Archive for Giugno 2010

28 Giu 2010

Gli Stati Uniti preparano l’«interruttore ammazza Internet»

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images intIl presidente Usa per gravi minacce potrà “staccare la spina” alla rete per un termine massimo di 120 giorni

L’hanno ribattezzata Internet Kill Switch, l’interruttore ammazza Internet. O anche, con mirabile miscela di concisione e ironia, Kill Bill, ovvero la proposta di legge (bill) che potrebbe fare a pezzetti l’indipendenza della Rete. In nome, beninteso, della sicurezza nazionale americana. Si tratta del provvedimento sulla Protezione del cyberspazio come risorsa nazionale (Protecting Cyberspace as a National Asset Act) appena approvato dalla Commissione per la sicurezza nazionale e gli affari governativi del Senato Usa, e quindi in pole position per incassare il sì dell’assemblea.

LA PROPOSTA DI LEGGE – Una proposta legislativa che fa i conti con l’ossessione cyber-sicuritaria cresciuta negli ultimi mesi nell’amministrazione statunitense e che in buona sostanza conferisce al presidente l’autorità di adottare “misure di emergenza a breve termine” al fine di proteggere la rete Internet nazionale e le infrastrutture collegate da eventuali attacchi, virtuali e non. Tra i poteri concessi anche quello di chiedere alle principali aziende del settore di staccare la spina, sospendendo le connessioni per un limite massimo di 120 giorni (oltre il quale è necessaria l’autorizzazione del Congresso). A dover sottostare al provvedimento (e a una nuova agenzia creata ad hoc, il National Center for Cybersecurity and Communications) saranno dunque i fornitori di connettività, i motori di ricerca, ma anche case produttrici di software e hardware in base, pare di capire, alla discrezionalità del Dipartimento della Sicurezza nazionale. Per “infrastruttura informativa”, si legge nella proposta di legge, s’intende infatti la cornice che supporta “l’elaborazione, la trasmissione, la ricezione o l’archiviazione di informazioni elettroniche, inclusi apparecchi elettronici programmabili, reti di comunicazioni e ogni hardware, software e dato associato”. Una definizione tanto vaga quanto ampia che ha subito generato una levata di scudi non solo nella forte lobby hi-tech, ma anche tra le associazioni a difesa dei consumatori e delle libertà digitali.

LE PROTESTE – Queste ultime, tra cui la American Civil Liberties Union e il Center for Democracy & Technologies, hanno inviato una lettera pubblica al Senato, in cui chiedono proprio di specificare cosa s’intende per infrastrutture critiche e per misure d’emergenza. Pur riconoscendo che la legge non amplia la sorveglianza elettronica al di fuori dei limiti consentiti attualmente, per cui è comunque necessario l’avallo di un giudice – un timore che dai tempi dell’amministrazione Bush è rimasta una preoccupazione vigile tra gli attivisti digitali – la missiva sottolinea che “la legislazione sulla cybersicurezza non deve erodere i nostri diritti”. E che dunque “le misure d’emergenza prese non devono, senza fondati motivi, interrompere le comunicazioni Internet”.

IL MODELLO CINESE – Il provvedimento, presentato dal senatore indipendente filo-democratico Joe Liberman, non molto esperto di Rete ma vicino ai repubblicani sulla politica estera e la sicurezza, potrebbe avere anche conseguenze al di fuori dei confini americani, sia per la natura interconnessa di Internet, sia perché definisce “infrastruttura informativa nazionale” anche ciò che si trovi fisicamente fuori dagli Stati Uniti ma la cui distruzione possa provocare un danno catastrofico nel Paese. Certo non rassicura il fatto che Liberman, per difendersi dalle critiche, abbia preso a modello Pechino: «La Cina può disconnettere parti di Internet in tempo di guerra – ha dichiarato il Senatore -. Abbiamo bisogno di poter fare lo stesso».

CYBER-SICUREZZA PRIMA DI TUTTO – Tuttavia, a favore di Kill Bill, sono arrivate altre voci. Secondo alcuni commentatori, la legge non aumenterà affatto i poteri del presidente, anzi, potrebbe semmai limitarli. Il paradosso deriva dal fatto che, come sostiene Alan Paller, direttore dell’istituto tecnologico SANS Institute, non ci sarebbe nessuno interruttore ammazza Rete perché tale eventualità è già prevista dalla legislazione vigente, e precisamente dal vecchio pre-Internet Communications Act del 1934. Disquisizioni giuridiche a parte, è comunque chiara la volontà di Washington di mettere la cyber-sicurezza in cima alla lista delle proprie priorità. Una decisione accelerata probabilmente dall’attacco subito da Google e da una trentina di aziende americane lo scorso dicembre, quando degli hacker di probabile provenienza cinese violarono mail e sistemi di sicurezza blindati. E forse non è un caso che proprio in questi giorni il direttore della Cia Leon Panetta abbia definito la cyber-guerra la minaccia più grave tra quelle a cui gli Usa non stanno prestando la dovuta attenzione. Anche se ora, a ben vedere, di attenzione ce n’è fin troppa.

