22 Gen 2017

Charlie Hebdo non si smentisce

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“La neve è arrivata, ma non per tutti”. Charlie Hebdo non si smentisce e dopo le vignette sul terremoto di Amatrice torna a ironizzare sulle tragedie italiane. L’ultima vignetta choc rappresenta la morte sugli sci che scende facendo saltare case e alberi

 

 


 

 

 

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20 Gen 2017

PALAZZI & POTERE

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www.ilfattoquotidiano.it    Di Thomas Mackinson

 

Basta un fax per mettersi in “missione” e figurare presenti anche quando non ci sono, percependo così 3.500 euro netti al mese per le spese di soggiorno, come fossero lì. Dovrebbero valere solo per “incarichi della Camera” stessa, ma nessuno controlla e molti si fanno i fatti propri o del partito, fino all’autocertificazione. Imbattibile il ministro Lotti: fa più “missioni” lui del ministro degli EsteriBrunetta che sta in tv anziché in aula, la Brambilla che si defila dalle sedute per inaugurare ipermercati. C’è chi, come la Vezzali, esercita il suo mandato direttamente in palestra. A svuotare il Parlamento contribuisce un esercito di deputati in libera uscita permanente che si dileguano dai lavori d’aula e commissione per farsi i fatti propri o del partito, avendo però cura di farsi pagare come fossero lì. Un po’ come i dipendenti del Comune di Sanremo, senza neppure la fatica di strisciare un cartellino. Tra i campioni spiccano anche Luca Lotti, che da sottosegretario riusciva a collezionare più “missioni” del ministro degli Esteri e il vicepresidente della Camera Di Maio, pizzicato in missione tra i banchetti del “no”. Sì, Di Maio tu quoque.L’escamotage per rendersi ubiqui è un uso intensivo – se non l’abuso vero e proprio – della “missione”, l’istituto previsto dal  regolamento della Camera (art. 46 comma 2) che recita: “I deputati che sono impegnati per incarico avuto dalla Camera, fuori della sua sede o, se membri del Governo, per ragioni del loro ufficio, sono computati come presenti per fissare il numero legale”. Per questo chi svolge l’incarico percepisce per intero la diaria, cioé il contributo per le spese di soggiorno a Roma. Altri 3.500 euro netti al mese, oltre lo stipendio. Somme cui non avrebbe diritto – qualora risultasse assente  per effetto delle decurtazioni previste dallo stesso regolamento: 206,58 euro per ogni seduta in cui si vota e 500 mensili per giunte e commissioni. Così le norme, la prassi instaurata è però un’altra: i deputati (e senatori) ricorrono a missioni anche per starsene rintanati nei propri uffici, oppure per uscire dal Parlamento a svolgere attività che spesso nulla hanno a che vedere con la Camera come “istituzione”. Così non passano per degli scansafatiche, giacché l’assenza “giustificata” non viene conteggiata. E soprattutto arrotondano. Quello delle “missioni fittizie” è un affare d’oro e senza rischi: per esentarsi dal lavoro, figurando però di esserci, agli onorevoli basta un fax. L’Ufficio di Presidenza autorizza, il Servizio Assemblea passivamente registra, nessuno controlla. Specie in caso di incarichi di governo e di titolari di cariche interne per i quali – precisa una nota della Camera – “la Presidenza prende atto, senza procedere ad alcun vaglio”. Tanto che “non sono mai stati adottati provvedimenti per uso improprio dell’istituto”. Che del resto neppure esistono, e il ché la dice lunga. Soprattutto spiega perché le Camere si tramutino così spesso nel deserto dei Tartari, dove marcano missione anche 150 onorevoli alla volta.Perché nessuno denuncia questo andazzo? Perché troppi ne beneficiano, a volte per “missioni” assai poco probabili sulle quali i vertici di Montecitorio chiudono gli occhi e pure le orecchie: abbiamo chiesto più volte all’ufficio di Presidenza e al Servizio assemblea di poter consultare le richieste che hanno autorizzato al fine di verificare la rispondenza tra l’oggetto della missione dichiarata e la reale natura degli impegni poi svolti dai deputati fuori dal Parlamento. Non li abbiamo mai ricevuti, neppure sollecitando segreterie e portavoce di alcuni parlamentari. Ecco cosa è emerso da ricostruzioni empiriche, sulla base dei resoconti d’aula e delle cronache di giornata.

