Archive for Marzo 2011

31 Mar 2011

Se un cane vale più di un bimbo

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di Maria Volpe http://27esimaora.corriere.itProvate a entrare in un bar con un passeggino oppure una carrozzella. Provate poi con un cane. E osservate
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E’ un po’ che lo penso, ma avevo paura a dirlo. Sì perchè nel mondo di oggi suona quasi come una profanazione. Poi, qualche giorno fa, sul Corriere della Sera, in prima pagina, ho visto un titolo “Pensiamo più ai cani che ai bambini”, un’intervista di Gian Antonio Stella a Laura Girotto, una suora che da 18 anni lavora in Etiopia. E ho avuto un sussulto. Ma allora non sono matta io! Vi prego, leggetelo. La verità è che una persona come Laura, che da anni ha a che fare con l’essenzialità della vita, quando torna in Italia e si guarda attorno, vede cose che la scandalizzano. E viva Dio che c’è chi ancora si scandalizza, grida la sua indignazione e ci costringe a riflettere. Io vivo a Milano e da qualche tempo ormai ho la netta sensazione che in questa città, (forse anche altrove, me lo direte voi) ci sia più attenzione, rispetto e amore per gli animali che per bambini e anziani. Provate a entrare in un bar con un passeggino gemellare – come è capitato a me – e notate la reazione delle persone: fastidio, sopportazione, maleducazione. Provate poi a entrare con una carrozzella ingombrante con una persona anziana, e disabile. Osservate bene le reazioni: fastidio, sopportazione, maleducazione. Infine un’ultima prova: entrate con un cane, piccolo o grande che sia: sentirete gridolini di felicità incontrollata. Provate ad andare al mercato (con lo stesso passeggino e la stessa carrozzella di cui sopra) e osservate che succede. Qualche mese fa, in via san marco, mentre facevo la spesa, sfinita, tra sacchetti pesanti e biberon, un uomo mi ha urlato: “Eh certo che se veniamo al mercato anche con il passeggino…”. (per la cronaca, la mia risposta è stata molto volgare, qui non riportabile). L’elenco potrebbe continuare ad libitum…. Viceversa i negozi, ristoranti, mercati sono pieni di cani e gatti. Evidentemente non esiste più quella vecchia norma di educazione – per anni condivisa dalla società civile – per cui gli animali non si impongono ad altre persone, specie in ambienti pubblici perchè c’è chi potrebbe non gradire, chi potrebbe aver paura, essere allergico e quant’altro. Ma provate voi a ribellarvi se entrate in un ristorante e al tavolo di fianco al vostro, c’è un cane: rischiate il linciaggio. Bene, se a tutto questo si aggiungono le considerazioni di suor Laura riguardo l’aspetto consumistico legato agli animali, il cerchio si chiude. Perchè davvero non è solo un fatto di educazione, e quindi formale, (questo forse riuscirei a superarlo) è soprattutto una questione di sostanza, di approccio alle cose, di valori (se va bene capovolti, se va male spariti). Come dice Laura: “E’ questa sproporzione che mi indigna”. Penso che gli animali si debbano amare , non rendere pupazzi simil-umani. So di essere impopolare e antica, ma questo è il mio pensiero. E chiariamo: il mio non è affato disamore per gli animali. E’ desiderio di priorità. Lo stesso amore, rispetto, attenzione, solidarietà, cura, generosità, tolleranza, disponibilità che la società oggi ha per gli animali, li vorrei per bimbi e anziani. Anzi no, ne vorrei di più per bimbi e anziani. (P.S. per favore l’unico commento che vi chiedo di non fare è: “gli animali sono spesso meglio di certi uomini”…. vi prego, questo no)

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31 Mar 2011

In Italia scorie radioattive di 3° livello che non sappiamo come gestire”

