Archive for Gennaio 2012

30 Gen 2012

PARTORISCE UNA BAMBINA, IL MARITO LA STRANGOLA: “VOLEVA UN MASCHIO”

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ISLAMABAD – Dopo due figlie femmine, la moglie era rimasta incinta per una terza volta e lui sperava in un maschio. E invece, tre mesi fa, è nata la terza femmina. L’uomo non ha «perdonato» la moglie e così, con la complicità della madre, l’ha strangolata. L’agghiacchiante vicenda, come riferisce l’agenzia afghana Pan, è avvenuta in un villaggio remoto nella provincia settentrionale afghana di Kunduz. L’uomo, Sher Mohammad, 30 anni, aveva minacciato diverse volta la moglie, identificata con il nome di Storai, perché voleva il maschio. In base a quanto ha riferito la polizia locale, la vittima è stata strangolata dal marito – un membro della milizia locale – con l’aiuto della madre sabato scorso nel villaggio di Mafli, (distretto di Khanabad), ma la notizia si è appresa solo oggi. La polizia ha arrestato la suocera della vittima ed è alla ricerca del marito che è riuscito a fuggire ed è tuttora latitante. Il capo della polizia del distretto, Sufi Habibullah, sostiene che il giovane ha trovato rifugio presso uno dei boss locali di nome Qadir, alla guida di un commando di 30 uomini armati. «Finchè sarà protetto dal boss locale non potremo arrestarlo», ha detto Habibullah. La responsabile del dipartimento per le questioni femminili, Nadera Gayah, ha confermato che Sher Mohammad aveva avvertito diverse volte la moglie che ci sarebbero state conseguenze gravi se non avesse partorito un maschio. Gayah ha definito l’uccisione di Storai il peggior esempio di violenza contro le donne mai verificatosi nel Paese. Lo studioso religioso Maulvi Khosh Mohammad ha pure condannato il delitto sostenendo che l’incidente riflette l’ignoranza tra la gente. «È la peggiore forma di crimine e va totalmente contro i diritti delle donne, garantiti dall’Islam», ha detto chiedendo anche una punizione deterrente per il ricercato. La storia di Storay è solo l’ultimo di una serie di episodi che mette in luce gli abusi di cui sono spesso vittime le donne afghane. Lo scorso novembre, nella stessa provincia, una famiglia afghana che si era rifiutata di concedere la mano della figlia a un uomo ritenuto pericoloso è rimasta vittima di un’aggressione nella quale alcuni uomini hanno cosparso di acido marito, moglie e i tre figli. La polizia ha poi arrestato il «genero» mancato e tre suoi fratelli ritenuti responsabili dell’aggressione.

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25 Gen 2012

binario 21 destinazione Auschwitz

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Il 30 gennaio 1944 dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano una umanità dolente, composta di cittadini italiani di religione ebraica di ogni età e condizione sociale, veniva caricata tra urla, percosse e latrati di cani su vagoni bestiame.

All’alba di una livida domenica invernale più di 600 persone avevano attraversato la città svuotata partendo dal carcere di San Vittore su camion telati e avevano raggiunto i sotterranei della Stazione Centrale con accesso da via Ferrante Aporti.

Tutti loro, braccati, incarcerati, detenuti per la sola colpa di esser nati ebrei partivano per ignota destinazione. Fu un viaggio di 7 giorni passati tra sofferenza e ansia.

I bambini da 1 a 14 anni erano più di 40, tra loro Sissel Vogelmann di 8 anni e Liliana Segre* di 13. La signora Esmeralda Dina di 88 anni era la più anziana.All’arrivo ad Auschwitz la successiva domenica 6 febbraio circa 500 fra loro vennero selezionati per la morte e furono gasati e bruciati dopo poche ore dall’arrivo.Dal binario 21 era già partito un convoglio con quasi 250 deportati il 6 dicembre del 1943, ne sarebbero partiti altri fino a maggio del 1944.

Il binario 21 è ancora lì.

Il 27 gennaio è il giorno della MEMORIA, perché non succeda mai più.

