circostanza, anche in casa ? e, nel caso di donne in gravidanza, hanno addirittura sostentato feti che sono cresciuti dentro di loro fino al momento del parto. Se un organismo umano può ?sopravvivere?, come organismo, per molti anni dopo che le funzioni del cervello siano cessate, ciò dimostra che il cervello non è essenziale per il funzionamento organico integrato. È vero che la sopravvivenza di questi esseri umani dipende dalle macchine, ma noi non consideriamo morta una persona in dialisi perché le funzioni dei suoi reni sono state sostituite da una macchina. Allo stesso modo, non dovremmo considerare morte le persone i cui cervelli hanno cessato di funzionare in modo irreversibile, solo perché le funzioni dei loro cervelli sono state sostituite da macchine o da altre tecniche.

L?ascoltatore attento avrà notato che il passaggio che ho citato prima dal rapporto del comitato di Harvard parla di ?coma irreversibile? come della condizione che si vuole definire come morte. Il comitato parla anche di ?perdita permanente dell?intelletto?. ?Coma irreversibile? è un termine insolito da usare per qualcuno che è morto, e non equivale assolutamente alla morte dell?intero cervello. Un danno permanente alle parti del cervello responsabili della coscienza può significare che un paziente si trovi in una condizione in cui il tronco cerebrale e il sistema nervoso centrale continuino a funzionare, sebbene la coscienza sia irreversibilmente persa. I pazienti in stato vegetativo permanente si trovano in questa situazione, anche se oggi non si parlerebbe di loro come di pazienti in coma.

È vero anche che il rapporto del comitato di Harvard continua dicendo, subito dopo il paragrafo che ho citato: ?ci riferiamo solo a quegli individui comatosi in cui non sia discernibile alcuna attività del sistema nervoso centrale?. Tuttavia, le ragioni addotte dal comitato per ridefinire il concetto di morte ? il grande peso sui pazienti, sui familiari, sugli ospedali e la comunità, come pure lo spreco di organi necessari per il trapianto ? si applicano sotto ogni aspetto a tutti coloro che sono in coma irreversibile, non solo a coloro il cui intero cervello è morto.

Perché allora il comitato ha limitato il suo ambito a coloro che non presentano alcuna attività cerebrale? Una ragione potrebbe essere che il comitato credeva, come credevano in molti, che le funzioni fisiche di persone il cui intero cervello era morto, non potevano essere sostenute per più di uno o due giorni. Dove sopravvive il tronco encefalico, il corpo necessita solo di cibo, liquidi e di una cura infermieristica di base per continuare a funzionare sine die. Una seconda ragione potrebbe essere che nel 1968 la sola forma di ?coma irreversibile? che poteva essere diagnosticata in modo attendibile ? senza possibilità di dichiarare morto un paziente che poi si sarebbe ?risvegliato? ? era quella in cui non era discernibile alcuna attività cerebrale. Un?altra ragione possibile per cui il comitato ha ridefinito la morte solo in relazione ai casi privi di una qualsiasi attività cerebrale, è che rimuovendo il respiratore dai pazienti in tali condizioni, questi smettono di respirare e in breve tempo muoiono, secondo gli standard di tutti. Le persone che si trovano in stato vegetativo permanente, d?altra parte, continuano a vivere senza assistenza meccanica. Quindi, se il comitato di Harvard avesse incluso, nella sua definizione di morte, persone in coma irreversibile ma ancora in possesso di attività cerebrale, avrebbe suggerito la possibilità di seppellire persone che ancora respirano.

Ora però sappiamo che le funzioni fisiche di pazienti i cui cervelli hanno cessato completamente ogni attività possono essere protratte per mesi o anni. Di conseguenza, la prima ragione per circoscrivere la definizione di morte a coloro i cui cervelli hanno cessato completamente di funzionare non è più valida. La tecnologia ha eliminato anche la seconda ragione: sebbene in alcuni casi di pazienti in stato vegetativo persistente da lungo tempo, non possediamo ancora mezzi affidabili per dire quando la guarigione sia impossibile, in altri casi, nuove forme di rappresentazione del cervello possono stabilire che le parti del cervello associate alla coscienza abbiano cessato di esistere e, quindi, che la coscienza non possa tornare.