DI MAIO, TU QUOQUE – E’  l’esponente dei Cinque Stelle che più si è speso nella battaglia sulle indennità dei deputati. Per questo ha subito anche l’affondo di Renzi alla vigilia del voto: “Ha il 37% delle presenze, perché non gli diamo allora il 37% dello stipendio?”. Avrebbe potuto anche querelarlo, il vicepresidente della Camera, perché quel dato è falso: con il 55% di missioni la sua presenza in Parlamento schizza all’88%. Altro che assenteista. E allora: “Scusi Di Maio, querela Renzi?”. L’esponente M5S non risponde, forse per stile o forse perché sa che le missioni dichiarate sono spesso fittizie e raramente aderenti al dettato del regolamento della Camera che lui ben conosce, essendone vicepresidente. La libera uscita, per titolari di cariche interne, dovrebbe essere “per incarico connesso con l’esercizio di funzioni istituzionali”. Gli impegni espletati però sono di altra natura, prettamente politica. Per la quale sarebbe stato più corretto indicare l’assenza anziché la missione.IN PALESTRA – All’espediente non si ricorre solo per avidità. Spesso lo si fa per il tempo, qualcuno addirittura per sport come Valentina Vezzali (Gruppo Misto), pluricampionessa e vanto della scherma italiana. Il suo 5,33% di “missioni” si è rivelato un bluff all’occhio delle telecamere di La7 che nel 2014 l’ha colta più volte in palestra anziché in aula. Dove risultava assente ma giustificata. E incassava tutta la diaria. A volte dietro la “missione” c’è una causa assolutamente legittima ma non per questo più in linea con le norme. A QUATTRO ZAMPE – Il 4 maggio 2016 in aula si  discute e si vota la legge sul consumo di suolo e c’è anche Renzi che risponde a briglia sciolta alle interrogazioni. La seduta inizia alle 9 e termina dopo le 20, 112 deputati sono in missione. Manca, tra gli altri, Michela Vittoria Brambilla. Dov’era lo racconta il giorno dopo la Gazzetta di Modena: l’ex ministro, autoproclamata paladina degli animali, inaugurava un negozio pet friendly all’ipermercato “La Rotonda” della città emiliana. Stretta tra i manager del gruppo Conad testimonia l’importanza di offrire ai clienti appositi carrelli per gli amici a quattro zampe. Ecco, questa era la sua “missione” e la ripeterà più volte (il 5 ottobre 2016 a Bernareggio, 60 km da Roma) sempre nei panni di presidente di un’associazione animalista che lei stessa ha fondato. Mai, ci si augura, su effettivo incarico della Camera. Abbiamo chiesto all’onorevole l’elenco delle richieste autorizzate per verificare la congruità tra missioni dichiarate e impegni, ma anche lei non ha voluto rispondere.

MISSIONI IMPOSSIBILI – Irriducibili della specialità siedono anche tra i banchi del governoLuca Lotti, deputato e neo ministro dello Sport, ne è diventato il principe: in tre anni e mezzo è stato più in missione (77%) che in aula (13,58%), tanto da collezionarne più lui del Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni (65%). Tra le tante c’è anche quella di salvare il Pd da se stesso, catapultandosi sui circoli in fermento, che catalogare tra quelle “in ragione del proprio ufficio”, come recita il regolamento della Camera, è arduo. Eppure il Servizio Assemblea registra la “presenza” e la trasmette agli uffici per le competenze parlamentari, che pagano la diaria piena. TELEMISSIONI – Cè chi alle Camere predilige le telecamere. Se si facesse mai un confronto palinsesti/verbali d’aula si noterebbe un vorticoso travaso. Tra gli altri, di Renato Brunetta, capogruppo di FI, missionario storico (83% di missioni, 5 di assenze e 11,7 presenza) e presenzialista catodico. Non si sa cosa facesse nei giorni in cui si dichiarava in missione. Salvo ritrovarlo a una certa ora sul piccolo schermo, mentre l’aula ancora discuteva.