”Spaventa il pensiero di quanto potrà
accadere fra una ventina d’anni quando tutti i testimoni saranno spariti. Allora
i falsari avranno via libera, potranno affermare o negare qualsiasi cosa.”
Primo Levi


Mi chiamo Liliana Segre, sono nata a Milano nel 1930 e a Milano ho sempre vissuto. La mia famiglia era ebraica agnostica, cioe’ non frequentavamo il Tempio o ambienti ebraici. Io ero una bambina amatissima, vivevo in una bella casa della piccola borghesia, insieme a mio padre e ai miei nonni paterni, in quanto la mia mamma era morta poco dopo la mia nascita.

Avevo otto anni al momento delle leggi razziali e mi ricordo come una netta cesura nella mia vita quella fine estate del 1938 quando mio papà cercò di spiegarmi che, poiché ero una bambina ebrea, non avrei più potuto continuare ad andare a scuola. Non posso dire di aver capito allora quello che stava succedendo, però mi sono sempre ricordata, dopo, come mi ero sentita quel giorno che ha diviso la mia vita in un prima e in un dopo. La mia era sempre stata una famiglia laica e io non mi ero mai posta il problema di che cosa volesse dire essere una bambina ebrea. Lo avrei ben capito in seguito, anno dopo anno, giorno dopo giorno, man mano che la persecuzione si è fatta più dura, quando è scoppiata la guerra e i nazisti sono diventati i padroni dell’Italia del Nord. Nel 1943 ero una ragazzina ormai tredicenne, molto consapevole di quello che avveniva intorno a lei.
Falliti altri tentativi di sfuggire alla persecuzione, nel corso dei quali dovetti abbandonare la mia casa e dire addio ai miei nonni, poco prima che venissero deportati e uccisi ad Auschwitz, prima che ci arrivassi io, anche per me e per mio papà venne il momento di tentare la fuga in Svizzera.
Anche per noi le cose andarono male, non trovammo però, come Goti, dei contrabbandieri che ci vendettero per quattro soldi, ma un ufficiale svizzero, di una piccola stazione di polizia di frontiera del Canton Ticino, che ci riconsegnò alle autorità italiane dopo che eravamo già riusciti a espatriare.

Una bambina in carcere
Entrai così, a 13 anni, nel carcere femminile di Varese ed ero da sola nell’umiliante trafila della fotografia e delle impronte digitali, da sola a camminare in quei corridoi dietro a una secondina e a chiedermi per quale colpa mi trovassi lì. Io le prigioni le avevo viste solo al cinema, non sapevo come erano fatte, non sapevo che all’ora del tramonto le guardie venivano a picchiare sulle sbarre per controllare che non fossero state segate da me o dalle altre poverette prese come me sul confine! Fu così a Varese, fu così a Como, fu così a San Vittore, dove rimasi per 40 giorni. Ma lì ero contenta, perché le famiglie erano state riunite e io ero in cella con il mio papà.
Due o tre volte alla settimana gli agenti della GESTAPO portavano via tutti gli uomini del raggio degli ebrei per interrogarli. Io sapevo che erano interrogatori terribili, in cui si torturava e si picchiava, e ci pensavo quando rimanevo sola nella cella aspettando che tornasse mio padre. Aspettavo un’ora, due ore, tre ore; diventavo vecchia leggendo le scritte di quelli che erano passati prima di noi: maledizioni, addii, benedizioni, nomi, “ricordatevi di me”. Poi lui tornava: era pallido, la barba lunga, gli occhi segnati, non mi raccontava niente, ci abbracciavamo. Mi svegliavo qualche volta di notte nella branda che era quasi rasoterra, una brandina di ferro, e lo trovavo qualche volta inginocchiato vicino a me che mi chiedeva scusa per avermi messo al mondo. Lui che avrebbe voluto darmi il massimo.
Alla fine di gennaio, nell’implacabile appello dei 650 nomi circa compresi nel successivo trasporto, furono pronunciati anche i nostri. Un vecchio cugino di mio padre, che a gran fatica, da Ravenna, aveva raggiunto la Svizzera e da là era stato respinto, a sentire il suo nome si uccise buttandosi giù dall’ultimo piano del raggio. Quel corpo scomposto, grottesco, quel fagotto buttato sul pavimento del carcere, fu il primo morto che vidi nella mia vita.
Ci misero in fila e ci caricarono sui camion per portarci alla stazione centrale. Da lì cominciò il nostro viaggio verso il nulla. Un viaggio di gente che era alla vigilia della morte, un viaggio in cui non c’era più niente da dire, un viaggio in cui tutti, dopo aver pianto e i più fortunati pregato, stavano in silenzio.
Arrivammo ad Auschwitz in pieno inverno. Era stato un viaggio inumano, ma inumano fu l’arrivo: quando fummo scaricate a calci e pugni su quella spianata enorme che i nostri aguzzini avevano preparato per noi nel lager di Birkenau, un lager femminile enorme, una città di disperazione. Fummo separati, uomini e donne, e io nei miei tredici anni spauriti, non conoscendo nessuna lingua straniera, senza capire dove mi trovavo e che cosa mi stava succedendo, io, senza saperlo, lasciai per sempre la mano del mio papà. Lui è rimasto là quel 6 febbraio 1944.

