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15 Gen 2006

Perché gli ingenui profumano di onestà

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Più volte mi sono sentito ripetere che non è possibile mantenersi retti, agire in modo moralmente corretto, in un sistema sociale in cui la gente non agisce in base ai principi che proclama e la scorrettezza è così radicata nelle abitudini, nel modo di ragionare e di sentire, da apparire un fatto naturale. E ti elenca fatti difficilmente oppugnabili. È naturale che i politici ti usino come uno strumento e poi ti buttino via quando non gli servi più. È naturale che chi arriva ad avere un posto nel governo distribuisca fra i suoi accoliti tutte le cariche. È naturale che non gli importi poi se questi sono o non sono efficienti. È naturale che, in certe regioni, ti debba rivolgere al politico per avere un posto di lavoro e lui, in qualche mondo, lo debba creare.
È naturale che ci siano legami fra politica ed affari perché chi fa una legge, una modifica al piano regolatore, la nomina di un manager, fa guadagnare milioni di euro, e non deve beneficiarne proprio per nulla? È naturale aiutare i propri amici, i propri parenti e, per ricevere aiuto, devi aiutare gli altri. Perciò nei concorsi universitari io metto in cattedra tuo figlio e tu il mio, io faccio guadagnare la tua amante e tu promuovi mia moglie. È naturale che anche i sindacalisti facciano i loro interessi come gli altri. È naturale che gli artigiani, i prestatori di servizi non ti facciano fattura. In Italia sono cose così naturali che anche il pio cattolico non le considera peccati. In realtà non sono naturali per niente! Costituiscono un malcostume diffuso che non giustifica di fare altrettanto.
È ora di smetterla con queste scuse. Il Paese funziona perché continuano ad esserci persone capaci, oneste, con degli ideali e che lavorano duramente. Certo, quando c’è tanta scorrettezza, chi vuol affermarsi coi suoi soli meriti deve essere estremamente bravo e preparato. Perché alla fine tutti, perfino i politici più spregiudicati hanno bisogno di persone leali e costruttive. E non farà nemmeno fatica a dire di no alle proposte disoneste perché non gliele faranno. I disonesti fiutano gli onesti a distanza e lo terranno lontano dai loro intrighi. Naturalmente lo considereranno un ingenuo, uno stupido. Ma, credetemi, abbiamo bisogno di ingenui di questo genere. Ingenui testardi, tenaci, che non si fanno intimidire, che riescono a fare funzionare bene le cose di cui si occupano e rendono il Paese un po’ più efficiente e pulito.

Riferimenti: Francesco Alberoni

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11 Gen 2006

Perché siamo uomini?

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La nostra esistenza terrena è fatta forse soltanto della nostra vita professionale o del nostro matrimonio, dei doveri che da esso derivano, della famiglia, dei figli, della loro educazione, del procurarsi una casa, del risparmiare denaro e beni oppure avere un libretto di risparmio, del mettere da parte denaro, dell?amministrare un patrimonio, del crearsi una reputazione, si basa forse sulla libertà, sulle vacanze, sullo sport oppure sulle passioni come il piacere della sessualità, sulla dipendenza dal bere e dal mangiare oppure addirittura dalla droga e da tante altre cose?
Ogni giorno dovremmo porci la seguente domanda: perché siamo uomini e perché ci troviamo su questa terra?

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04 Gen 2006

Perché ci servono capitani che non lascino la nave

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C’è gente che ha senso di responsabilità e altra che ne è totalmente priva. Qualcuno oggi ne fa l’elogio sostenendo che in un mondo come il nostro, dove non ci sono più solide credenze religiose e ideologiche, ciascuno deve cercare solo di stare bene, di guadagnare e di divertirsi.
Invece io sono convinto che esistono delle qualità morali fondamentali per la vita di tutte le società. Fra queste il senso di responsabilità. E’ giusto parlarne all’inizio del nuovo anno.

Il senso di responsabilità è un senso del dovere che ti spinge a occuparti del benessere delle persone che dipendono da te perché occupi una certa carica o perché hai preso con loro un impegno o semplicemente perché hanno bisogno e si affidano al tuo aiuto. E’ perciò una forma di generosità, di altruismo, di dedizione. Ma non è un impulso, uno slancio generoso occasionale, mosso dalla pietà o dalla commozione. E’ qualcosa che permane anche quando l’altro non è presente, anche quando non provi pietà per lui, anche se non lo ami. Il padre e la madre si sentono responsabili del benessere dei propri figli perché li amano, gioiscono delle loro gioie e soffrono dei loro dolori.

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28 Set 2005

Perché nel 2005 è la coca la droga più venduta.

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La polvere, la roba, la bianca, la neve, il charlie, la bamba, chiamatela come volete, è sempre più trasversale, interclassista; esistono dosi che costano come un tramezzino e birra, 12 euro, tagliate, forse di cattiva qualità.

La sniffata sta agli anni Duemila come le canne ai Settanta, «normalizzata» soprattutto in certi ambienti, spettacolo, moda, imprenditoria, politica. Milano, Roma, Napoli le città più bianche.
Di candido si stanno tingendo Bergamo (qui una dose vale 20/25 euro), Varese, Lodi.
In provincia non va meglio. «Sta passando l’idea che non sia una droga e dunque che non si rischi dipendenza. Sbagliato»

In zona Brera, a Milano, c’è un noto ristorante frequentato da vip e non.
Si mangia bene, ma è il bagno delle signore il valore aggiunto: uno specchio piazzato ad arte consente di controllare chi entra senza essere visto. In quella no man’s land fra lavandino e mensola le piste di cocaina si susseguono.