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di Ignazio Dessì

La paura diffusa dagli impianti giapponesi ripropone la discussione sull’opportunità o meno di imboccare, come vorrebbe il governo, la strada nucleare abbandonata con il referendum dell’86. Ma dopo il monito di Fukushima si riprende a discutere anche del pericolo, sopito ma non scomparso, delle scorie radioattive ereditate dal periodo in cui l’Italia utilizzò l’energia dell’atomo. Quei rifiuti derivano dalle quattro centrali dismesse di Latina, Trino Vercellese, Caorso e Garigliano e 235 tonnellate di scorie di 3° livello, quelle più pericolose (la cui radioattività permane per centinaia di migliaia di anni) , sono distribuite a Trisaia (nel Sud), Casaccia (Centro) e Saluggia (Nord). Il problema torna a galla sospinto dalle cronache internazionali e ci si domanda cosa accadrebbe se un sisma, un attentato o qualsiasi altro incidente colpisse quei depositi. Abbiamo chiesto un parere al direttore di Greenpeace Italia Giuseppe Onufrio che ci ha spiegato come le scorie radioattive siano al momento fondamentalmente “stoccate vicino ai vecchi impianti che le hanno generate”. Questi, infatti, nati per produrre energia elettrica, erano stati costruiti in prossimità di corsi d’acqua, ovvero “esattamente i luoghi da evitare quando si sistemano le scorie a lungo termine”.

Ma quali tipi di rifiuti radioattivi ci sono nel nostro paese? “Ne abbiamo due categorie – spiega l’esponente dell’associazione ambientalista – quelli di 2^ categoria, corrispondenti ad oltre il 90 per cento dei volumi ma al 10 per cento della radioattività, e le scorie di 3^ categoria, con volumi inferiori ma la cui radioattività dura centinaia di migliaia di anni”. Per il primo tipo di scorie altri paesi hanno pensato – seguendo le direttive dell’agenzia di Vienna – di utilizzare dei bunker di superficie per stoccarle. In questo caso il territorio rimane vincolato per tre secoli. Per le scorie di 3^ categoria invece, fa notare Onufrio calcando gli accenti, “non c’è ancora alcuna soluzione, che che ne dica l’Unione Europea”, caparbia nel proporre “quella geologica profonda”. In verità nessun paese al mondo è ancora riuscito a trovare una soluzione definitiva da quando l’industria nucleare esiste”. Il caso più eclatante è stato il tentativo americano di Yucca Mountain, nel Nevada meridionale, dove, “dopo 25 anni di studi e ricerche, con miliardi di dollari spesi, il progetto è stato abbandonato”.

Le scorie classificate di 3° tipo rappresentano più o meno il 5 per cento in termini di volume, ma il 90 per cento in termini di radioattività, e il problema è soprattutto che non esistono in pratica soluzioni sicure. La strategia che il governo mise in opera negli anni novanta, di allestire un deposito di superficie per ospitare “temporaneamente” (per 50/100 anni) tali scorie, è “sempre in attesa di soluzione” e non consente di dormire sonni tranquilli. Anzi, nel periodo in cui i pericoli del nucleare tornano a concretizzarsi, comincia a risvegliare incubi tra le popolazioni interessate.

La situazione italiana per altro, sottolinea Onufrio, induce ad alcune considerazioni: “La prima è che in Italia – dove attualmente l’industria è chiusa – si evidenzia tutta l’assurdità del nucleare, come avverrà ovunque, quando l’uranio sarà finito e questa tecnologia dismessa. Ovvero emerge il grande problema della sistemazione delle scorie, problema comune ovviamente agli utilizzatori del nucleare che lo coprono, al momento, con la gestione ordinaria. In secondo luogo, presupponendo che l’Italia avesse allestito un sito per le scorie di 2^ categoria 150 anni fa, cioè appena fatta l’Unità del paese, oggi saremmo ancora a metà strada, prima di poter considerare libero il sito. Nel frattempo avremmo avuto due guerre mondiali, il che esprime tutta l’assurdità di questa scelta davanti all’imponderabilità degli eventi futuri.

L’ultimo aspetto riguarda i rifiuti di 3° livello, per i quali non è stata trovata soluzione, e quindi non si può aprire in Italia alcun dibattito, non essendocene le condizioni, anche perché “manca un’autorità di sicurezza seria”. Nonostante la presenza al vertice dell’Agenzia di una persona come il professor Veronesi, il medico più famoso d’Italia ed ex ministro della Repubblica, Onufrio non è tenero quanto alle sue competenze sulle tematiche specifiche. “ Il professor Veronesi in tema di scorie nucleari ha detto un mare di corbellerie – afferma – è una persona poco competente in materia e quello che dice è vergognoso. Lui dormirebbe con le scorie in camera da letto, quindi, se fosse così semplice, sapremmo dove collocare i 100 metri cubi di materiale radioattivo. Invece non è così, e quello dato da Veronesi è un segnale sbagliato: se gli italiani seguissero le sue indicazioni correrebbero rischi molto importanti”.