Noi sceglievamo la vita
Io passai la selezione senza sapere che venivo scelta per la vita o per la morte. Ero tra le più giovani, anzi io non conobbi in campo nessuno che fosse più giovane di me. Mi scelsero perché ero grande e grossa e dimostravo più anni di quelli che avevo. Entrai nel campo e iniziò anche per me quella vita, fondata sulla più totale disumanizzazione in cui la voglia di vivere, per noi che siamo tornate, era l’unica cosa che contasse. Anche nella situazione più spaventosa noi sceglievamo la vita, anche se ci volevano uccidere ogni minuto per farci scontare la colpa di essere nate.
Fui scelta per un lavoro che si svolgeva per fortuna al coperto. Dico sempre che sono viva per quello. Rimasi un anno nella fabbrica di munizioni Union, che apparteneva alla Siemens. Eravamo schiavi senza alcun diritto che lavoravano fino all’esaurimento delle forze.
Com’erano i rapporti fra di noi prigioniere? I rapporti per me furono difficilissimi: io mi rinchiusi in quei mesi sempre di più in un silenzio doloroso. Dapprima il silenzio in cui mi aveva costretto la separazione da tutti coloro che avevo amato, poi il silenzio perché non capivo le lingue che si parlavano, poi il silenzio perché avevo paura di attaccarmi a qualcuno che mi sarebbe stato di nuovo strappato. Ma era anche il silenzio spaventoso che sentivamo intorno a noi, il silenzio del mondo che non si dava pensiero di quello che ci stava succedendo. Era forse anche il silenzio di Dio che in quel momento, ad Auschwitz, si è distratto.
Tre volte passai la selezione nel corso di quell’anno. Nude, perché la nudità era un’altra umiliazione costante della nostra vita di tutti i giorni, passavamo davanti agli ufficiali delle SS, elegantissimi nelle loro uniformi. Noi, le disgraziate ragazze della fabbrica Union, ci specchiavamo le une nelle altre con i nostri corpi scheletriti mentre i nostri aguzzini, decidevano chi era ancora in grado di lavorare e chi no. Ragazzi, è difficile attraversare un corridoio, dover varcare una porta obbligata e sapere che chi ti osserverà, nuda, davanti e dietro, in bocca, dappertutto, poi deciderà se tu continuerai a vivere oppure no. Come bisogna atteggiarsi davanti a un tribunale così, composto di uomini che a casa avevano una famiglia, delle figlie forse della nostra età, e che ci guardavano, sorridendo calmi, tranquilli, senza una parola? Solo un cenno del capo per dire “avanti”. E io ero felice quando mi facevano quel cenno, perché ero ancora viva, perché io volevo vivere. Io avevo 13 anni, e poi 14, e volevo vivere.