Dunque, delle tre ragioni per limitare la definizione di morte ai casi in cui il cervello abbia cessato ogni funzione, rimane solo l?ultima: il problema di dichiarare morti i pazienti, quando questi respirano spontaneamente.

Una soluzione al presente e inaccettabile stato della definizione di morte, perciò, consiste nel mettere insieme le implicazioni delle ragioni addotte dal comitato di Harvard per passare alla morte cerebrale con le nostre migliorate abilità diagnostiche, per poi procedere alla definizione di morte in termini di perdita irreversibile di coscienza. Con la perdita irreversibile della coscienza, perdiamo tutto ciò che apprezziamo della nostra propria esistenza, e tutto ciò che ci da? una ragione di sperare nella sopravvivenza di qualcuno che amiamo.

Il significato di coscienza e la sua relazione con il cervello, rispondono alla domanda fondamentale: ?perché il cervello??, domanda a cui i sostenitori del criterio della morte totale del cervello non sono mai riusciti a rispondere in modo soddisfacente. La morte del cervello è la fine di tutto ciò che riguarda la vita di una persona. Ovviamente, anche la morte di quelle parti di cervello necessarie alla coscienza, significa la fine di tutto ciò che riguarda la vita di una persona. Quindi, definire la morte in termini di perdita irreversibile di coscienza, significa che il criterio per la morte è la cessazione irreversibile della funzione di ciò che viene chiamato svariatamente corteccia, emisferi cerebrali o cerebro. Per evitare di dover definire questo con maggior precisione, utilizzerò l?espressione ?cervello superiore? per riferirmi a quelle parti del cervello necessarie per la coscienza .

Vogliamo veramente introdurre un nuovo concetto di morte il quale implichi che esseri umani che respirano spontaneamente siano morti? Dubito che sia saggio tentare una tale ridefinizione revisionistica di un termine di uso comune. ?Morto? è un termine che viene applicato molto di più di esseri umani, o esseri coscienti. Cose viventi prive di cervello, ad eccezione di quello superiore, possono essere vive e possono morire. Perché manomettere un termine che tutti noi comprendiamo bene? Perfino la revisione molto più modesta proposta dal comitato di Harvard deve essere assorbita nel modo in cui gran parte delle persone concepiscono la morte. È normale leggere titoli di giornali che riportano notizie quali ?Donna in stato di morte cerebrale partorisce e poi muore?. Se cerchiamo di dire ai parenti che il loro caro o la loro cara sono morti perché giacciono su un letto eppure respirano normalmente, senza macchine in vista, loro semplicemente non ci crederanno. E a buona ragione: così come chi ha proposto lo spostamento iniziale sulla morte cerebrale, noi saremmo infatti colpevoli di volere mascherare un?importante decisione etica nelle vesti di un fatto scientifico.

Non possiamo tornare alla definizione tradizionale di morte, altrimenti perderemmo la possibilità di ottenere molti organi che aiutano a salvare vite umane. Allo stesso modo, però, non possiamo proseguire oltre e definire la morte in termini di perdita irreversibile della coscienza. Mentre la maggior parte delle persone crederebbe con difficoltà che un uomo che giace su un letto e che respira normalmente sia morto, riuscirebbe, tuttavia, a fare una distinzione fra le diverse funzioni cerebrali, non allo scopo di separare i vivi dai morti, ma perché ci sono alcune funzioni cerebrali di cui ci interessiamo, e altre che non hanno importanza. Se poi chiedessimo a queste persone, quali attività cerebrali sono importanti, credo che risponderebbero indicando, in modo minimale, quelle associate alla coscienza. Se si potesse dimostrare che organi vitali sono stati asportati a pazienti ancora in possesso della capacità di esperienza cosciente, la probabilità di una protesta pubblica sarebbe di gran lunga maggiore, rispetto al caso in cui si riporti, come in realtà è stato riportato, che gli organi vengono asportati a pazienti i cui cervelli continuano a secernere ormoni, e che perciò non sono legalmente morti, nel senso che i loro cervelli non hanno interrotto completamente ogni funzione.

