28 Gen 2017

Ma siamo gente perbene noi. Sono i profughi che ci rovinano le giornate.

Pubblicato alle 16:38 under Argomenti vari

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  Lui, che stava seduto sul muretto della stazione, si è lasciato scendere giù, nell’acqua

A volte ti chiedi che senso abbia vivere se devi passare tutto il tuo tempo breve come un sasso che rotola – e i sassi, si sa, non hanno radici, non hanno legami – e come un sasso poi finire, in fondo all’acqua color d’inverno, nel divertimento indifferente della gente. Pateh Sabally era un migrante, 22 anni, dal Gambia che 99 italiani e mezzo su 100 non sanno collocare sulla cartina dell’Africa.

SOLITUDINE CHE FA IMPAZZIRE. Si è ammazzato a Venezia, gettandosi nello specchio del Canal Grande, di fronte alla stazione di Santa Lucia. Tutto a causa di un permesso revocato, pare. Più probabilmente della stanchezza; più verosimilmente ancora, della solitudine. Perché é quella, alla fine, a svuotare, a fare impazzire e a un certo punto a far vedere tutto chiaro, finalmente, con quell’evidenza che viene dalla follia.

DAL CALDO AL FREDDO ATROCE. E allora buttarsi è un attimo, rifiutare i salvagente lanciati da un vaporetto di passaggio è un attimo, scomparire nel grigio d’acque gelide di gennaio a Venezia è un attimo. Forse era debilitato. Forse ha perso subito i sensi, assiderato, tramortito da un’acqua insostenibile. Fuggito dal caldo infernale, è morto nel freddo atroce.

Lui, che stava seduto sul muretto della stazione, si è lasciato scendere giù, nell’acqua

Non aveva nessuno qui, così come a Pozzallo di Ragusa, dove la carta d’identità, dalle generalità in parte generiche, lo collocava, insieme con un permesso ottenuto per motivi umanitari. Hanno faticato a capire chi fosse quel ragazzo di 22 anni, appena rotolato a Venezia da Milano, in treno, alla ricerca chissà di che, in fuga chissà da cosa, sospinto da una disperazione senza speranza.

NON AVEVA UN COMPLEANNO CERTO. Hanno scritto sui documenti «nato il primo gennaio», quando uno non sa dire quando davvero sia venuto alla luce. Pateh non possedeva neppure la certezza di un compleanno. Chissà se in patria aveva qualcuno, una famiglia, e chissà se quei parenti lo piangeranno mai.

VALE LA PENA UN OGGI SENZA DOMANI? A 22 anni si è già troppo del mondo per vivere, oppure si è ancora bambini, come capita ai nostri. Forse Pateh era l’uno e l’altro, un ragazzo non ancora uomo, a dispetto dei baffi lasciatisi crescere, che dell’uomo aveva dovuto subire le prove, a cominciare dallo spaesamento, lo straniamento che consuma dentro, che ti consegna a un tempo dove il tempo è finito, non c’è più domani, c’è un oggi come ieri ed è fatto di una domanda, che è sempre la stessa in ogni lingua, ogni dialetto del mondo, e che scava ogni uomo senza più appigli: a che serve, vale la pena un altro oggi senza domani? E lui, che stava seduto sul muretto della stazione, si è lasciato scendere giù. Nell’acqua.

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