La “marcia della morte”
Alla fine di gennaio del 1945, quando era passato un anno dal mio arrivo nel campo, cominciammo a sentire da lontano rumore di cannonate e di bombardamenti: qualche cosa stava succedendo. Ed ecco che dalla fabbrica Union arrivò il comando di evacuare il campo. E, così come eravamo, ci fecero alzare da quei banchi, dove lavoravamo per fare proiettili e munizioni, e venimmo avviate per quella che sarebbe stata chiamata la “marcia della morte”. Io, quando cominciai a capire che dovevo camminare, comandai al mio corpo: “Una gamba davanti all’altra! Devi andare avanti, devi andare avanti…”. Camminammo per giorni attraverso la Germania, camminavamo soprattutto di notte: città deserte, paesini deserti e le nostre sentinelle implacabili finivano con un colpo di pistola quelle che cadevano. Io non mi voltavo, non mi voltavo a vedere quelle che cadevano, non mi voltavo a vedere la neve sporca di sangue. Io non mi voltavo neanche quando ero nel campo e c’erano i mucchi di cadaveri scomposti fuori dal crematorio pronti per essere bruciati. Io non mi voltavo per guardare le compagne in punizione, io non volevo sapere di torture, di esperimenti, di racconti spaventosi, Io non volevo sapere, io volevo vivere e mi sdoppiavo in un’altra personalità: non ero lì, non ero io quella che faceva la marcia della morte. Ci buttavamo come pazze sugli immondezzai e raccoglievamo bucce di patate, torsoli di cavolo marcio, un osso già rosicchiato dal cane di casa, e ci disputavamo questi orrori io e le mie compagne, le bocche sporche, scheletri orribili. Alzavo la testa a vederle, le mie compagne, e vedevo me stessa, la mia faccia scheletrita, ferina, bestiale. Eravamo le stesse a cui un anno o due prima, intorno a una tavola ben apparecchiata qualcuno aveva detto: “Ho fatto per te la torta che ti piace, ne vuoi ancora?”. Ma lì non c’era la tovaglia bianca, non c’era il viso amato della nonna Olga davanti a me. Rosicchiavo felice quel pezzo di osso. Non importa se poi avrei vomitato e avrei avuto la diarrea: intanto mettevo qualcosa nello stomaco.
Passammo così da un campo all’altro, sempre più a Nord della Germania, fino a quello di Malchow, l’ultimo dove fui detenuta. Ci eravamo arrivate con la forza della disperazione, come non lo saprei più dire; eravamo tanti chilometri lontano da Auschwitz! Non lavoravamo più in questo campo, non c’era più quella disciplina dell’orario, della fabbrica. Passavamo delle giornate infinite, quasi più nessuno si alzava da quei giacigli su cui stavamo ammucchiate. Ma eravamo ancora vive. C’erano dei ragazzi, dei prigionieri francesi, che passavano fuori dal campo e ci dicevano: “Non morite! La guerra sta per finire. I nostri aguzzini la stanno perdendo, arrivano i russi da una parte e gli americani dall’altra.” Noi rientravamo nelle baracche e dicevamo a quelle che veramente erano ormai alla fine: “Ci hanno detto: non morite! Noi lo ripetiamo a voi: non morite! La guerra sta per finire.”
Era una gioia troppo grande, noi che eravamo abituate alla fame al freddo, alle botte, all’aver perduto tutto, alla paura costante, non eravamo preparate a una gioia così grande come quella. Era vero: gli aguzzini stavano perdendo la guerra e nel giro di pochi giorni portarono via tutto da quel campo. Portavano via scrivanie, macchine da scrivere, soprattutto portavano via documenti compromettenti su quegli orrori che avevano perpetrato per anni e dei quali non volevano lasciare tracce. E, ancora una volta, ci comandarono di evacuare il campo. Noi eravamo ormai dei fantasmi e non ce l’avremmo più fatta a fare una marcia, ma quasi tutte ci alzammo da quei giacigli, anche quelle in punto di morte. E però, nel giro di pochissime ore fummo testimoni della storia che cambiava: i vincitori diventavano vinti e i nostri aguzzini buttavano le divise nei fossi sul lato della strada, buttavano le armi, scioglievano i cani. I civili scappavano dalle case trascinando dietro tutti i loro valori. E noi, attonite, ci guardavamo attorno e ci chiedevamo che cosa stava succedendo. Vedevamo i soldati tedeschi mettersi in borghese, li guardavamo e li immaginavamo tornare alle loro case: affettuosi padri, solerti maestri, coscienziosi impiegati di banca.
Poi, nel giro di pochissimo tempo, arrivarono prima i camion dei soldati americani che ci buttavano tavolette di cioccolato, frutta secca, sigarette. Poi le truppe dell’Armata Rossa, gente di tutte le etnie: mongoli, circassi, russi bianchi. Un esercito disordinato, con pochi mezzi, ma che aveva tenuto in scacco l’esercito nazista per molto tempo sul fronte russo. Erano loro i vincitori.
A noi restava questa grande, straordinaria, terribile esperienza: il dolore, che non passerà mai, di aver avuto Auschwitz nella nostra vita. E il dovere di testimoniare di quello che è stato, noi che abbiamo avuto salva la vita, per tutti quelli che non possono più parlare.

