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16 Gen 2018

bitcoin, il tramonto

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16 Gen 2018

Papa Francesco

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“Si, ho davvero paura. Siamo al limite. Basta un incidente per innescare la guerra. Di questo passo la situazione rischia di precipitare. Quindi bisogna distruggere le armi, adoperarci per il disarmo nucleare”. Papa Francesco è in volo verso Santiago del Cile, da dove comincerà stasera il suo viaggio apostolico che toccherà Cile e Perù; per prima cosa ha donato ai giornalisti al seguito una foto scattata a Nagasaki dopo l’esplosione atomica del ’45. Un gesto per rilanciare il suo allarme sul nucleare.

 

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16 Gen 2018

la razza

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Fontana e la gaffe sulla ‘razza bianca a rischio’: “La Costituzione è la prima che parla di razze”

 

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24 Ott 2017

il calcio!

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Choc all’Olimpico: Anna Frank con la maglia della Roma, il “dono” dei tifosi laziali alla Curva Sud -

 

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28 Feb 2017

Hitler i disabili li eliminava gratis’

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‘DJ Fabo morto? Hitler i disabili li eliminava gratis’, è bufera su Adinolfi Fanno discutere le dichiarazioni su Facebook di Mario Adinolfi dopo la morte in Svizzera di DJ Fabo

Eutanasia, Francesca Chaouqui contro Dj Fabo: “È un vigliacco, non un eroe”

 

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10 Feb 2017

Ho resistito finché ho potuto.

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Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.

Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.
Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.
Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

Ho resistito finché ho potuto.

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28 Gen 2017

Ma siamo gente perbene noi. Sono i profughi che ci rovinano le giornate.

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  Lui, che stava seduto sul muretto della stazione, si è lasciato scendere giù, nell’acqua

A volte ti chiedi che senso abbia vivere se devi passare tutto il tuo tempo breve come un sasso che rotola – e i sassi, si sa, non hanno radici, non hanno legami – e come un sasso poi finire, in fondo all’acqua color d’inverno, nel divertimento indifferente della gente. Pateh Sabally era un migrante, 22 anni, dal Gambia che 99 italiani e mezzo su 100 non sanno collocare sulla cartina dell’Africa.

SOLITUDINE CHE FA IMPAZZIRE. Si è ammazzato a Venezia, gettandosi nello specchio del Canal Grande, di fronte alla stazione di Santa Lucia. Tutto a causa di un permesso revocato, pare. Più probabilmente della stanchezza; più verosimilmente ancora, della solitudine. Perché é quella, alla fine, a svuotare, a fare impazzire e a un certo punto a far vedere tutto chiaro, finalmente, con quell’evidenza che viene dalla follia.

DAL CALDO AL FREDDO ATROCE. E allora buttarsi è un attimo, rifiutare i salvagente lanciati da un vaporetto di passaggio è un attimo, scomparire nel grigio d’acque gelide di gennaio a Venezia è un attimo. Forse era debilitato. Forse ha perso subito i sensi, assiderato, tramortito da un’acqua insostenibile. Fuggito dal caldo infernale, è morto nel freddo atroce.

Lui, che stava seduto sul muretto della stazione, si è lasciato scendere giù, nell’acqua

Non aveva nessuno qui, così come a Pozzallo di Ragusa, dove la carta d’identità, dalle generalità in parte generiche, lo collocava, insieme con un permesso ottenuto per motivi umanitari. Hanno faticato a capire chi fosse quel ragazzo di 22 anni, appena rotolato a Venezia da Milano, in treno, alla ricerca chissà di che, in fuga chissà da cosa, sospinto da una disperazione senza speranza.

NON AVEVA UN COMPLEANNO CERTO. Hanno scritto sui documenti «nato il primo gennaio», quando uno non sa dire quando davvero sia venuto alla luce. Pateh non possedeva neppure la certezza di un compleanno. Chissà se in patria aveva qualcuno, una famiglia, e chissà se quei parenti lo piangeranno mai.