E’ ovvio, quindi, come rispetto a un piano nucleare noi ci opporremmo con tutte le forze, essendo troppi i rischi. Del resto non ne vale la pena, in quanto per produrre energia ci sono altri modi, il cui potenziale di efficienza negli usi finali è sicuramente superiore al piano nucleare del governo. Lo stesso si può dire specificamente delle fonti rinnovabili considerate in una prospettiva che va fino al 2020. Eppure, anche Confindustria appoggia il piano nucleare. Il perché però è semplice: “Tutela alcuni interessi, in particolare dell’industria dell’acciaio, del cemento e dei grandi gruppi energivori – conclude il direttore di Greenpeace – In questo modo però fa più gli interessi della Francia – interessata a sviluppare la sua tecnologia e con pochi ordini per i nuovi reattori – che dell’Italia, dove il sistema produttivo è basato sulle piccole e medie imprese e ci sarebbe maggior interesse a sviluppare le fonti rinnovabili”.

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31 Mar 2011

La vita umana è sacra, tranne quella degli immigrati

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Metilparaben un blog di Alessandro Capriccioli

www.unita.it/

Isabella Bertolini, parlamentare del PdL, 19 novembre 2010:

Non si capisce perché nel programma di Fazio e Saviano si sia voluta dare un’unilaterale pubblicità alla pseudo cultura che ritiene non dignitose le vite di persone colpite da malattia. Invece sarebbe stato giusto ascoltare chi, insieme alla propria famiglia, afferma il valore dell’indisponibilità della vita e dell’esistenza umana.

Isabella Bertolini, parlamentare del PdL, 29 marzo 2011:

Non dobbiamo avere alcun timore nell’adoperare la nostra Marina Militare per adottare la politica dei respingimenti, così come già fanno altri partner europei. Visto che l’Europa si disinteressa a quello che succede in Italia prima iniziamo con rimpatri e respingimenti e meglio è per tutti.

Tradotto in linguaggio corrente, il confronto tra le due dichiarazioni significa più o meno questo: la vita umana è sacra e indisponibile, tranne quando si tratta di quella degli immigrati.
Curiosa declinazione del cristianesimo, nevvero?

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31 Mar 2011

Ue, sì al commercio della carne clonata e senza etichettatura

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3902670723di Marco Mongiello

La scienza non sa che effetto facciano e i consumatori non sanno come evitarli, ma i prodotti derivati da animali clonati continueranno a essere commerciati in Europa e saranno sempre più numerosi: yogurt, latte, formaggi, salsicce, prosciutto e carne di ogni tipo. È questa la conseguenza dello scontro tra Parlamento europeo e Stati membri dell’Ue, che ieri ha portato al fallimento della revisione della direttiva sui «nuovi alimenti».

Non è passata la richiesta degli eurodeputati di etichettare i prodotti derivati dalla clonazione per dare ai consumatori libertà di scelta. La legislazione comunitaria risale al 1997 e in questi quattordici anni l’industria alimentare ha tirato fuori dal cilindro ogni genere di diavoleria, dagli incroci genetici più improbabili alle nanotecnologie, dalle pastorizzazioni ad alta pressione alle pecore e i tori sdoppiati.

Risale proprio al 1997 la prima clonazione della pecora “Dolly”, mentre era italiano e si chiamava “Galileo” il primo toro clonato, due anni dopo. Oggi l’Ue importa 300mila tonnellate di carne da animali clonati, meno del 5% del totale della produzione europea, ma la cifra è destinata a salire. Per questo nel 2008 a Bruxelles si era deciso di rimettere mano alla vecchia legislazione con il metodo della «co-decisione», cioè la Commissione europea propone e decidono insieme Europarlamento e Consiglio (dove siedono i rappresentanti dei Ventisette Stati membri). Come già successo con gli Ogm però, diversi Governi dell’Ue si sono mostrati sensibili alla pressioni delle lobby alimentari, soprattutto americane, e lo scontro sulla clonazione è stato durissimo.