Spero che almeno uno di quelli che hanno ascoltato oggi questi ricordi di vita vissuta li imprima nella sua memoria e li trasmetta agli altri, perche’ quando nessuna delle nostre voci si alzera’ a dire “io mi ricordo”, ci sia qualcuno che abbia raccolto questo messaggio di vita e faccia si’ che sei milioni di persone non siano morte invano per la sola colpa di essere nate, se no tutto questo potra’ avvenire nuovamente, in altre forme, con altri nomi, in altri luoghi, per altri motivi. Ma se ogni tanto qualcuno sara’ candela accesa e viva della memoria, la speranza del bene e della pace sara’ piu’ forte del fanatismo e dell’odio dei nostri assassini.

http://banana-barcollomanonmollo.blogspot.com/2008/01/liliana-segre-una-testimonianza-per.html

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25 Gen 2012

Morire al volante sfidando il regime

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Simona Marchetti www.corriere.it

Ha sfidato la legge e per questo è morta. Era al volante di un’auto la donna saudita rimasta vittima di un incidente stradale sabato scorso nella provincia di Hael: la ragazza aveva voluto seguire la strada tracciata a maggio scorso da Manal al-Sherif, la 32enne consulente informatico sbattuta in prigione per 10 giorni per aver postato un video su Youtube nel quale la si vedeva guidare per le strade di Khobar , contravvenendo così al divieto di guida imposto alle donne dall’ultraconservatore regime islamico. Ma il gesto di coraggio della sfortunata automobilista è stato punito da un destino davvero beffardo, che l’ha fatta finire fuori strada e morire sul colpo, mentre l’amica che era in macchina con lei è stata ricoverata in ospedale a causa delle ferite riportate, come ha poi detto il portavoce della polizia saudita, Abdulaziz al-Zunaidi, alla AFP.Dopo la pubblica denuncia della al-Sherif, che ha aperto anche una pagina su Facebook per spingere le autorità ad eliminare il divieto per le donne di fare la patente e permettere così loro di imparare a guidare (onde evitare incidenti come quello capitato sabato scorso), è cresciuto in maniera esponenziale il numero di intraprendenti saudite che ha deciso di provare ugualmente a mettersi al volante, filmando poi l’impresa con il cellulare e mettendo il video sul web.

FRUSTRATE A CHI TRASGREDISCE – La mobilitazione femminile non sembra aver però scalfito la rigida imposizione islamica: è di settembre infatti la notizia delle dieci frustate inflitte ad una donna di Jeddah (Shayma Jastaniah) che, sebbene in possesso di una patente internazionale, è stata beccata a guidare per le strade della città. Ma non è solo per l’arcaico divieto ancora vigente che le donne saudite faticano ad andare in giro per il paese: gli stessi tassisti si rifiutano infatti di farle salire sulle vetture, a meno che non siano accompagnate da uno chaperon (di solito il marito o un parente maschio). Tornando all’incidente mortale, c’è però chi non è del tutto convinto che si sia trattato di una semplice fatalità e proprio dalla pagina facebook della al-Sherif chiede di indagare sulle cause, anche se la polizia locale pare intenzionata a chiudere il caso senza ulteriori accertamenti.