VALE LA PENA UN OGGI SENZA DOMANI? A 22 anni si è già troppo del mondo per vivere, oppure si è ancora bambini, come capita ai nostri. Forse Pateh era l’uno e l’altro, un ragazzo non ancora uomo, a dispetto dei baffi lasciatisi crescere, che dell’uomo aveva dovuto subire le prove, a cominciare dallo spaesamento, lo straniamento che consuma dentro, che ti consegna a un tempo dove il tempo è finito, non c’è più domani, c’è un oggi come ieri ed è fatto di una domanda, che è sempre la stessa in ogni lingua, ogni dialetto del mondo, e che scava ogni uomo senza più appigli: a che serve, vale la pena un altro oggi senza domani? E lui, che stava seduto sul muretto della stazione, si è lasciato scendere giù. Nell’acqua.

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27 Gen 2017

LA RICORRENZA

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Il 27 gennaio 1945 i soldati dell’Armata Rossa abbattevano i cancelli di Auschwitz e liberavano i prigionieri sopravvissuti allo sterminio del campo nazista. Le truppe liberatrici, entrando nel campo di Auschwitz-Birkenau, scoprirono e svelarono al mondo intero il più atroce orrore della storia dell’umanità: la Shoah. Dalla fine degli anni ’30 al 1945 in Europa furono deportati e uccisi circa sei milioni di ebrei.
Con una legge del 20 luglio 2000, la Repubblica italiana ha istituito il Giorno della Memoria e nel primo articolo riconosce il 27 gennaio come data simbolica per “ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.
Quello di quest’anno è il quattordicesimo appuntamento con il Giorno della Memoria, a sessantanove anni dalla liberazione del campo di sterminio di Auschwitz e dalla fine della Shoah. In tutta Italia (e in molti paesi europei) vengono “organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”.
Primo Levi, il grande scrittore italiano deportato e sopravvissuto al lager di Auschwitz ha scritto che ogni qualvolta si pensa che uno straniero, o un diverso da noi è un Nemico, si pongono le premesse di una catena al cui termine c’è il Lager, il campo di sterminio.
A proposito del genocidio del popolo ebraico, ne “I sommersi e i salvati” Primo Levi ha detto: “E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”.
La legge che istituisce il Giorno della Memoria cerca di prendere in carico il ricordo tremendo di quanto è accaduto e la responsabilità preventiva della nostra comunità e di quella europea in generale nei confronti del futuro. Lo scopo indicato dalla legge nell’articolo 2, è proprio quello di “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere”.

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27 Gen 2017

the wall. Trump e le frontiere.

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Gennaio 2017 si costruiscono ancora muri ai confini!!

 

 

Il muro dell’ex ghetto di Cracovia richiama alla memoria quelli costruiti in Europa e quello che qualcuno vorrebbe fare negli Stati Uniti d’America.

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25 Gen 2017

a proposito di charlie hebdo!!!!!

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Tutti si sentono in dovere di rispondere a charlie hebdo .non mi sembra abbia fatto domande!!!!!!!!!!!!

Charlie Hebdo è un periodico settimanale satirico francese, dallo spirito caustico e irriverente. La testata, fondata nel 1970, pubblica vignette e articoli caustici e dissacranti nei riguardi della politica (soprattutto soggetti di estrema destra) e ogni tradizione religiosa (in particolare il cristianesimo, l’Islam e l’ebraismo).

Nella notte tra il 1° e il 2 novembre 2011 la sede del giornale era stata distrutta a seguito del lancio di bombe Molotov, appena prima dell’uscita del numero del 2 novembre dedicato alla vittoria del partito fondamentalista islamico nelle elezioni in Tunisia. Sulla copertina del numero in questione sono apparsi una vignetta satirica con Maometto che dice: “100 frustate se non muori dalle risate” e il titolo “Charia Hebdo”, gioco di parole tra Shari’a e il nome del giornale. Il sito internet della rivista è stato bersaglio di un attacco informatico. Dopo questo attentato, la sede del giornale è stata regolarmente controllata dalla polizia. un attacco terroristico avvenuto il 7 gennaio 2015 contro la sede del giornale satirico Charlie Hebdo, a Parigi. Nell’attentato sono morte dodici persone e undici sono rimaste ferite

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