Ieri, l’ultimo giorno utile per trovare un compromesso tra Consiglio e Parlamento, le delegazioni delle due istituzioni sono state al tavolo per quasi 12 ore, prima di gettare la spugna alle 6.45 del mattino. Gli europarlamentari, che all’inizio volevano un divieto totale, si erano rassegnati a pretendere almeno l’etichettatura obbligatoria. Commissione e Consiglio volevano invece limitarsi ad etichettare gli animali clonati e la loro prole diretta, e solo per la carne bovina, lasciando così un vuoto legislativo per le generazioni successive e per tutti gli altri tipi di carni e prodotti derivati. I più intransigenti sono stati Gran Bretagna, Olanda, Paesi nordici ed Estonia, con l’appoggio di Germania e Spagna. La loro proposta era «un passo avanti solo fittizio», ha denunciato l’eurodeputato Pd Gianni Pittella, che ha guidato la delegazione dell’ Europarlamento. «La carne bovina è già oggi tracciata ed etichettata, il problema sono gli altri tipi di carni, il latte e i prodotti derivati», ha aggiunto, «inoltre le misure che riguardano la prole degli animali clonati sono assolutamente indispensabili, poiché i cloni hanno un valore commerciale solo per l’allevamento, non per la produzione alimentare. Nessun agricoltore spenderebbe, infatti, 100.000 euro per un toro clonato, solo per farne hamburger».

La palla torna ora alla Commissione che dovrà ripartire con una nuova proposta, buttando via più di due anni di lavoro e lasciando i cittadini europei in un vuoto legislativo per un tempo altrettanto lungo. Ieri il commissario europeo alla salute John Dalli ha ripetuto che non ci sono prove scientifiche sugli effetti nocivi dei prodotti derivati da animali clonati. «Io ha detto – mangerei sena problemi carne bovina clonata perché non c’è nessuna differenza da quella tradizionale». In realtà la stessa Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), con sede a Parma, nel 2008 ha stabilito che «non ci sono indicazioni che esistano delle differenze in termini di sicurezza alimentare», ma ha anche detto che ci sono “incertezze” dovute “al limitato numero di studi disponibili”. L’unica cosa che si sa è che spesso nei campioni clonati «sono stati trovati effetti negativi, spesso gravi e con risultati fatali» per gli animali. Un parere tutt’altro rassicurante che ha spinto la Commissione ha richiedere lo stesso parere nel 2009 e poi di nuovo nel 2010. La riposta però è stata sempre la stessa: non esistono abbastanza dati per dare certezze.

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30 Mar 2011

IL SIGNORE DEI TAPPI

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«Mi chiamo Danilo Distico, ho 54 anni e non sono una leggenda metropolitana». Troppo facile: come essere certi che sia proprio questo commerciante di San Giuliano Milanese il leggendario raccoglitore di tappi di plastica, una delle più accreditate presunte bufale dell’ultimo decennio? Distico si sistema la giacca, fa strada nel cortile della sua casa di campagna e allarga le braccia: «Eccola, la leggenda». Nel patio, vicino all’orticello, svetta una montagna di sacchi trasparenti pieni di tappetti bianchi, blu e rosa. Non è una bufala, è proprio in questa casa di corte che finiscono i milioni di tappi raccolti ogni giorno in parrocchie, uffici e scuole. Come svela Severino Colombo nel libro «101 stronzate a cui abbiamo creduto tutti almeno una volta nella vita», l’uomo dei tappi esiste eccome. Eppure, nessuno ci credeva. «Ancora in tanti non ci credono. Vengono qui, strabuzzano gli occhi e dicono: ma allora esiste davvero! La cosa divertente è che, anche se scettici, in migliaia fanno la raccolta. Arriviamo anche a quattro o cinque tonnellate al mese. Viene da dire: viva gli increduli».

Il signore dei tappi

Chiariamo subito: dove vanno a finire?
«In soldi che servono per la costruzione di pozzi d’acqua in Tanzania. È un progetto della Caritas di Livorno in collaborazione con il Centro mondialità sviluppo reciproco. Funziona così: la gente porta i tappi qui o negli altri centri raccolta. Una ditta provvede a riciclarli e a riconoscere un contributo in denaro che va a dissetare la Tanzania. Ogni tonnellata frutta più di cento euro. All’inizio la cosa si è diffusa come una bufala, ma poi la Caritas ha pensato di farla diventare una iniziativa concreta».