VENT’ANNI DI ABUSI – Gli onorevoli d’oggi magari sono più spudorati, ma non si sono inventati nulla: l’abuso di missione, che viene negato ancora oggi, in realtà è una piaga da almeno vent’anni. Lo dimostra una circolare del 21 febbraio 1996 a firma di Irene Pivetti che tenta di circoscrivere i criteri di missione ad attività “direttamente legate ai compiti istituzionali”. Perché, si legge, “sono oggetto di prassi interpretative estensive, nel senso che sono state comprese tra le missioni per incarico della Camera anche attività svolte da deputati per conto dei gruppi di appartenenza; tali incarichi esulano tuttavia dal significato proprio della dizione regolamentare, ponendosi in palese contrasto con la lettera e lo spirito della norma”.Le missioni autorizzabili dal Presidente della Camera – secondo quelle disposizioni vigenti tuttora – sono solo su incarico di commissioni, per l’esercizio di “funzioni istituzionali” di membri dell’Ufficio di Presidenza, presidenti di commissioni e giunte o anche di singoli deputati; per membri di delegazioni presso organismi internazionali (Ue, Nato, Ocse) e per chi ha incarichi governativi “in relazione ad attività formali dell’organo, comunicate preventivamente alla Presidenza della Camera”.Luciano Violante, quattro mesi dopo, allarga i paletti autorizzando uscite per “funzioni di rappresentanza politico-istituzionale”. Attenzione però: l’indicazione vale solo per presidenti dei gruppi e loro vice (a parziale giustificazione di Brunetta, non di Lotti e gli altri) in attesa di un auspicato “riordino complessivo della materia”, che non è mai arrivato. Gianfranco Fini nel 2010 introduce le decurtazioni contro gli assenteisti salvaguardando ancora missionari e presunti tali. Più nessuno è tornato in argomento e la presidenza Boldrini sembra autorizzare con grande benevolenza, fino a sfiorare l’autogestione a favor di deputato, specie se titolare di cariche o se membri del governo. Risultato: ancora oggi ogni seduta d’aula parte da un lungo elenco di desaparecidos che, legittimamente o meno, gravano sugli 80 milioni di euro versati dall’Ufficio per le competenze parlamentari. RICEVIAMO E PUBBLICHIAMOIn merito all’articolo pubblicato ieri dal vostro giornale, a firma Thomas Mackinson, si precisa che nel periodo indicato dal giornalista il ministro Luca Lotti (in quel momento Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) è stato assente dai lavori parlamentari proprio perché impegnato in missioni istituzionali. Missioni, peraltro, facilmente verificabili perché legate ad eventi pubblici e, in quanto tali, seguiti da agenzie di stampa, giornali e tv. Solo per fare tre esempi: l’11 marzo 2016 per una visita al cantiere del nuovo Palazzo di Giustizia di Reggio Calabria (finanziato con 3 mln dal Cipe), il 14 ottobre 2016 per l’inaugurazione della Fiera di Sassari e il 16 settembre 2016 sempre in Sardegna per incontri con alcuni rappresentanti di istituzioni locali e regionali.
Ufficio stampa del ministro Luca Lotti
Non abbiamo scritto nulla di diverso salvo segnalare che durante quelle missioni che alla Camera risultano “autorizzate a fini istituzionali” dalla Presidenza del Consiglio l’ex sottosegretario Lotti ha partecipato a convegni dei comitati per il Sì di Reggio Calabria e Olbia e a una riunione del circolo Pd di Sassari. Non esattamente “impegni istituzionali” (t.m.) A seguito di una puntualizzazione apparsa sulla pagina Facebook dell’onorevole Luigi Di Maio si precisa quanto segue:

Di Maio risulta in missione il 55% delle volte in cui si è votato e per ognuna ha evitato di vedersi decurtare la diaria di 208 euro, somme cui non avrebbe avuto diritto, qualora fosse risultato assente. Giustifica l’alto numero di missioni come effetto dell’automatismo per cui chi presiede è in missione tutto il giorno. Di Maio però non ha presieduto l’aula una volta su due, essendo quattro i vicepresidenti e dovendosi alternare con i colleghi. Inoltre l’appello all’automatismo stride con la facoltà del deputato di interrompere in ogni momento la sua missione per riprendere posto in aula/commissione. Se Di Maio o altri utilizzano la parte residua della giornata per impegni diversi è una libera scelta, non un automatismo. E nel merito Di Maio non ha voluto rispondere al Fatto Quotidiano, nonostante ripetuti solleciti prima della pubblicazione del pezzo, ma se gli impegni erano anche di natura politica – come da sua stessa ammissione –  il ricorso a missioni da parte di Maio sarebbe in contrasto col dettato regolamentare che le consente solo “su incarico e in rappresentanza della Camera” e a “fini istituzionali”, non per impegni politici o di partito, ad eccezione dei capigruppo. E l’onorevole Di Maio non lo è.


 

 

 

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17 Gen 2017

Il Magistrato del Po.numeri da capogiro

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Sodo caustico

ilblogdisodocaustico.blogspot.com/

Sulle tracce dell’ufficio di tutela del Po costituito nel 1831 nel Ducato di Parma e Piacenza, nel 1956 venne istituito l’ente Magistrato del Po, a Parma, dopo la grave alluvione del 1954, per coordinare le attività di intervento e tutela dei corsi d’acqua interni, Po e suoi affluenti. Con la riforma del 2002, le attività vennero trasferite e ripartite fra Autorità di Bacino del fiume Po (AdBPo), organismo misto Stato-Regioni che si occupa delle attività di pianificazione, ed Autorità Interregionale
del fiume Po (AIPo), ente strumentale delle regioni interessate dal corso del fiume (Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, con la creazione di uffici distaccati in Valle d’Aosta e nelle province autonome di Trento e Bolzano; le regioni Liguria e Toscana hanno stipulato convenzioni per il conferimento all’AIPo delle competenze sui corsi d’acqua affluenti del Po) che si occupa delle attività di programmazione degli interventi nel bacino (Po ed affluenti, diretti ed indiretti) e di gestione dei corsi d’acqua.. Non ci sono chiari i motivi della duplicazione dell’ente né che cosa di intenda con pianificazione e programmazione: ma è solo la prima delle incongruenze dell’ente (e sfidiamo ad alzare la mano quanti ne conoscono esistenza ed attività).
AIPo ha 390 dipendenti, uno ogni 2 chilometri del Po; oltre agli uffici distaccati sopra citati, AIPo ha 12 sedi periferiche (Torino, Alessandria, Pavia, Milano, Piacenza, Cremona, Parma, Reggio Emilia, Mantova, Modena, Ferrara, Rovigo), una ogni 60 chilometri (e solo Torino, Piacenza, Ferrara e Rovigo si affacciano sul Po…).
Non essendo una autorità né un ente con propria personalità giuridica, ma una agenzia interregionale, AIPo non è soggetta a controlli tipici degli enti pubblici; non è rintracciabile un bilancio sul sito istituzionale; non sono chiare le logiche di intervento, investimento, spesa adottate. Per la sua sopravvivenza economica AIPo fa ricorso ai contributo delle 4 regioni e dello Stato: ed anche in tal caso, non sono definite le “regole d’ingaggio”.
Nel 2012 AIPo dichiara un risultato finanziario di 235.7 milioni; ma la realtà dei numeri è diversa: cassa ad inizio 2012 79.3 milioni, riscossioni 47 milioni, pagamenti 69.9 milioni, cassa finale 56.4 milioni; come si arriva a 235.7 milioni? Con il “trucchetto” dei residui attivi per 288,8 milioni (previsioni di incasso: previsioni, appunto…) e residui passivi per 109.5 milioni.
Le spese correnti 2012 sono indicate in 52.8 milioni (di cui, 21.3 milioni per la struttura) coperte per 30.7 milioni da contributi dello Stato, 700.000 da entrate correnti, 18.6 milioni da “quota avanzo presunto 2011”; le spese per investimenti 283 milioni. AIPo può fare affidamento su ulteriori contributi dello Stato (32.1 milioni, di cui 7.4 milioni a copertura del costo di 273 dipendenti trasferiti ad AIPo), Protezione Civile (1 milione), Lombardia (12.8 milioni, cui si aggiungono 9.1 milioni con contributo per la copertura delle spese per la gestione della navigazione regionale), Veneto (3 milioni di finanziamento), Emilia Romagna (30.3 milioni per la gestione della navigazione regionale); vista la sua situazione finanziaria, non è dato sapere se il Piemonte potrà partecipare.
Un guazzabuglio contabile, tipico della contabilità farraginosa della PA; che fa sorgere domande: quale è il bilancio di AIPo? Quale il suo patrimonio? Quale è patrimonio immobiliare? Quale è il costo del personale, totale e per dipendente? Stato e regioni “pagano a piè di lista”? Che controllo viene fatto da Corte dei Conti, Ministero delle Infrastrutture, regioni?
Riteniamo che i traffici sulle vie d’acqua interne siano importanti, anche se il Po non è il Reno tedesco; una decente politica integrata dei trasporti commerciali non può farne a meno.