Sottolineare l?importanza della coscienza potrebbe suggerire che dobbiamo muoverci verso un concetto di morte legato al cervello superiore; tuttavia, questa non è l?unica conclusione possibile da trarre. È troppo paradossale affermare che gli esseri umani muoiono quando hanno perso in modo irreversibile la capacità di coscienza. Potremmo, invece, accettare la concezione tradizionale della morte e rifiutare il punto di vista etico secondo cui è sempre sbagliato porre fine intenzionalmente alla vita di un essere umano innocente. Potremmo poi considerare come eticamente accettabile (soggetto al consenso appropriato che viene dato) interrompere l?assistenza alla vita o rimuovere organi per il trapianto laddove vi sia una perdita irreversibile della coscienza. In questo modo, otterremmo lo stesso risultato pratico che avremmo ottenuto ridefinendo la morte in termini di perdita irreversibile della coscienza. Nei termini del comitato di Harvard, avremmo liberato dal peso le famiglie, gli ospedali e quanti in attesa di un letto d?ospedale, costretti dalla necessità di assistere chi non può più tornare alla coscienza. Avremmo rimosso questo peso, non solo quand?esso è rappresentato da pazienti il cui cervello ha cessato ogni funzione, ma anche quando è determinato da pazienti il cui tronco cerebrale continua a operare. Avremmo fatto questo senza dover dichiarare morti, in alcun senso, quelli che respirano senza assistenza. Da ultimo, ma non di certo meno importante, avremmo reso trasparenti i nostri giudizi etici, promuovendo, con ciò, la comprensione pubblica delle problematiche implicate, invece di ostacolarla.

L?unica obiezione seria che potrei immaginare a questa proposta è l?affermazione, a prescindere dalla sua persuasività logica, che sia così lontana dalla realtà da non avere alcuna possibilità di successo. Dopo tutto, è uno scontro diretto con la dottrina tradizionale della santità di tutta la vita umana. Meglio, diranno alcuni, fare di tutto per respingere la portata di quella dottrina, estendendo la definizione di morte a coprire anche coloro che hanno perso coscienza in modo irreversibile, piuttosto che scagliarci in vano contro la cittadella della dottrina. Meglio, in altre parole, sostenere la finzione che la morte cerebrale sia veramente morte e cercare addirittura di diffondere quanto più possibile questa finzione.

Non nego che ci sono occasioni in cui una finzione serve uno scopo utile ed è meglio non venga disturbata. Ma questo non sembra essere il caso: da un lato, la finzione sta cedendo comunque; dall?altro, sia la pratica medica che la legge stanno abbandonando sempre più la dottrina tradizionale della santità della vita, se non ancora negli Stati Uniti, almeno in altri paesi come i Paesi Bassi e la Gran Bretagna. La verità, in generale, rappresenta per l?etica una base migliore della finzione.

Decidere sulla vita e la morte di infanti con gravi disabilità

Ho illustrato come persino coloro che sostengono la posizione tradizionale della santità di tutta la vita umana debbano affrontare problemi difficili legati a quegli esseri umani il cui cervello ha cessato ogni funzione in modo irreversibile. Per arrivare ad una soluzione coerente e logica di questi problemi dobbiamo scavare più a fondo e interrogarci su qualcosa che solitamente prendiamo per scontato, ossia l?idea che sia sempre sbagliato prendere la vita di un essere umano innocente. Per molti si tratta di una proposta sconcertante, perché la santità della vita umana è qualcosa che certamente non osiamo mettere in dubbio. Tuttavia, i filosofi dovrebbero interrogarsi proprio su quelle credenze che normalmente diamo per scontate, inclusa questa. Spero di essere riuscito a dimostrare come i quesiti siano già sollevati da qualcosa che è persino materia di consenso generale, e cioè dal passaggio a una definizione di morte in termini di cessazione irreversibile della funzione cerebrale. Ecco un modo per fare progressi con questo problema. Chiedetevi: ?È peggio uccidere un essere umano che uccidere, diciamo, un pollo??. A meno che non siate vegetariani, direte certamente di sì, che è peggio uccidere un essere umano. E anche se siete vegetariani, come lo sono io, con molta probabilità penserete, come faccio io, che quando qualcuno uccide a caso delle persone per strada o in una scuola, ciò rappresenti una tragedia più grande di quanto avviene ogni giorno in un mattatoio. Ma perché? A meno che non ci si rifugi negli insegnamenti religiosi, che non tutti condividono, la risposta deve essere a causa di una certa differenza fra gli umani e gli animali. La differenza, tuttavia, non può essere il semplice fatto che noi apparteniamo a una specie e i polli, ad esempio, a un?altra. Pensare che solo la mera appartenenza a una specie possa fare una differenza tanto cruciale sarebbe una sorta di razzismo di specie, in breve, uno specismo. Supponete che ci siano dei marziani intelligenti, molto simili a noi, del tutto pacifici e amichevoli, ma di una specie diversa. Sarebbe accettabile ucciderli solo perché non sono membri della nostra specie? Sicuramente no.