Sempre nell’ex capitale morale, nei paraggi di Porta Venezia, un locale arredato in stile barocco fa ogni sera il tutto esaurito, vi si incontrano divi e modelle, trentenni rampanti, attirati dalla narcisistica voglia di farsi vedere e dai «prezzi calmierati» ai quali vengono vendute le bustine.
C’è chi giura che nei privé di discoteche e ristoranti top gli «affezionati clienti», noti per le loro frequentazioni stupefacenti, abbiano garantita una dose nel tovagliolo o attaccata sotto il tavolo.

In alcuni studi televisivi e nei camerini di teatro, per qualche personaggio, viene confezionata una striscia dedicata: mani complici la nascondono dentro il contenitore del fard, degli ombretti, del cerone.
I bar dei teatri di posa, di cinema e televisione, sembrano essere il crocevia perfetto per approvvigionarsi di «roba».
La mitologia dell’ambiente narra anche di conduttori che trovano già pronta la pista, nascosta sotto la scaletta del programma o nell’ultima pagina del copione.

E della nota showgirl, animalista convinta, che mentre fa scorrazzare il proprio cane con il dogsitter si procura quanto le serve: fra un bisogno e l’altro dell’animale, nei giardinetti sotto casa, il collare viene riempito di polvere bianca.

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10 Set 2005

Perché uccidere un infante non è sempre sbagliato

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NB-IL TITOLARE DI QUESTO ARTICOLO E’ PETER SINGER,relatore alla
Conferenza in programma a Pordenone il 24 settembre 2005 e anticipata da ?L?espresso? n. 36 del 9-15 settembre 2005
IL SOTTOSCRITTO HA SOLO PUBBLICATO L’ARTICOLO
ho ritenuto oppotuno pubblicare l’articolo integralmente ,lo so’ che e’molto lungo
ma lo fatto per evitare una interpretazione errata dello stesso

UN SALUTO DA {GRIFONDORO} CIAO

di Peter Singer
L?etica tradizionale della santità della vita umana è da millenni alla base del pensiero ebraico e di quello cristiano. Dimostrerò come l?etica tradizionale non possa essere difesa in termini di ragionamento pubblico, di quel ragionamento, cioè, che si rivolge alle persone indipendentemente dal loro credo religioso.

Variazioni sul concetto di morte

Nel 1968 la definizione legale di morte, in tutto il mondo, si basava sulla cessazione del battito cardiaco e della circolazione del sangue. Da quell?anno la morte cerebrale viene accettata come criterio alternativo di morte non solo negli Stati Uniti, ma, di fatto, in tutti i paesi del mondo ed è sorprendente che ciò sia avvenuto quasi senza controversia. Il fatto è che il cambiamento fu presentato ed accettato come un?evoluzione nell?interpretazione scientifica della natura della morte. Non lo si sentì, quindi, come problema etico, quanto piuttosto come una questione di scienza medica. Questa opinione diffusa è un errore. Il nuovo criterio di morte ha avuto origine dalla proposta avanzata dal professor Henry Beecher dell?Università di Harvard, il quale era chiaramente motivato dal bisogno di disponibilità di organi umani in buone condizioni per l?allora nuova procedura del trapianto di organi. Nel suo innovativo rapporto del 1968 la commissione di Harvard, presieduta in seguito da Beecher, non dichiarò che la nuova definizione di morte rifletteva scoperte scientifiche sulla natura della morte né, tanto meno, progressi nell?interpretazione scientifica di questa natura. La commissione consigliò la nuova definizione di morte perchè considerava lo status quo un peso troppo grave per le persone e le istituzioni, un ostacolo al corretto uso del ?potenziale salva vita? degli organi di persone in ?coma irreversibile?. Tuttavia, il giudizio sul fatto che sia un bene evitare questo peso e assicurarsi che gli organi possano essere usati non è un giudizio scientifico, bensì etico. Pensare a questa definizione come a una nuova scoperta scientifica oppure semplicemente alla precisazione di un?ambiguità introdotta da metodi moderni di cura intensiva, fu un errore ampiamente diffuso. Ma non era nell?interesse di nessuno ? non dei dottori, né degli ospedali, delle famiglie con pazienti che presentano morte cerebrale o dei potenziali recipienti di organi ? mettere in discussione l?idea rasserenante che accettare la nuova definizione di morte significava accettare un suggerimento di esperti su una questione tecnica e scientifica. Questo potrebbe spiegare perché la nuova definizione di morte ha trionfato in modo così relativamente indiscusso. Ma quella situazione sta già scomparendo.

Alcuni pazienti per cui si può dimostrare l?assenza di funzione cerebrale sono ancora, evidentemente, organismi umani viventi. Sono stati assistiti per lunghi periodi in reparti di cura intensiva ? in una circostanza, anche in casa ? e, nel caso di donne in gravidanza, hanno addirittura sostentato feti che sono cresciuti dentro di loro fino al momento del parto. Se un organismo umano può ?sopravvivere?, come organismo, per molti anni dopo che le funzioni del cervello siano cessate, ciò dimostra che il cervello non è essenziale per il funzionamento organico integrato. È vero che la sopravvivenza di questi esseri umani dipende dalle macchine, ma noi non consideriamo morta una persona in dialisi perché le funzioni dei suoi reni sono state sostituite da una macchina. Allo stesso modo, non dovremmo considerare morte le persone i cui cervelli hanno cessato di funzionare in modo irreversibile, solo perché le funzioni dei loro cervelli sono state sostituite da macchine o da altre tecniche.