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25 Gen 2012

Forte scossa di terremoto nel Nord Italia

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Una forte scossa di terremoto è stata avvertita poco dopo le 9 a Milano, a Torino e a Genova. Nel capoluogo lombardo molte persone sono scese in strada, e diverse scuole materne hanno fatto uscire i bambini dalle strutture. La scossa è stata di magnitudo 4.9 e ha avuto l’epicentro nella pianura padana emiliana, in provincia di Reggio Emilia.
Secondo quanto accertato dall’Istituto di geofisica, i comuni più vicini all’epicentro sono Poviglio, Brescello e Castel di Sotto.

La scossa è stata avvertita anche in Valle d’Aosta. Trentino Alto Adige e Toscana.

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25 Gen 2012

SI VESTE TROPPO SEXY: MADRE 28ENNE BANDITA DAI LOCALI

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Una mamma britannica di 28 anni, Lisa Woodman, è stata bandita da tutte le discoteche della sua città, perchè indossava abiti troppo sexy per una donna della sua età. La Woodman è andata su tutte le furie, soprattutto quando tre locali di seguito le hanno impedito l’entrata per colpa della sua gonna troppo corta e del suo abito troppo scollato.
Lei, alta, bionda e con una sesta misura di seno, adora vestirsi con abiti succinti e non capisce questa decisione presa nei suoi confronti: «Cosa c’è di sbagliato? Ognuno si veste come vuole, io non faccio del male a nessuno».
Lisa ha iniziato le sue serate folli da quando si è lasciata con il marito e padre dei suoi quattro figli, circa un anno fa. «Mi piace – rivela Lisa al Sun – girare sexy per la città con la gente che si gira a guardarmi». Nonostante le proteste della donna, i gestori dei club non ne vogliono sapere, se Lisa non adotterà un abbigliamento più sobrio, per lei le serate sono finite.

 

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22 Gen 2012

foto ricordo

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19 Gen 2012

PRETI AL BIMBO DOWN: “NIENTE COMUNIONE”

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Una “discriminazione crudele” quella che hanno denunciato i genitori di un bambino di sette anni affetto dalla Sindrome di Down. L’accusa è rivolta alla Chiesa Cattolica, perché, sostengono in un’intervista al Daily Mail, non ha concesso al piccolo di fare la Comunione.
Denum Ellarby frequenta una scuola elementare cattolica, così i genitori volevano che anche loro figlio facesse, come tutti i compagni di classe, la prima Comunione. Ma dal parroco della loro chiesa è arrivato un rifiuto brusco: non ci sarebbero classi di preparazione adatte al catechismo per un bambino down. Così mamma Clare si è rivolta al al capo della diocesi, che ha però sostenuto la posizione di Padre Patrick Mungovin: Denum non sarebbe in grado di “capire la preparazione” e di “apprezzare la Messa”.
La chiesa, dal canto suo, nega di aver mai bandito il bambino, ma sostiene che potrà essere accolto a partecipare alla cerimonia religiosa in futuro.
In effetti Clare Ellarby ha confermato che assistere ad un’ora di cerimonia sarebbe troppo complicato per Denum, ma ha aggiunto che lei e il marito Darren si aspettavano maggiore flessibilità, come si fa di consueto con i bambini con difficoltà di apprendimento, ed erano disposti anche a fargli fare lezione in casa.