Quindi, se uccidere esseri umani a caso è peggio che uccidere animali non umani, la differenza deve avere a che fare col tipo di esseri che sono gli umani. E preciserei aggiungendo che ciò deve avere a che fare con le capacità mentali superiori degli umani, capacità che gli animali non umani non possiedono. Non può trattarsi semplicemente della capacità di provare piacere o dolore, o di soffrire per la rottura di un rapporto come quello fra madre e figlio, poiché tutti i mammiferi hanno queste capacità. Per darci una ragione di credere che sia molto peggio uccidere esseri umani piuttosto che esseri di altre specie, queste capacità devono andare oltre, e devono includere non solo la coscienza, ma l?autocoscienza o, possibilmente, la capacità di fare progetti per il futuro. In questo modo abbiamo una ragione per comprendere l?ingiustizia di uccidere esseri, che si basa su qualcosa di chiaramente rilevante a livello morale. Il fatto che un essere sia in grado di capire che ha ?una vita? aggrava, a parità di altre cose, l?atto di porre fine a quella vita. Allora, e solo allora, poniamo fine alla vita di un essere che sa di essere vivo e che riesce a vedere se stesso come qualcosa che esiste nel tempo. Allora, e solo allora, l?essere ha una qualche idea di cosa potrebbe perdere se venisse ucciso o una certa capacità di avere desideri per il futuro che verrebbero frustrati con la morte.

A questo punto, però, risulterà ovvio che mentre gli umani tipici ? gli umani che vengono uccisi quando un uomo armato spara a caso contro una folla ? possiedono queste capacità, e le possiedono a un livello che un animale non umano non ha, alcuni umani non le possiedono. I neonati, ad esempio, non le hanno. E, mentre si potrebbe immediatamente obiettare che un neonato ha il potenziale per diventare un essere con capacità intellettuali di gran lunga superiori a quelle di un qualsiasi animale non umano, se si suppone che questa sia la ragione per cui uccidere un neonato sia sbagliato quanto uccidere un essere umano più vecchio, allora dovremo riconoscere che anche il feto umano ha un potenziale molto simile a quello dell?infante, e per la stessa ragione sarebbe sbagliato uccidere un feto umano.

Alcuni di voi, naturalmente, approveranno questa conclusione. Consideriamo, però, che molte persone non lo fanno, e senza l?influenza di rigide dottrine religiose, un numero ancora minore di persone l?approverebbe.

Non penso che il potenziale di un essere sia sufficiente a far sì che sia sbagliato uccidere quell?essere. La popolazione mondiale ha ormai superato i sei miliardi, e si sta dirigendo verso qualcosa come 9 o 10 miliardi, un numero che porterà le risorse del nostro pianeta ai limiti delle loro capacità. Noi non pensiamo che sia obbligatorio, o addirittura desiderabile, per le coppie fertili, mettere alla luce tanti più esseri umani quanto possibile, anche se ognuno di essi diventerebbe, con tutta probabilità, un essere umano unico, razionale e autocosciente. Sulla stessa base, non penso che il fatto che un feto umano possa diventare, con tutta probabilità, un essere unico, razionale e autocoscienze sia una ragione contro l?aborto.