L?ascoltatore attento avrà notato che il passaggio che ho citato prima dal rapporto del comitato di Harvard parla di ?coma irreversibile? come della condizione che si vuole definire come morte. Il comitato parla anche di ?perdita permanente dell?intelletto?. ?Coma irreversibile? è un termine insolito da usare per qualcuno che è morto, e non equivale assolutamente alla morte dell?intero cervello. Un danno permanente alle parti del cervello responsabili della coscienza può significare che un paziente si trovi in una condizione in cui il tronco cerebrale e il sistema nervoso centrale continuino a funzionare, sebbene la coscienza sia irreversibilmente persa. I pazienti in stato vegetativo permanente si trovano in questa situazione, anche se oggi non si parlerebbe di loro come di pazienti in coma.

È vero anche che il rapporto del comitato di Harvard continua dicendo, subito dopo il paragrafo che ho citato: ?ci riferiamo solo a quegli individui comatosi in cui non sia discernibile alcuna attività del sistema nervoso centrale?. Tuttavia, le ragioni addotte dal comitato per ridefinire il concetto di morte ? il grande peso sui pazienti, sui familiari, sugli ospedali e la comunità, come pure lo spreco di organi necessari per il trapianto ? si applicano sotto ogni aspetto a tutti coloro che sono in coma irreversibile, non solo a coloro il cui intero cervello è morto.

Perché allora il comitato ha limitato il suo ambito a coloro che non presentano alcuna attività cerebrale? Una ragione potrebbe essere che il comitato credeva, come credevano in molti, che le funzioni fisiche di persone il cui intero cervello era morto, non potevano essere sostenute per più di uno o due giorni. Dove sopravvive il tronco encefalico, il corpo necessita solo di cibo, liquidi e di una cura infermieristica di base per continuare a funzionare sine die. Una seconda ragione potrebbe essere che nel 1968 la sola forma di ?coma irreversibile? che poteva essere diagnosticata in modo attendibile ? senza possibilità di dichiarare morto un paziente che poi si sarebbe ?risvegliato? ? era quella in cui non era discernibile alcuna attività cerebrale. Un?altra ragione possibile per cui il comitato ha ridefinito la morte solo in relazione ai casi privi di una qualsiasi attività cerebrale, è che rimuovendo il respiratore dai pazienti in tali condizioni, questi smettono di respirare e in breve tempo muoiono, secondo gli standard di tutti. Le persone che si trovano in stato vegetativo permanente, d?altra parte, continuano a vivere senza assistenza meccanica. Quindi, se il comitato di Harvard avesse incluso, nella sua definizione di morte, persone in coma irreversibile ma ancora in possesso di attività cerebrale, avrebbe suggerito la possibilità di seppellire persone che ancora respirano.

Ora però sappiamo che le funzioni fisiche di pazienti i cui cervelli hanno cessato completamente ogni attività possono essere protratte per mesi o anni. Di conseguenza, la prima ragione per circoscrivere la definizione di morte a coloro i cui cervelli hanno cessato completamente di funzionare non è più valida. La tecnologia ha eliminato anche la seconda ragione: sebbene in alcuni casi di pazienti in stato vegetativo persistente da lungo tempo, non possediamo ancora mezzi affidabili per dire quando la guarigione sia impossibile, in altri casi, nuove forme di rappresentazione del cervello possono stabilire che le parti del cervello associate alla coscienza abbiano cessato di esistere e, quindi, che la coscienza non possa tornare.

Dunque, delle tre ragioni per limitare la definizione di morte ai casi in cui il cervello abbia cessato ogni funzione, rimane solo l?ultima: il problema di dichiarare morti i pazienti, quando questi respirano spontaneamente.

Una soluzione al presente e inaccettabile stato della definizione di morte, perciò, consiste nel mettere insieme le implicazioni delle ragioni addotte dal comitato di Harvard per passare alla morte cerebrale con le nostre migliorate abilità diagnostiche, per poi procedere alla definizione di morte in termini di perdita irreversibile di coscienza. Con la perdita irreversibile della coscienza, perdiamo tutto ciò che apprezziamo della nostra propria esistenza, e tutto ciò che ci da? una ragione di sperare nella sopravvivenza di qualcuno che amiamo.

Il significato di coscienza e la sua relazione con il cervello, rispondono alla domanda fondamentale: ?perché il cervello??, domanda a cui i sostenitori del criterio della morte totale del cervello non sono mai riusciti a rispondere in modo soddisfacente. La morte del cervello è la fine di tutto ciò che riguarda la vita di una persona. Ovviamente, anche la morte di quelle parti di cervello necessarie alla coscienza, significa la fine di tutto ciò che riguarda la vita di una persona. Quindi, definire la morte in termini di perdita irreversibile di coscienza, significa che il criterio per la morte è la cessazione irreversibile della funzione di ciò che viene chiamato svariatamente corteccia, emisferi cerebrali o cerebro. Per evitare di dover definire questo con maggior precisione, utilizzerò l?espressione ?cervello superiore? per riferirmi a quelle parti del cervello necessarie per la coscienza .