Lei ha un colorificio a San Giuliano. Com’è entrato in questa storia?
«Tutto cominciò nel 2005 con una vacanza a Livorno, io mia moglie e mia figlia Veronica. Proprio mia figlia scoprì l’iniziativa della Caritas e propose di portare dei tappi. Lì mi chiesero di fare da collettore per la Lombardia e fu solo quando cominciarono ad arrivare tonnellate di tappi che capii che la mia vita non sarebbe più stata la stessa».

E com’è la vita di un raccoglitore di tappi?
«Sempre al telefono. Ricevo decine di chiamate al mese e non solo dalla Lombardia. Una donna svizzera mi ha confessato di avere una specie di montagna di tappi in cantina. C’è una parrocchia che chiede se posso passare a ritirare quattro sacchi pieni. Ci sono gli alpini della Valtellina che annunciano di aver raccolto un quantitativo record. Il bello è che tutti chiedono di donare i tappi e poi aggiungono: ma lei esiste davvero?».

Gli alpini della Valtellina sono venuti fin qui?
«Certo, anche quelli della casa di riposo di Porlezza, nel comasco, una poliziotta di Caorso, Piacenza, i parenti del presidente della Provincia di Vercelli, suore da ogni dove».

Lei non ci guadagna nulla?
«Al massimo un rimborso spese per il carburante. Perché non sempre le parrocchie hanno la possibilità di portare qui la raccolta. Allora interveniamo io e la l’Associazione Polisolidale di cui faccio parte. Il progetto che ho in mente prevede di coinvolgere i comuni della Lombardia in modo tale da fare tanti piccoli centri smistamento».

Dopo sei anni tra i tappi, qual è l’auspicio per il futuro?
«Che in questo percorso non entrino in ballo tre colori: quello della pelle, della religione e della politica. Detto da uno che per lavoro vende colori».

Roberta Scorranese

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30 Mar 2011

Istituzioni, giornali e non solo: vedete alla voce clandestino

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1982006160di Italia-Razzismo

Macché profughi! Sono tutti clandestini». Così il titolo a tuttapagina de il Giornale di qualche giorno fa, da una dichiarazione del Ministro Roberto Maroni. E di seguito un profluvio di «emergenza clandestini», «esodo di clandestini», «pericolo clandestini». Non si tratta, però, solo di sciatteria giornalistica; valga per tutti il Presidente della Regione Veneto, quando si dichiara «disponibile ad accogliere profughi e non clandestini», né si distinguono dall’uso debordante del termine suoi colleghi sottosegretari, parlamentari, funzionari pubblici. Chi s’immaginava, fino a ieri, file di clandestini che passavano le frontiere clandestinamente e di notte, magari appesi al fondo di un tir, per poi immergersi nella clandestinità delle nostre città e dei nostri cantieri, deve ora modificare la propria percezione. E chiamare clandestino chi arriva a bordo di carrette stracolme, rimorchiate dalla nostra Marina, accolte dai saluti di altri “clandestini”, alla luce del sole o di grandi riflettori, assediati da una folla di giornalisti e di telecamere. Mai si era visto un fenomeno di clandestinità così lampante e così visibile, determinata da cause altrettanto evidenti e conclamate. Va da sé, poi,che l’uso del termine così “improprio”, genericamente sinonimo di immigrato irregolare, serva a conferire almeno un pizzico di buon senso all’indisponibilità propria e della propria istituzione. In ogni caso, per il vocabolario, “clandestino” è sinonimo di «nacosto» o di «segreto»; l’etimologia, poi, indica nel clandestino «chi si nasconde di giorno, chi s’intrufola» o persino, in età contemporanea, «chi sta in agguato». Come, per dirne una, il piccolo Yeabsera, partorito in mare.