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16 Gen 2017

Milano, 15 gennaio 2017 – seconda vittima

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Milano, 15 gennaio 2017 – Tragico ritrovamento in un appartamento in zona Lorenteggio: una donna di 50 anni, Rosanna Belvisi, è stata trovata sgozzata e senza vita nella sua abitazione al piano terra in via Coronelli 11

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14 Gen 2017

Delitto di Baggio: Tiziana uccisa per soldi

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la prima vittima del 2017

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13 Gen 2017

FENOMENO SEX EXTORTION

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La sex extortion è un fenomeno crescente e si presenta sotto due fenomenologie: una tipicamente domestica, spesso riconducibile a coppie che si separano, con uno dei due (quello che la subisce) che viralizza sul web immagini intime dell’ex partner, l’altra, a dimensione internazionale, dettata esclusivamente da ragioni di profitto, in cui tra attore e vittima non esiste alcun legame, e gli autori sono quasi sempre localizzati all’estero (Africa o Asia), tant’è che la Polizia Postale e delle Comunicazioni sta conducendo con regolarità operazioni internazionali nel tentativo di indebolire le potenzialità offensive dei gruppi criminali cui quegli autori fanno capo. In entrambi le tipologie di reato, la Specialità sta dedicando però notevoli risorse anche nel campo della prevenzione, ritenendolo ancora più importante di quello della repressione.
Il più delle volte tutto inizia nel mondo dei social: gli adescatori avvicinano le loro vittime con frasi insospettabili, parlando del “più e del meno”, di tematiche generali, dando inizio ad una vera e propria fase di conoscenza che con il passare del tempo, evolve diventando fiducia e, in alcuni casi, un legame sentimentale.
L’ignaro malcapitato sente di potersi aprire completamente con il suo interlocutore, lo sente vicino e crede che il sentimento sia reciproco, ma in realtà, una volta instaurato il rapporto, il passaggio alla fase successiva cambia la natura
della relazione.
Non appena il legame si fa più intimo l’autore del reato invita la sua vittima a mostrarsi attraverso foto e/o video chat che lo ritraggono in atteggiamenti ambigui, in pose sexy o in situazioni equivoche. Le immagini così ottenute e registrate diventano l’asso nella manica dell’adescatore che, mostrandosi nel suo reale status di impostore, inizierà a ricattare il malcapitato per estor

http://www.commissariatodips.it

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12 Gen 2017

Angelo Lanzaro, aveva 43 anni

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i chiamava Angelo Lanzaro, aveva 43 anni e da un anno e mezzo viveva nel capannone che un tempo ospitava il Mercatone ad Avellino, il senza fissa dimora morto ieri nella città campana a causa del freddo. L’uomo è stato trovato sul suo giaciglio ghiacciato, privo di vita. Oggi sarà effettuata l’autopsia anche se la situazione tuttavia lascia poco spazio ai dubbi. Drammatica la storia di Angelo: originario della provincia di Napoli, con un matrimonio finito alle spalle e due figli, ridotto in povertà e costretto ad abitare in un tugurio. Il Mercatone, nonostante gli accessi fossero stati murati, è di facile accesso d’estate. D’inverno, tuttavia, per le temperature rigide nessuno vi si rifugia. Solo i più disperati fra i disperati.