Vogliamo veramente introdurre un nuovo concetto di morte il quale implichi che esseri umani che respirano spontaneamente siano morti? Dubito che sia saggio tentare una tale ridefinizione revisionistica di un termine di uso comune. ?Morto? è un termine che viene applicato molto di più di esseri umani, o esseri coscienti. Cose viventi prive di cervello, ad eccezione di quello superiore, possono essere vive e possono morire. Perché manomettere un termine che tutti noi comprendiamo bene? Perfino la revisione molto più modesta proposta dal comitato di Harvard deve essere assorbita nel modo in cui gran parte delle persone concepiscono la morte. È normale leggere titoli di giornali che riportano notizie quali ?Donna in stato di morte cerebrale partorisce e poi muore?. Se cerchiamo di dire ai parenti che il loro caro o la loro cara sono morti perché giacciono su un letto eppure respirano normalmente, senza macchine in vista, loro semplicemente non ci crederanno. E a buona ragione: così come chi ha proposto lo spostamento iniziale sulla morte cerebrale, noi saremmo infatti colpevoli di volere mascherare un?importante decisione etica nelle vesti di un fatto scientifico.

Non possiamo tornare alla definizione tradizionale di morte, altrimenti perderemmo la possibilità di ottenere molti organi che aiutano a salvare vite umane. Allo stesso modo, però, non possiamo proseguire oltre e definire la morte in termini di perdita irreversibile della coscienza. Mentre la maggior parte delle persone crederebbe con difficoltà che un uomo che giace su un letto e che respira normalmente sia morto, riuscirebbe, tuttavia, a fare una distinzione fra le diverse funzioni cerebrali, non allo scopo di separare i vivi dai morti, ma perché ci sono alcune funzioni cerebrali di cui ci interessiamo, e altre che non hanno importanza. Se poi chiedessimo a queste persone, quali attività cerebrali sono importanti, credo che risponderebbero indicando, in modo minimale, quelle associate alla coscienza. Se si potesse dimostrare che organi vitali sono stati asportati a pazienti ancora in possesso della capacità di esperienza cosciente, la probabilità di una protesta pubblica sarebbe di gran lunga maggiore, rispetto al caso in cui si riporti, come in realtà è stato riportato, che gli organi vengono asportati a pazienti i cui cervelli continuano a secernere ormoni, e che perciò non sono legalmente morti, nel senso che i loro cervelli non hanno interrotto completamente ogni funzione.

Sottolineare l?importanza della coscienza potrebbe suggerire che dobbiamo muoverci verso un concetto di morte legato al cervello superiore; tuttavia, questa non è l?unica conclusione possibile da trarre. È troppo paradossale affermare che gli esseri umani muoiono quando hanno perso in modo irreversibile la capacità di coscienza. Potremmo, invece, accettare la concezione tradizionale della morte e rifiutare il punto di vista etico secondo cui è sempre sbagliato porre fine intenzionalmente alla vita di un essere umano innocente. Potremmo poi considerare come eticamente accettabile (soggetto al consenso appropriato che viene dato) interrompere l?assistenza alla vita o rimuovere organi per il trapianto laddove vi sia una perdita irreversibile della coscienza. In questo modo, otterremmo lo stesso risultato pratico che avremmo ottenuto ridefinendo la morte in termini di perdita irreversibile della coscienza. Nei termini del comitato di Harvard, avremmo liberato dal peso le famiglie, gli ospedali e quanti in attesa di un letto d?ospedale, costretti dalla necessità di assistere chi non può più tornare alla coscienza. Avremmo rimosso questo peso, non solo quand?esso è rappresentato da pazienti il cui cervello ha cessato ogni funzione, ma anche quando è determinato da pazienti il cui tronco cerebrale continua a operare. Avremmo fatto questo senza dover dichiarare morti, in alcun senso, quelli che respirano senza assistenza. Da ultimo, ma non di certo meno importante, avremmo reso trasparenti i nostri giudizi etici, promuovendo, con ciò, la comprensione pubblica delle problematiche implicate, invece di ostacolarla.

L?unica obiezione seria che potrei immaginare a questa proposta è l?affermazione, a prescindere dalla sua persuasività logica, che sia così lontana dalla realtà da non avere alcuna possibilità di successo. Dopo tutto, è uno scontro diretto con la dottrina tradizionale della santità di tutta la vita umana. Meglio, diranno alcuni, fare di tutto per respingere la portata di quella dottrina, estendendo la definizione di morte a coprire anche coloro che hanno perso coscienza in modo irreversibile, piuttosto che scagliarci in vano contro la cittadella della dottrina. Meglio, in altre parole, sostenere la finzione che la morte cerebrale sia veramente morte e cercare addirittura di diffondere quanto più possibile questa finzione.

Non nego che ci sono occasioni in cui una finzione serve uno scopo utile ed è meglio non venga disturbata. Ma questo non sembra essere il caso: da un lato, la finzione sta cedendo comunque; dall?altro, sia la pratica medica che la legge stanno abbandonando sempre più la dottrina tradizionale della santità della vita, se non ancora negli Stati Uniti, almeno in altri paesi come i Paesi Bassi e la Gran Bretagna. La verità, in generale, rappresenta per l?etica una base migliore della finzione.