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19 Gen 2012

AREA C MILANO I trucchi dei furbetti per evitare le telecamere

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Tre i varchi più vulnerabili: entrano contromano o dalle piste ciclabili. Presidi e interventi della Polizia locale.Piazza Conciliazione angolo via XX settembre
C’è il temerario spudorato: imbocca la strada contromano e via (pochi esemplari). Resiste il modello già in voga con l’Ecopass, trasgressore guardingo che sempre contromano entra, ma in retromarcia (parecchi esemplari). Ieri mattina s’è infine palesato l’invasore della seconda via: nel caso specifico una pista ciclabile. Gli evasori dell’Area C si sono esercitati ieri in quattro punti «molli» del confine dei Bastioni: via Castelfidardo, davanti a Porta Nuova; via Tristano Calco, in zona San Vittore, e via Visconti Venosta, vicino alla Besana; via XX Settembre, proprio all’imbocco da piazza Conciliazione. Quattro punti in cui, se si commettono tre gravissime infrazioni stradali, le auto possono entrare in centro senza dover passare sotto le telecamere e quindi senza essere registrati. Già dal pomeriggio però, ieri, almeno un paio di queste falle erano state «tappate» dai vigili.Viale Papiniano angolo via Calco Stella
Si comincia con il più nuovo esercizio d’infrazione, via XX Settembre. Arrivando da piazza Conciliazione, si passa sotto il varco di Area C, il cervellone intercetta la targa e si dovrà pagare il ticket. C’è però una via di fuga, a destra della carreggiata c’è un filare di alberi con macchine parcheggiate in mezzo e, più in là, un pista ciclabile piuttosto larga che immette su un piccolo controviale, dove il Comune ha sistemato anche una stazione del bike sharing. Ieri mattina è andata così: ogni tanto un’auto si infilava nella corsia riservata alle bici, sboccava dall’altra parte, percorreva un pezzo di strada e rispuntava in fondo, dopo gli alberi, all’incrocio con via Mascheroni. Telecamera beffata. Non per molto, però. In mattinata c’era una pattuglia di vigili in zona impegnata a dare informazioni e chiarimenti ai cittadini. Ieri pomeriggio però, dopo le segnalazioni, il comando della Polizia locale ha piazzato una pattuglia con due vigilesse proprio all’imbocco della ciclabile.La barriera, da mercoledì mattina, sarà definitiva: il Comune installerà paletti dissuasori all’ingresso della corsia. Bisogna però fare il giro dei Bastioni e lambire i confini della cittadella della congestion charge per scoprire gli accessi in cui si infilano i trasgressori. Ci sono due punti, due strade che rispondono entrambe allo stesso identikit: via Tristano Calco, tra Sant’Agostino e San Vittore, e via Emilio Visconti Venosta, a pochi metri da piazza Cinque Giornate. Due strade molto brevi (meno di cento metri), a senso unico in uscita (per questo non sono controllate dalle telecamere), poco trafficate, con un imbocco piuttosto appartato. È lì che ieri alcune auto si fermavano all’incrocio, i guidatori si guardavano un po’ intorno e percorrevano poi, in retromarcia e contromano, quel tratto che in pochi metri li immetteva direttamente in Area C, sfuggendo alle telecamere. L’infrazione al codice della strada è pericolosa e molto grave, ma a giudicare dalla ripetitività non proprio occasionale dei tentativi, per qualcuno dev’esser diventata un’abitudine. Che potrebbe diffondersi ancor di più, visto che con Area C le auto sottoposte a pedaggio per entrare in centro sono il 90 per cento (con l’Ecopass erano ormai appena il dieci per cento). Annuncia l’assessore Pierfrancesco Maran: «Stiamo valutando se installare le telecamere anche sulle strade a senso unico in uscita dall’Area C. Vogliamo colpire i comportamenti irregolari».Ultima violazione per evadere, e questa rasenta un comportamento kamikaze, tentata da pochissimi, è l’ingresso in contromano nella corsia riservata all’uscita dall’ospedale Fatebenefratelli in via Castelfidardo. Anche qui, ieri pomeriggio, l’infrazione era impossibile per la presenza di una pattuglia di Polizia locale. Resta il tema dei sette varchi (vedere cartina in alto) riservati ai mezzi pubblici: accessi vietati, multa sicura, anche se si paga il ticket.