Ora posso iniziare a spiegare le mie opinioni su un argomento che ha causato grande controversia, lo scorso autunno, in seguito alla mia nomina ad una cattedra di bioetica all?università di Princeton ? la questione del processo decisorio su vita-e-morte per gli infanti con disabilità. Per le ragioni a cui ho appena accennato, non penso che uccidere un qualsiasi infante neonato equivalga moralmente a uccidere un essere razionale e autocosciente. Ciò non significa, naturalmente, che uccidere infanti sia una questione di indifferenza morale. Al contrario, uccidere un infante è normalmente sbagliato, ma è normalmente sbagliato in primo luogo per il dolore che causa ai genitori che hanno concepito quel figlio, che amano già e vorrebbero accudire. La morte di un neonato, generalmente, è una tragedia per i genitori, non per l?infante che non ha neppure scorto le prospettive che la vita avrebbe potuto tenere in serbo per lui.

Qual è la differenza che la disabilità introduce nel nostro processo decisorio su vita-e-morte per i neonati? Ho cominciato ad interessarmi al trattamento di neonati con gravi disabilità verso la fine degli anni ?70, dopo avere appreso che era ed è pratica comune per i dottori affrontare tali casi ?lasciando che la natura segua il suo corso?. Ciò significa che non si eseguono operazioni, non si danno antibiotici, e i bambini muoiono lentamente dopo molti giorni, settimane o addirittura mesi. Spesso i genitori non vengono consultati, viene semplicemente detto loro che non c?è nulla che si possa fare per il figlio. Questa mi sembra un?evasione di responsabilità morale, e spesso gravemente disumana. Tuttavia, esaminando le prospettive per alcuni degli infanti con disabilità più gravi, ho dovuto accettare che non era sempre un bene prolungare la vita senza tener conto delle prospettive. Ma chi dovrebbe prendere una decisione tanto difficile? L?infante naturalmente non può farlo.

In circostanze normali, i genitori sono le persone su cui ha maggiore incidenza il fatto che il loro bambino viva o muoia. Dunque, sulla base di informazioni il più possibile complete, essi dovrebbero avere il peso principale nel decidere se si debba ricorrere all?utilizzo o meno delle risorse della medicina moderna per tenere in vita il figlio. Accetto il fatto che i dottori possano avere una visione esageratamente negativa della vita con una particolare disabilità. Perciò, esorto i genitori che si trovano nel dubbio di fronte a una tale decisione, di non affidarsi alle sole informazioni dei loro dottori, ma di contattare gruppi che rappresentino persone con particolari disabilità, i loro genitori o gli assistenti, per ampliare le proprie fonti di informazione.

Ciononostante, i genitori a volte possono decidere, sulla base di motivazioni ragionevoli, che è meglio che il figlio non viva. Cosa dovrebbe accadere allora? Lo scorso settembre, quando il clamore delle mie opinioni sul trattamento di neonati con gravi disabilità era al suo apice, ricevetti una telefonata da un dottore che dirige un reparto di terapia intensiva neonatale e si trova a dovere affrontare casi simili quotidianamente. Mi disse che, se dopo la consultazione con i genitori, questi convenivano che era meglio non mantenere in vita il figlio, lui spegneva i respiratori e rimuoveva persino i tubi che fornivano cibo e liquidi al neonato, ma non gli faceva l?iniezione letale. Vedeva in questo un?importante distinzione morale, ma non riusciva a spiegarmi in cosa consistesse. Gli risposi che, da un punto di vista psicologico, comprendevo perché lui percepisse le due cose come differenti, ma che non vedevo nessuna distinzione morale fra il permettere che la morte avvenisse rifiutando deliberatamente un trattamento medico disponibile o intervenendo attivamente per accelerare la morte e assicurare che essa avvenga in modo dolce e indolore. In realtà, penso che quest?ultima linea d?azione, proprio perché implica una sofferenza minore, sia spesso quella moralmente migliore da adottare.

Non tutti i dottori, naturalmente, sono pronti, come lo è stato questo dottore, a consultare i genitori e a sospendere il trattamento, anche quando le prospettive per un neonato sono pochissime. Nello stesso periodo in cui avvenne il mio colloquio con il dottore, ricevetti una email da una donna che chiamerò Signora B:

?Mio figlio John [non è il suo vero nome] è nato circa due anni e mezzo fa prematuro di 11 settimane. Pesava solo 1 libbra e 14 once. Mi avevano assicurato che, essendo già di 29 settimane e non presentando emorragie endocraniche, sarebbe stato bene. Non è così. John ha una diplegia cerebrale spastica con paralisi della metà destra del corpo?, ha problemi sensoriali e un ritardo nel linguaggio. Non sappiamo quale sarà il suo livello di funzionamento intellettuale, sebbene mi dicano che, probabilmente, avrà un?intelligenza ?normale?, forse con numerose disabilità nell?apprendimento. Sicuramente è più funzionale di alcuni bambini affetti da paralisi cerebrale ed ha almeno una piccola probabilità di condurre una vita sufficientemente ?normale?, ma il punto è un?altro.