Decidere sulla vita e la morte di infanti con gravi disabilità

Ho illustrato come persino coloro che sostengono la posizione tradizionale della santità di tutta la vita umana debbano affrontare problemi difficili legati a quegli esseri umani il cui cervello ha cessato ogni funzione in modo irreversibile. Per arrivare ad una soluzione coerente e logica di questi problemi dobbiamo scavare più a fondo e interrogarci su qualcosa che solitamente prendiamo per scontato, ossia l?idea che sia sempre sbagliato prendere la vita di un essere umano innocente. Per molti si tratta di una proposta sconcertante, perché la santità della vita umana è qualcosa che certamente non osiamo mettere in dubbio. Tuttavia, i filosofi dovrebbero interrogarsi proprio su quelle credenze che normalmente diamo per scontate, inclusa questa. Spero di essere riuscito a dimostrare come i quesiti siano già sollevati da qualcosa che è persino materia di consenso generale, e cioè dal passaggio a una definizione di morte in termini di cessazione irreversibile della funzione cerebrale. Ecco un modo per fare progressi con questo problema. Chiedetevi: ?È peggio uccidere un essere umano che uccidere, diciamo, un pollo??. A meno che non siate vegetariani, direte certamente di sì, che è peggio uccidere un essere umano. E anche se siete vegetariani, come lo sono io, con molta probabilità penserete, come faccio io, che quando qualcuno uccide a caso delle persone per strada o in una scuola, ciò rappresenti una tragedia più grande di quanto avviene ogni giorno in un mattatoio. Ma perché? A meno che non ci si rifugi negli insegnamenti religiosi, che non tutti condividono, la risposta deve essere a causa di una certa differenza fra gli umani e gli animali. La differenza, tuttavia, non può essere il semplice fatto che noi apparteniamo a una specie e i polli, ad esempio, a un?altra. Pensare che solo la mera appartenenza a una specie possa fare una differenza tanto cruciale sarebbe una sorta di razzismo di specie, in breve, uno specismo. Supponete che ci siano dei marziani intelligenti, molto simili a noi, del tutto pacifici e amichevoli, ma di una specie diversa. Sarebbe accettabile ucciderli solo perché non sono membri della nostra specie? Sicuramente no.

Quindi, se uccidere esseri umani a caso è peggio che uccidere animali non umani, la differenza deve avere a che fare col tipo di esseri che sono gli umani. E preciserei aggiungendo che ciò deve avere a che fare con le capacità mentali superiori degli umani, capacità che gli animali non umani non possiedono. Non può trattarsi semplicemente della capacità di provare piacere o dolore, o di soffrire per la rottura di un rapporto come quello fra madre e figlio, poiché tutti i mammiferi hanno queste capacità. Per darci una ragione di credere che sia molto peggio uccidere esseri umani piuttosto che esseri di altre specie, queste capacità devono andare oltre, e devono includere non solo la coscienza, ma l?autocoscienza o, possibilmente, la capacità di fare progetti per il futuro. In questo modo abbiamo una ragione per comprendere l?ingiustizia di uccidere esseri, che si basa su qualcosa di chiaramente rilevante a livello morale. Il fatto che un essere sia in grado di capire che ha ?una vita? aggrava, a parità di altre cose, l?atto di porre fine a quella vita. Allora, e solo allora, poniamo fine alla vita di un essere che sa di essere vivo e che riesce a vedere se stesso come qualcosa che esiste nel tempo. Allora, e solo allora, l?essere ha una qualche idea di cosa potrebbe perdere se venisse ucciso o una certa capacità di avere desideri per il futuro che verrebbero frustrati con la morte.

A questo punto, però, risulterà ovvio che mentre gli umani tipici ? gli umani che vengono uccisi quando un uomo armato spara a caso contro una folla ? possiedono queste capacità, e le possiedono a un livello che un animale non umano non ha, alcuni umani non le possiedono. I neonati, ad esempio, non le hanno. E, mentre si potrebbe immediatamente obiettare che un neonato ha il potenziale per diventare un essere con capacità intellettuali di gran lunga superiori a quelle di un qualsiasi animale non umano, se si suppone che questa sia la ragione per cui uccidere un neonato sia sbagliato quanto uccidere un essere umano più vecchio, allora dovremo riconoscere che anche il feto umano ha un potenziale molto simile a quello dell?infante, e per la stessa ragione sarebbe sbagliato uccidere un feto umano.

Alcuni di voi, naturalmente, approveranno questa conclusione. Consideriamo, però, che molte persone non lo fanno, e senza l?influenza di rigide dottrine religiose, un numero ancora minore di persone l?approverebbe.

Non penso che il potenziale di un essere sia sufficiente a far sì che sia sbagliato uccidere quell?essere. La popolazione mondiale ha ormai superato i sei miliardi, e si sta dirigendo verso qualcosa come 9 o 10 miliardi, un numero che porterà le risorse del nostro pianeta ai limiti delle loro capacità. Noi non pensiamo che sia obbligatorio, o addirittura desiderabile, per le coppie fertili, mettere alla luce tanti più esseri umani quanto possibile, anche se ognuno di essi diventerebbe, con tutta probabilità, un essere umano unico, razionale e autocosciente. Sulla stessa base, non penso che il fatto che un feto umano possa diventare, con tutta probabilità, un essere unico, razionale e autocoscienze sia una ragione contro l?aborto.