Ora, dopo la tragedia, ad Avellino la polemica coinvolge l’Amministrazione comunale: com’è possibile che un senza fissa dimora seppur conosciuto dai servizi sociali non sia stato ‘messo in sicurezza’ e monitorato? Possibile che sia ‘sfuggito’ in una cittadina medio-piccola come Avellino, dove il problema dei clochard non rappresenta una situazione ingestibile al pari delle grandi metropoli? L’amministrazione è guidata da tre anni da Paolo Foti (Partito Democratico). E dire che il giovane morto di freddo appariva in un reportage giornalistico dell’emittente irpina Tele Nostra, datato dicembre 2016, nel quale, interpellato da un cronista, chiedeva disperato aiuto proprio al sindaco avellinese per la sua situazione, senza evidentemente ottenere riscontro.

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02 Gen 2017

forse sbagliamo qualcosa!!!!!

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21 Dic 2016

italia: il paese alla rovescia.Se non sono ladri non li vogliamo!!!!!!!!

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21 Dic 2016

Referendum, il giudice Ferdinando Imposimato: “C’è contiguità tra la riforma costituzionale e il piano della P2″

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“C’è un’assoluta contiguità tra questa riforma costituzionale e il piano di Rinascita Democratica della P2″. Lo ha detto il giudice Ferdinando Imposimato, presidente onorario aggiunto della Corte di Cassazione, intervenuto ai microfoni di Radio Cusano Campu”Questa operazione di stravolgimento della Costituzione – ha aggiunto Imposimato – è iniziata nel 1969 quando si propose, attraverso il piano di Rinascita Democratica, il modello che era stato elaborato da Gelli, il quale a sua volta lo aveva ricevuto da altri che volevano imporlo all’Italia. La Costituzione – ha proseguito – è riuscita a difendersi e questo progetto di repubblica presidenziale è sicuramente contenuto in questa riforma del governo. C’è un’assoluta contiguità tra questa riforma e il piano di Rinascita Democratica della P2. Hanno gli stessi obiettivi. Il Presidente della Repubblica Mattarella ebbe a criticare qualunque progetto che vedesse un solo uomo al comando, poi non l’ha più detto”.All’Università degli Studi di Roma Tre, le autorità accademiche dell’ateneo hanno deciso di imporre il proprio veto al confronto, proposto dagli studenti per il no, con il giudice Ferdinando Imposimato. “Io sono stato invitato dagli studenti – ha spiegato Imposimato -, ho scritto una lettera al Rettore in cui facevo presente che il silenzio non si addiceva al referendum, perché il silenzio scatta il giorno prima del voto. Il problema della campagna referendaria non può essere equiparata alla campagna elettorale per le elezioni. Quest’opera di informazione è doverosa soprattutto per gli studenti. I ragazzi hanno chiesto al rettore di poter fare questo incontro sul referendum e questa richiesta è stata bocciata a voce”.”Io ho già rimproverato agli studenti di non aver messo questa richiesta per iscritto – continua Imposimato – Non si mette il silenzio sulla questione referendaria, addirittura con un periodo di 20 giorni di anticipo. Si fa questo per cercare di impedire di informare i cittadini che la Costituzione del ’48 è una carta meravigliosa che non è stata attuata, mentre la riforma del governo è un guazzabuglio verso la strada della dittatura. E’ evidente che in questa fase c’è paura di inimicarsi il governo. C’è la volontà di essere contigui, proni alla volontà del governo. Io credo – ha concluso – che invece bisognerebbe che loro si informassero bene e si rendessero conto che questa riforma è liberticida”.

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