?Io e mio marito amiamo nostro figlio (mediano di tre), ma se qualcuno mi avesse detto: ?Signora B, suo figlio avrà numerose disabilità nel suo cammino. Vuole ancora che lo intubiamo??, la mia risposta sarebbe stata no. Sarebbe stata una decisione penosa, ma sarebbe stata per il meglio. Sarebbe stata nell?interesse di John, nel nostro e degli altri nostri figli. Sono indicibilmente rattristata al pensiero di tutto ciò John che dovrà affrontare crescendo?.

Non è l?unica lettera di questo tipo che ho ricevuto e non penso che la Signora B sia una madre atipica. Vivono con bambini afflitti da gravi disabilità e osservano chiaramente che le vite dei loro figli sono tali, che sarebbe stato meglio se fossero morti alla nascita o subito dopo.

La Signora B continua introducendo un altro concetto anch?esso rilevante per la questione di come reagirebbero molti di noi di fronte all?opzione di scegliere se avere un bambino con disabilità gravi:

?Questa non è neppure la vita che avrei scelto per me stessa. Io e mio marito non abbiamo mai fatto segreto del fatto che non fossimo tagliati per essere genitori di un bambino gravemente handicappato, e abbiamo sempre detto che, se avessimo scoperto di aspettarne uno, avremmo abortito. Sentivo di non essere una persona tanto speciale da affrontare l?esistenza di un figlio così?.

Questa, evidentemente, è un?opinione diffusa. La diagnosi prenatale viene raccomandata di routine alle donne in gravidanza oltre i 35 anni, e la sorprendente maggioranza delle donne segue la raccomandazione. Se le analisi dimostrano che il feto è affetto da una condizione come la sindrome di Down o la spina bifida, quasi tutte le donne interrompono la gravidanza. Le loro motivazioni possono essere varie. In parte, come la signora B, potrebbero non vedersi tagliate come madri di un bambino con gravi disabilità. Ma, volendo il meglio per il ?loro bambino?, potrebbero anche pensare che è meglio porre termine ad una vita cominciata male e, forse, provarci ancora.

Mentre pensiamo a questi problemi, non dovremmo dimenticare che gran parte delle coppie al giorno d?oggi, almeno nelle società sviluppate, pianificano le loro famiglie. Avranno forse due o tre figli. La decisione di abortire un feto che ha, diciamo, la sindrome di Down, non è una decisione ?anti-bambini?, e ancor meno ?anti-vita?. È una decisione che dice: ?Dal momento che avrò solo due figli, voglio che abbiano le migliore prospettive per una vita piena e ricca. E se, all?inizio, queste prospettive vengono seriamente oscurate, preferisco ricominciare.?

È sicuramente una osservazione ragionevole. Riflette forse un pregiudizio contro l?idea che possa valere la pena vivere la vita con una disabilità? No, non più del richiedere ai rivenditori di alcolici di apporre avvertenze sui contenitori come: ?Avvertenza governativa: Secondo il servizio sanitario le donne che fanno uso di bevande alcoliche in gravidanza sono a rischio di difetti congeniti.? Ciò implica chiaramente che nell?opinione del governo degli Stati Uniti e del servizio sanitario le donne dovrebbero evitare di provocare difetti congeniti nei figli. In entrambi i casi, non stiamo negando che persone con disabilità possano avere vite che valga la pena vivere, stiamo dicendo solo che è meglio avere figli senza disabilità.