Ora posso iniziare a spiegare le mie opinioni su un argomento che ha causato grande controversia, lo scorso autunno, in seguito alla mia nomina ad una cattedra di bioetica all?università di Princeton ? la questione del processo decisorio su vita-e-morte per gli infanti con disabilità. Per le ragioni a cui ho appena accennato, non penso che uccidere un qualsiasi infante neonato equivalga moralmente a uccidere un essere razionale e autocosciente. Ciò non significa, naturalmente, che uccidere infanti sia una questione di indifferenza morale. Al contrario, uccidere un infante è normalmente sbagliato, ma è normalmente sbagliato in primo luogo per il dolore che causa ai genitori che hanno concepito quel figlio, che amano già e vorrebbero accudire. La morte di un neonato, generalmente, è una tragedia per i genitori, non per l?infante che non ha neppure scorto le prospettive che la vita avrebbe potuto tenere in serbo per lui.

Qual è la differenza che la disabilità introduce nel nostro processo decisorio su vita-e-morte per i neonati? Ho cominciato ad interessarmi al trattamento di neonati con gravi disabilità verso la fine degli anni ?70, dopo avere appreso che era ed è pratica comune per i dottori affrontare tali casi ?lasciando che la natura segua il suo corso?. Ciò significa che non si eseguono operazioni, non si danno antibiotici, e i bambini muoiono lentamente dopo molti giorni, settimane o addirittura mesi. Spesso i genitori non vengono consultati, viene semplicemente detto loro che non c?è nulla che si possa fare per il figlio. Questa mi sembra un?evasione di responsabilità morale, e spesso gravemente disumana. Tuttavia, esaminando le prospettive per alcuni degli infanti con disabilità più gravi, ho dovuto accettare che non era sempre un bene prolungare la vita senza tener conto delle prospettive. Ma chi dovrebbe prendere una decisione tanto difficile? L?infante naturalmente non può farlo.

In circostanze normali, i genitori sono le persone su cui ha maggiore incidenza il fatto che il loro bambino viva o muoia. Dunque, sulla base di informazioni il più possibile complete, essi dovrebbero avere il peso principale nel decidere se si debba ricorrere all?utilizzo o meno delle risorse della medicina moderna per tenere in vita il figlio. Accetto il fatto che i dottori possano avere una visione esageratamente negativa della vita con una particolare disabilità. Perciò, esorto i genitori che si trovano nel dubbio di fronte a una tale decisione, di non affidarsi alle sole informazioni dei loro dottori, ma di contattare gruppi che rappresentino persone con particolari disabilità, i loro genitori o gli assistenti, per ampliare le proprie fonti di informazione.

Ciononostante, i genitori a volte possono decidere, sulla base di motivazioni ragionevoli, che è meglio che il figlio non viva. Cosa dovrebbe accadere allora? Lo scorso settembre, quando il clamore delle mie opinioni sul trattamento di neonati con gravi disabilità era al suo apice, ricevetti una telefonata da un dottore che dirige un reparto di terapia intensiva neonatale e si trova a dovere affrontare casi simili quotidianamente. Mi disse che, se dopo la consultazione con i genitori, questi convenivano che era meglio non mantenere in vita il figlio, lui spegneva i respiratori e rimuoveva persino i tubi che fornivano cibo e liquidi al neonato, ma non gli faceva l?iniezione letale. Vedeva in questo un?importante distinzione morale, ma non riusciva a spiegarmi in cosa consistesse. Gli risposi che, da un punto di vista psicologico, comprendevo perché lui percepisse le due cose come differenti, ma che non vedevo nessuna distinzione morale fra il permettere che la morte avvenisse rifiutando deliberatamente un trattamento medico disponibile o intervenendo attivamente per accelerare la morte e assicurare che essa avvenga in modo dolce e indolore. In realtà, penso che quest?ultima linea d?azione, proprio perché implica una sofferenza minore, sia spesso quella moralmente migliore da adottare.

Non tutti i dottori, naturalmente, sono pronti, come lo è stato questo dottore, a consultare i genitori e a sospendere il trattamento, anche quando le prospettive per un neonato sono pochissime. Nello stesso periodo in cui avvenne il mio colloquio con il dottore, ricevetti una email da una donna che chiamerò Signora B:

?Mio figlio John [non è il suo vero nome] è nato circa due anni e mezzo fa prematuro di 11 settimane. Pesava solo 1 libbra e 14 once. Mi avevano assicurato che, essendo già di 29 settimane e non presentando emorragie endocraniche, sarebbe stato bene. Non è così. John ha una diplegia cerebrale spastica con paralisi della metà destra del corpo?, ha problemi sensoriali e un ritardo nel linguaggio. Non sappiamo quale sarà il suo livello di funzionamento intellettuale, sebbene mi dicano che, probabilmente, avrà un?intelligenza ?normale?, forse con numerose disabilità nell?apprendimento. Sicuramente è più funzionale di alcuni bambini affetti da paralisi cerebrale ed ha almeno una piccola probabilità di condurre una vita sufficientemente ?normale?, ma il punto è un?altro.