 

 

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19 Gen 2012

SALPA LA GEMELLA DELLA COSTA CONCORDIA. PASSEGGERI: “TOCCHIAMO FERRO”

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Le teste canute scintillano d’argento, sotto il sole che si fa strada tra le nubi. Nugoli di pensionati sciamano alla fermata della navetta che porta all’imbarco della Serena. La Concordia ha una gemella, che ieri è salpata per il Mediterraneo occidentale. La sera uno di loro, un uomo, verrà colpito da infarto, nelle acque proprio davanti al Giglio, ma la mattina i futuri passeggeri paiono allegri, vocianti, sotto il velo grigio che il cielo stende sulla Fortezza. Ma il cielo è lo specchio di ciò che molti hanno dentro. Pascale e Therèse sono di Bordeaux. «Paura? No, il problema della Concordia è stato l’errore del comandante», spiega lei. «Le capitain! La merde! – la interrompe il marito, sorridendo – aveva bevuto di certo! La colpa è la sua, non della nave».
Liliana siede su una panchina poco più in là, attorno a lei il figlio e la sua famiglia, tutti di Ladispoli. Con quale stato d’animo partite? Si guardano, con un sorriso triste sulle labbra: «Qualche scongiuro lo facciamo», si lascia sfuggire il figlio. Liliana si alza a fatica, il figlio la prende sottobraccio per salire sulla navetta. A bordo il vociare è sommesso. Joachim, svizzero, da giovane lavorava sui transatlantici: «Partiamo sereni, ma al Giglio una cosa non ha funzionato: i soccorsi. Ma perché non hanno mandato 50 persone nella nave a cercare i dispersi, invece di 5 sommozzatori?». «No, nessuna paura – scuote la testa Jacques, francese – solo una curiosità: il giorno dopo l’incidente, sulla Serena è cambiato il comandante».
I primi under 50 si incontrano solo all’imbarco. Vito e Irene scattano foto, l’imponenza della Serena sullo sfondo. «Nessuna paura – racconta lui – ogni giorno decine di persone muoiono in incidenti stradali. Che facciamo? Non saliamo più in auto?». «Io credo in Dio – sorride dolcissima Irene, cilena – la nave è nelle mani di Dio». Ma anche degli uomini: «Anche gli uomini sono nelle mani di Dio».
Schettino forse non lo era. «Gli ha detto male – sorride Adele, forse 20 anni, occhi azzurri – io sono di Amalfi e in costiera le navi passano sotto costa per salutare: a Capri, alcune transitano tra i faraglioni». «Anche da noi, a San Vito lo Capo, la Costa naviga vicino vicino, la notte è uno spettacolo», dice Gaspare: sereno, aspetta di salire a bordo con la famiglia. «Eh, ma la devono finire – gli ribatte Antonio – vedrai che ora non lo faranno più».

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18 Gen 2012

VADA A BORDO, CAZZO”, LA T-SHIRT IN VENDITA ONLINE

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Non tutti hanno compreso a pieno il nostro messaggio. Non l’abbiamo fatto per lucro, anche perchè non è certo con una maglietta da 13 euro che si diventa ricchi». Lo ha detto Stefano Ramponi, titolare dell’azienda e-commerce e vendita online Lipsia Soft (sede a Tradate nel varesotto) che ieri ha lanciato la t-shirt con la scritta ‘Vada a bordo, cazzo’. «Realizziamo spesse magliette con scritte legate all’ attualità, quasi una al giorno – ha spiegato il grafico dell’azienda, Massimo Bonazzi – Ieri quella frase è arrivata forte e chiara a tutti e volevamo in qualche modo farla ricordare. Se avessimo voluto lucrare sulla tragedia dell’Isola del Giglio – ha aggiunto il titolare Ramponi – avremmo preparato uno slogan contro la Costa Crociere, invece abbiamo puntato su un messaggio positivo, pronunciata dal capitano che è diventato il simbolo positivo di questa vicenda, una frase che forse tutti dovremmo imparare a sputare in faccia a chi si comporta male danneggiando l’Italia e il prossimo». La t-shirt è in vendita a 12,90 euro online. Ieri sera erano arrivate una decina di richieste. «Oggi potremmo essere finora attorno al centinaio – ha aggiunto Ramponi – ma vorrei far capire a tutti che non è certo con questa maglietta che diventeremo ricchi».

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