È curioso come molti di noi sembrino accettare un tale ragionamento quando si tratta di prevenire la nascita di bambini con disabilità, anche se ciò implica, a volte, la fine di una vita durante la gravidanza, e come, invece, quello stesso identico ragionamento ci sconvolga non appena il bambino è nato. Non sono sicuro del perché. Se c?è una cosa su cui hanno ragione gli oppositori dell?aborto, è sicuramente che la nascita non segna alcun cambiamento decisivo nella natura dell?essere in sé. Lo sviluppo del feto in bambino è graduale. Forse la differenza più significativa introdotta dalla nascita è data dal fatto che il bambino può essere dato in adozione più facilmente. Se la disabilità non è grave e ci sono coppie desiderose di adottare un bambino, questa può rivelarsi una soluzione migliore al porre fine a quella vita.

Ad eccezione della distinzione fra un feto di stadio avanzato e un neonato, non vedo il motivo per cui la nascita debba segnare una linea di demarcazione ? a meno che non si tratti del bisogno di avere una qualche linea non arbitraria che ci obblighi a prendere posizione con la nascita. Ho indicato come la vera linea divisoria morale si manifesti più tardi, quando inizia l?autocoscienza. Ma anche in questo caso non si possono tracciare delle linee nette. Per questo motivo io e la mia collega, Helga Kuhse, abbiamo proposto di concedere un intervallo di 28 giorni dopo la nascita, durante il quale i genitori, assieme ai dottori, devono decidere con discrezione sulla vita e la morte del neonato. Ma ora penso che anche questo sia troppo arbitrario per funzionare, quindi, dirò semplicemente che tali decisioni dovrebbero essere prese subito dopo la nascita, non appena la diagnosi accurata della condizione del bambino e il bisogno di un?attenta valutazione da parte dei genitori lo permettano.

Nel concludere questa parte del mio discorso, voglio sottolineare che ciò di cui ho discusso finora rimane nel contesto degli infanti e delle decisioni dei genitori sugli infanti. Non vi è alcuna applicazione diretta ai bambini più grandi o agli adulti con disabilità. Il fatto che una persona si trovi su una sedia a rotelle o sia cieca, non ha niente a che vedere col suo status di ?persona?, e non è perciò in alcun modo attinente alla questione della gravità di porre termine alla vita di quella persona contro la sua volontà. Ammetto che permetterei a dei genitori di porre fine alle vite di bambini che, crescendo, potrebbero finire su una sedia a rotelle o essere ciechi. Qualcuno potrebbe dirmi, come è accaduto, che se le mie opinioni avessero trovato ampia realizzazione, oggi non sarebbe vivo. Ma ciò è vero anche in riferimento all?aborto, e potrebbe essere vero anche in alcuni casi in seguito alla consulenza prenatale, dal momento che ai genitori potrebbe essere consigliato, ad esempio, di ottenere un seme donatore per evitare una disabilità genetica. Forse qualcuno vede in questo un motivo per impedire la consulenza prenatale? Ed è indubbio che ci sono molte persone vive oggi che non lo sarebbero se i loro genitori non fossero riusciti ad avere un aborto, perché allora i genitori non avrebbero avuto un altro bambino.

Infine, vorrei ribadire, come ho già fatto molte volte, che credo la comunità debba dare il più completo supporto alle persone con disabilità al fine di integrarle nella comunità stessa, di renderle in grado di ricevere un?educazione e di vivere e lavorare quanto più normalmente possibile

1 commento

01 Giu 2005

sempre più pazzo

Filed under Senza categoria


Palestina,
12/04/05 Un uomo di nazionalità palestinese costretto a spogliarsi per esplicita richiesta di un gruppo di soldati israeliani nel corso di un ispezione nella città di Nablus

Commenti disabilitati

01 Giu 2005

sempre più pazzo

Filed under Senza categoria


Africa

Commenti disabilitati

    Clock

    Get Adobe Flash player
  • grifondoro

    Nome: babylon

    E-mail:

  • visitors

  • Contatore

    1649386 visitatori

  • PIETRO DONATO

  • joe malfarà

  • CANALE VIDEO

  • notizie

  • cerca

  • saggi

    "Le belle parole dei saggi e dei poeti di tutto il mondo mi aiutano spesso a dire quello che non so esprimere

  • aprite gli occhi

    "Chiudendo i vostri occhi chiudete anche la vostra mente.
    Non vi chiedo di credere ma almeno di aprire gli occhi."

    "If you close your eyes you close your mind.
    I don't say you to bealive but i hope you will open your eyes"