?Io e mio marito amiamo nostro figlio (mediano di tre), ma se qualcuno mi avesse detto: ?Signora B, suo figlio avrà numerose disabilità nel suo cammino. Vuole ancora che lo intubiamo??, la mia risposta sarebbe stata no. Sarebbe stata una decisione penosa, ma sarebbe stata per il meglio. Sarebbe stata nell?interesse di John, nel nostro e degli altri nostri figli. Sono indicibilmente rattristata al pensiero di tutto ciò John che dovrà affrontare crescendo?.

Non è l?unica lettera di questo tipo che ho ricevuto e non penso che la Signora B sia una madre atipica. Vivono con bambini afflitti da gravi disabilità e osservano chiaramente che le vite dei loro figli sono tali, che sarebbe stato meglio se fossero morti alla nascita o subito dopo.

La Signora B continua introducendo un altro concetto anch?esso rilevante per la questione di come reagirebbero molti di noi di fronte all?opzione di scegliere se avere un bambino con disabilità gravi:

?Questa non è neppure la vita che avrei scelto per me stessa. Io e mio marito non abbiamo mai fatto segreto del fatto che non fossimo tagliati per essere genitori di un bambino gravemente handicappato, e abbiamo sempre detto che, se avessimo scoperto di aspettarne uno, avremmo abortito. Sentivo di non essere una persona tanto speciale da affrontare l?esistenza di un figlio così?.

Questa, evidentemente, è un?opinione diffusa. La diagnosi prenatale viene raccomandata di routine alle donne in gravidanza oltre i 35 anni, e la sorprendente maggioranza delle donne segue la raccomandazione. Se le analisi dimostrano che il feto è affetto da una condizione come la sindrome di Down o la spina bifida, quasi tutte le donne interrompono la gravidanza. Le loro motivazioni possono essere varie. In parte, come la signora B, potrebbero non vedersi tagliate come madri di un bambino con gravi disabilità. Ma, volendo il meglio per il ?loro bambino?, potrebbero anche pensare che è meglio porre termine ad una vita cominciata male e, forse, provarci ancora.

Mentre pensiamo a questi problemi, non dovremmo dimenticare che gran parte delle coppie al giorno d?oggi, almeno nelle società sviluppate, pianificano le loro famiglie. Avranno forse due o tre figli. La decisione di abortire un feto che ha, diciamo, la sindrome di Down, non è una decisione ?anti-bambini?, e ancor meno ?anti-vita?. È una decisione che dice: ?Dal momento che avrò solo due figli, voglio che abbiano le migliore prospettive per una vita piena e ricca. E se, all?inizio, queste prospettive vengono seriamente oscurate, preferisco ricominciare.?

È sicuramente una osservazione ragionevole. Riflette forse un pregiudizio contro l?idea che possa valere la pena vivere la vita con una disabilità? No, non più del richiedere ai rivenditori di alcolici di apporre avvertenze sui contenitori come: ?Avvertenza governativa: Secondo il servizio sanitario le donne che fanno uso di bevande alcoliche in gravidanza sono a rischio di difetti congeniti.? Ciò implica chiaramente che nell?opinione del governo degli Stati Uniti e del servizio sanitario le donne dovrebbero evitare di provocare difetti congeniti nei figli. In entrambi i casi, non stiamo negando che persone con disabilità possano avere vite che valga la pena vivere, stiamo dicendo solo che è meglio avere figli senza disabilità.

È curioso come molti di noi sembrino accettare un tale ragionamento quando si tratta di prevenire la nascita di bambini con disabilità, anche se ciò implica, a volte, la fine di una vita durante la gravidanza, e come, invece, quello stesso identico ragionamento ci sconvolga non appena il bambino è nato. Non sono sicuro del perché. Se c?è una cosa su cui hanno ragione gli oppositori dell?aborto, è sicuramente che la nascita non segna alcun cambiamento decisivo nella natura dell?essere in sé. Lo sviluppo del feto in bambino è graduale. Forse la differenza più significativa introdotta dalla nascita è data dal fatto che il bambino può essere dato in adozione più facilmente. Se la disabilità non è grave e ci sono coppie desiderose di adottare un bambino, questa può rivelarsi una soluzione migliore al porre fine a quella vita.

Ad eccezione della distinzione fra un feto di stadio avanzato e un neonato, non vedo il motivo per cui la nascita debba segnare una linea di demarcazione ? a meno che non si tratti del bisogno di avere una qualche linea non arbitraria che ci obblighi a prendere posizione con la nascita. Ho indicato come la vera linea divisoria morale si manifesti più tardi, quando inizia l?autocoscienza. Ma anche in questo caso non si possono tracciare delle linee nette. Per questo motivo io e la mia collega, Helga Kuhse, abbiamo proposto di concedere un intervallo di 28 giorni dopo la nascita, durante il quale i genitori, assieme ai dottori, devono decidere con discrezione sulla vita e la morte del neonato. Ma ora penso che anche questo sia troppo arbitrario per funzionare, quindi, dirò semplicemente che tali decisioni dovrebbero essere prese subito dopo la nascita, non appena la diagnosi accurata della condizione del bambino e il bisogno di un?attenta valutazione da parte dei genitori lo permettano.