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30 Mar 2011

CASTELLI : LAVORI PER L’EXPO2015 stop alle ditte calabresi

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MILANO – Vogliamo essere sicuri che la ‘Ndrangheta non infiltri i lavori dell’Expo 2015? «Evitiamo per decreto che a partecipare siano aziende che possano essere collegate con la ‘ndrangheta. In poche parole escludiamo le ditte calabresi». La ricetta del sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli, ovviamente leghista, è stata affidata alla Padania. Ma non è sfuggito al procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, Nicola Gratteri: «Mi hanno molto meravigliato queste affermazioni di un ex ministro della Giustizia perché forse allora lui ritiene che una ditta di Platì parta da Platì e vada a Milano a partecipare a una gara dell’Expo 2015. Mi sorprende tantissimo, perché allora vuol dire o che non ha capito nulla, o chi per lui, oppure siamo veramente messi male» ha detto Gratteri.

VICINI AL PAREGGIO – Il magistrato ha partecipato a un convegno-dibattito sul tema della legalità con gli studenti di una scuola media di Zumpano, in provincia di Cosenza, ha parlato delle infiltrazioni della ‘ndrangheta al Nord, e dei successi conseguiti nelle indagini. «Stiamo pareggiando. Malgrado gli sforzi enormi che sta facendo la polizia giudiziaria e che stiamo facendo noi magistrati purtroppo il sistema normativo, come più volte ho detto, non è proporzionato alla realtà criminale. Quindi al massimo riusciamo a pareggiare. Dentro abbiamo sempre la voglia e la carica di andare avanti, però se il legislatore non cambia le regole e non investe nella scuola e in cultura, oltre questo non possiamo andare

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29 Mar 2011

Appello urgente ai familiari di Umberto Bossi

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dal blog di Giovanni Maria Bell

www.unita.it/

Qualcuno, meglio se un suo familiare, avvicini Umberto Bossi e con garbo, a bassa voce, gli dica. “Umberto, devi sapere che siamo nel mondo globalizzato… quando spari una delle tue leggendarie battute razziste, quella battuta non resta qua, tra noi, in Padania. No: viaggia. Arriva anche nei paesi del Nord Africa. E c’è il rischio che la gente di quei luoghi cominci a covare un certo risentimento, un risentimento che può diventare odio, verso di noi. Già, perché è gente abituata a regimi duri. E quando sa che una cosa è stata detta da un ministro, non può immaginare che sia una scemenza. Se dici “fuori dalle palle”, magari la prendono male, come un insulto ai loro figli e ai loro fratelli… Ricordi quando Calderoli si mostrò in tv con la t-shirt con i disegni anti-Maometto? Presero sul serio persino lui e ci furono diciassette morti a Bengasi. Capito Umberto? Per il resto del mondo sei UN MINISTRO ITALIANO non la simpatica macchietta a cui qua, tra la Sicilia e le Alpi, ormai tutti sono abituati. Moderati, fallo per noi”

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28 Mar 2011

«Falsi terremotati a Forum»Dalla Chiesa: una menzogna

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Monica Guerzoni  www.corriere.it

 «Vergogna a me? Io non ci sto. Vadano a rivedersi tutto quello che abbiamo fatto noi per L’Aquila… ». Rita Dalla Chiesa è arrabbiata e offesa. Nessuno la può accusare di aver insultato i terremotati, si difende la conduttrice di «Forum», perché lei, giura, «spot per Berlusconi» non ne ha mai fatti in vita sua.

Il caso nasce su Facebook e rimbalza sul web, da un social network all’altro. A dieci giorni dall’anniversario del sisma, che il 6 aprile 2009 devastò il capoluogo abruzzese, l’assessore alle politiche sociali Stefania Pezzopane (Pd) si scaglia contro la giornalista di Mediaset. La accusa di aver ospitato in tv due «falsi» aquilani e di aver dato voce «a una devastante rappresentazione di una tragedia». Il sito www.quotidianodabruzzo.it rilancia lo sfogo della ex presidente della Provincia e in 48 ore registra oltre 18 mila contatti e duecento commenti. Indignazione, rabbia, insulti. Chi grida allo «schifo» e chi chiede i «danni morali». Finché il direttore del giornale online interviene per placare i lettori. «Nessuna idea di censura, ma un richiamo alla moderazione sì – scrive sabato Antonio Del Giudice, già direttore del Centro -. Vi chiedo una prova di maturità civile». Ma lo sfogo degli aquilani continua e sul sito spunta una nota dell’ufficio stampa del capogruppo Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto. Tre righe per avvertire quanti avessero «postato commenti diffamanti sull’operato del governo e di Berlusconi», perché rischiano querele alla Polizia postale.