Nel concludere questa parte del mio discorso, voglio sottolineare che ciò di cui ho discusso finora rimane nel contesto degli infanti e delle decisioni dei genitori sugli infanti. Non vi è alcuna applicazione diretta ai bambini più grandi o agli adulti con disabilità. Il fatto che una persona si trovi su una sedia a rotelle o sia cieca, non ha niente a che vedere col suo status di ?persona?, e non è perciò in alcun modo attinente alla questione della gravità di porre termine alla vita di quella persona contro la sua volontà. Ammetto che permetterei a dei genitori di porre fine alle vite di bambini che, crescendo, potrebbero finire su una sedia a rotelle o essere ciechi. Qualcuno potrebbe dirmi, come è accaduto, che se le mie opinioni avessero trovato ampia realizzazione, oggi non sarebbe vivo. Ma ciò è vero anche in riferimento all?aborto, e potrebbe essere vero anche in alcuni casi in seguito alla consulenza prenatale, dal momento che ai genitori potrebbe essere consigliato, ad esempio, di ottenere un seme donatore per evitare una disabilità genetica. Forse qualcuno vede in questo un motivo per impedire la consulenza prenatale? Ed è indubbio che ci sono molte persone vive oggi che non lo sarebbero se i loro genitori non fossero riusciti ad avere un aborto, perché allora i genitori non avrebbero avuto un altro bambino.

Infine, vorrei ribadire, come ho già fatto molte volte, che credo la comunità debba dare il più completo supporto alle persone con disabilità al fine di integrarle nella comunità stessa, di renderle in grado di ricevere un?educazione e di vivere e lavorare quanto più normalmente possibile

1 commento

05 Set 2005

via la prof di religione""Cacciata perché sexy"

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PESARO – Perché è divorziata o perché indossa la minigonna, il risultato non cambia: Caterina Bonci, 38 anni di Fano in provincia di Pesaro, è stata licenziata dal vescovo. La sua carriera di insegnante di religione nella scuola elementare è terminata: “Abbiamo pazientato fin troppo”, ha detto il responsabile diocesiano della scuola don Alcide Baldelli. “Ha fatto il concorso e non ne aveva la possibilità: le divorziate non hanno l’idoneità all’insegnamento della religione cattolica. Se poi si aggiungiamo le proteste che ho ricevuto dalle sue colleghe che l’hanno vista arrivare a scuola in minigonna, allora si comprende perché questo insegnamento non doveva essere permesso neppure 10 anni fa”.

Lei, lunghi capelli biondi, labbra carnose e sguardo diretto, non si mostra intimorita dalle parole del sacerdote. Piuttosto è delusa: “Mi hanno cacciata dopo 14 anni di insegnamento. Non è giusto: questa è una cattiveria”. Ma la minigonna? “A scuola non l’ho mai portata. Ma se decido di vestirmi con una gonna uguale a quella di migliaia di altre donne, se decido di andare al mare e mettermi il due pezzi, se vado a fare una passeggiata con una tuta non significa che sono incompatibile con l’insegnamento della religione. E’ aberrante: non sono una suora. Ho garantito sempre la massima serietà e sono stata ripagata con un licenziamento in tronco per il mio divorzio avvenuto dieci anni fa”.

Don Alcine Baldelli propone invece un’altra versione: “L’abbiamo lasciata al suo posto malgrado fosse divorziata perchè convinti che la rottura del matrimonio fosse stata colpa del marito. Ma poi lei ha partecipato ad un concorso senza attendere il nostro certificato di idoneità e questo ha fatto precipitare le cose. Il motivo del licenziamento è il divorzio, ma certo che i suoi atteggiamenti e le sue minigonne hanno contribuito ad aggravare i rapporti. Insomma, la sua figura mal si concilia con quel ruolo. Il caso è chiuso”. Tar e Consiglio di Stato gli hanno dato ragione: il ricorso presentato ai giudici amministrativi è stato respinto. “E intanto io cosa faccio?”, si domanda l’oramai ex professoressa. “Ho rinunciato a risposarmi e ad avere figli, e questa è la ricompensa. Cacciata via dopo 14 anni di servizio. E’ ingiusto e molto poco cristiano”.

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07 Mag 2005

Perchè tu possa ascoltarmi -Pablo Neruda

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Perchè tu possa ascoltarmi
le mie parole
si fanno sottili, a volte,
come impronte di gabbiani sulla spiaggia.

Collana, sonaglio ebbro
per le tue mani dolci come l’uva.

E le vedo ormai lontane le mie parole.
Più che mie sono tue.
Come edera crescono aggrappate al mio dolore antico.

Così si aggrappano alle pareti umide.
E’ tua la colpa di questo gioco cruento.
Stanno fuggendo dalla mia buia tana.
Tutto lo riempi tu, tutto lo riempi.

Prima di te hanno popolato la solitudine che occupi,
e più di te sono abituate alla mia tristezza.

Ora voglio che dicano ciò che io voglio dirti
perchè tu le ascolti come voglio essere ascoltato.

Il vento dell’angoscia può ancora travolgerle.
Tempeste di sogni possono talora abbatterle.
Puoi sentire altre voci nella mia voce dolente.
Pianto di antiche bocche, sangue di antiche suppliche.
Amami, compagna. Non mi lasciare. Seguimi.
Seguimi, compagna, su quest’onda di angoscia.

Ma del tuo amore si vanno tingendo le mie parole.
Tutto ti prendi tu, tutto.

E io le intreccio tutte in una collana infinita
per le tue mani bianche, dolci come l’uva.

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