La storia. Venerdì 25 marzo su Canale 5 «Forum» affronta una causa tra moglie e marito, abruzzesi separati che si presentano come Marina e Gualtiero. La donna ha dovuto chiudere l’attività di abiti da sposa e chiede al coniuge 25 mila euro per rilanciarla. Lui rifiuta, dice che L’Aquila è distrutta e l’investimento fallirebbe. Marina però insiste, sostiene che «tutte la attività hanno riaperto» e per due volte loda Berlusconi: «Vorrei ringraziare, non lo so se posso, il presidente… Non ci ha fatto mancare niente». E la Dalla Chiesa: «Il governo, certo». Riprende Marina: «Questi hanno la casa coi giardini, coi garage…». Il marito si oppone, per lui «L’Aquila è tutta una maceria». E lei: «Non è vero, sta tornando come prima».

La conduttrice ringrazia Guido Bertolaso e pazienza, dice, se si attirerà «le ire di tutti». E quando si spegne l’applauso per l’ex capo della Protezione civile, la signora Marina mette a dura prova la pazienza dei sopravvissuti: «Dentro gli hotel sono rimasti in tre, quattrocento. E gli fa pure comodo. Mangiano, bevono e non pagano niente, pure io ci vorrei andare». I blog si scatenano. «Io sono di Popoli – scrive Alessio – e posso confermare che la signora è di qui, ma non fa la sarta e quello non è il suo ex marito». La Pezzopane accusa Mediaset di aver usato «protagonisti non aquilani», la cui storia «non è mai esistita». E chiede che Dalla Chiesa vada a vedere «come muore la gente». Ma la conduttrice sente di avere la coscienza a posto. «È una bufala, la Pezzopane si guardi la trasmissione». È vero che i due non sono aquilani? «Alzo le mani, non posso chiedere a tutti la carta di identità». Non era uno spot ideato a tavolino? «No, io non ci sto, sono sempre stata equidistante – smentisce Dalla Chiesa -. Ho fatto puntate interi sugli aiuti, ho persino mandato i peluche ai bambini… Vergogna a me? No, io non l’accetto».
http://www.corriere.it/cronache/11_marzo_28/falsi-terremotti-forum-guerzoni_9d3fadd8-590c-11e0-bc5a-84b93b4dfe5d.shtml

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27 Mar 2011

Che lavoro farà tua figlia quando sarà grande?

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In un mondo che è sempre più in evoluzione, non è facile dire con certezza quali saranno i lavori più remunerativi per le prossime generazioni, ma in ogni caso può essere utile sapere quali potrebbero essere i settori nel mercato del lavoro dove ci sarà una maggior richiesta di personale per poter intraprendere la carriera di studi più adeguata e anche per una questione di costi e di tempo.
I nuovi impieghi sono frutto di un mondo che cambia: generale invecchiamento della popolazione, ricerca di certezze previdenziali e boom dell’informatica trasformano il mercato del lavoro. Quest’ultimo, benché non sia più una novità, continua però a creare nuove figure professionali specialmente in settori di nicchia che si stanno consolidando come quello del marketing web.
Un altro settore che richiama sempre più interesse ed attenzione è l’ambiente, un macro ambito impegnativo e vastissimo che “sforna” figure professionali nel solare termico, nel fotovoltaico, l’eolico e le biomasse. Si parla sempre più spesso di Green Job (i lavori verdi) destinati ad occupare le generazioni future.
In aumento anche i mestieri che hanno a che fare con i servizi alla persona: la sfera del benessere individuale, dell’assistenza, dell’aiuto, avrà un boom con l’invecchiamento della popolazione.
Ma anche cuochi e camerieri, vigilantes, camionisti, giardinieri, infermieri, insomma un insieme di mestieri che per tradizione non consideriamo nobili né particolarmente remunerativi ma che sono intramontabili.
Attenzione però: per quanto possano sembrare sotto-qualificate, le professioni del futuro richiederanno comunque un alto livello di studi e specializzazione.
Vediamo nel dettaglio quali figure professionali si affacceranno sul mercato tra 5 o 10 anni.
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