Carola Frediani

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25 Giu 2010

Il calvario dell’Italia non è solo colpa di Marcello Lippi

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lippi-triste_jpg_415368877OLIVIERO Beha
Anticipo la mia tesi, o meglio la posticipo: non è solo colpa di Lippi, o meglio la posticipo: non è solo colpa di Lippi, come sembrano dire tutti compreso Lippi stesso in una versione critica autopurificatrice. Ho scritto “posticipo” perché anche qui o comunque in rete trovate diverse mie opinioni nel merito, sul C.T., sulla squadra, sulle scelte, sulla preparazione ecc. Voglio dire che non ho aspettato il “crucifige” di ieri né la telecronaca dell’intero “calvario” sudafricano. Ho la pessima abitudine di esprimere opinioni critiche non dopo, per non rischiare, bensì prima o in corso d’opera, in base a elementi di valutazione che posseggo o credo di possedere. E’ esattamente ciò che mi “bolla” come recensore negativo, pessimista, ipercritico e via cantando.A maggior ragione non infierisco oggi, quando le cose si sono rivelate per quello che già erano. A scanso di equivoci, uno smilzo pari con la Slovacchia, tutt’altro che improbabile, non avrebbe cambiato il mio giudizio anche con l’Italia ancora in Sudafrica. Dunque Lippi ha una montagna di colpe e di responsabilità. Non ne ha fatta una giusta, né nella preparazione di uomini male in arnese atleticamente che sono andati indietro in dieci giorni di Mondiale spaventosamente, né nell’impostazione psicologica di un gruppo o meglio di un gruppetto vissuto come un esempio di “reducismo” (da Germania 2006) persino da quei giovani che nulla avevano a che vedere con i Campioni in carica. Insomma Gattuso e soprattutto Cannavaro hanno invecchiato Montolivo e Pepe, invece che il contrario.All’esterno delle scelte, Lippi poteva e forse doveva convocare qualche talento in più, dal Cassano ultimo al geopolitico Balotelli. Ma ha sbagliato anche all’interno delle scelte fatte: un Maggio non trascendentale e un Quagliarella comunque talentuoso sono stati i fautori di un quarto d’ora leggermente più vivo da parte degli Azzurri in un beckettiano finale di partita. Lippi ha pasticciato in tattica, in sicurezza cioè in insicurezza, in errori marchiani nella “lettura della partita”, come dicono in gergo i molti analfabeti prestati alla bisogna delle cronache. Ma allora perché dico che prendersela con Lippi non basta? Perché Lippi è tornato C.T. e si è mosso come un padrone, fino al congegno di espulsione del maggio scorso con l’incredibile avvicendamento con Prandelli prima e non dopo i Mondiali, solo perché gli è stato permesso.E da chi ? Dal potere federale, dal presidente Abete, da tutto il vertice politico-sportivo che ha fatto quello sì gruppo, ma per difendere scelte e interessi che riguardano l’intiero mondo del calcio. Padri e figli, Lippi e Lippini, i vari Abete del pallone, della finanza, dell’imprenditoria ecc. Tutti insieme nel fare gruppo e nel decidere le sorti “magnifiche e progressive” dei Campioni del Mondo in carica. Guai a salire sul carro dei vincitori, dicevano fino a qualche giorno fa. Beh, adesso almeno scendano tutti, per limitare la vergogna di addebitarla a un uomo solo. Erano tutti d’accordo, e forse i calciatori scesi in campo o rimasti in panchina o a casa sono i meno colpevoli. Io un nome per la Rifondazione del calcio ce l’avrei. E’ uno che se ne intende e ha carisma.Certo, dovrebbe diradare i suoi impegni, rinunciando a tutta quella sfilza di incombenze politiche o parapolitiche che costituiscono il vero “legittimo impedimento” ad assumere la carica di C.T. Se avete pensato che mi riferissi a Gianni Letta, avete sbagliato ma vi siete avvicinati…Buon Mondiale a tutti, con Argentina,Brasile e Olanda.
Mettiamo la sordina alle vuvuzelas!

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24 Giu 2010

Solo la tecnologia ci può salvare dalle insopportabili vuvuzelas

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vuvuzela2Non appartengono alla cultura zulu, non hanno nulla di ancestrale e non derivano dal corno di koudou
Ricordate il giustamente criticato striscione laziale visto nella partita contro (vabbe’ contro) l’Inter? WWWzela
Mondiale in Sudafrica, una scelta giusta UN Mettiamo la sordina alle vuvuzelas! Questi Mondiali 2010 rischiano di passare alla storia non per il gioco espresso ma per il fastidiosissimo suono delle trombette: noiose come uno sciame di zanzare inferocite, moleste come i bongo nelle notti estive, irritanti come i «ma va là» di Ghedini. Se il Sudafrica di Nelson Mandela si fa conoscere in tutto il mondo per il ronzio stordente delle vuvuzelas di plastica significa che qualcosa non ha funzionato. Prima di cercare di capire com’è possibile eliminare l’orrida colonna sonora, eliminiamo un equivoco alimentato dall’onnipotente presidente della Fifa Joseph Blatter. Le vuvuzelas non appartengono al repertorio culturale zulu, non hanno nulla di ancestrale, non affondano le loro radici nella musica etnica e non derivano dal corno di koudou (una specie di antilope). Rompono e basta!

Le vuvuzelas le ha inventate un signore che si chiama Freddie «Saddam» Maake: il suo punto di partenza era una di quelle trombette con peretta di gomma che si montano sulle biciclette come campanello. All’inizio, essendo d’alluminio, la vuvuzela era vietata negli stadi, nonostante Saddam e i suoi amici la usassero per infastidire gli avversari. Nel 1989 Saddam trova un industriale che comincia a fabbricare vuvuzelas di plastica. Siccome le cattive idee si diffondono con la rapidità della luce, eccoci qui a tentare di arginare questo incubo indifferenziato e stordente che rompe le scatole a calciatori, telecronisti e spettatori di tutto il mondo. Difficile sperare che i suonatori di vuvuzelas si ravvedano. Non resta che arrangiarsi. Il primo consiglio è operare sul suono del televisore di casa. La vuvuzela agisce su un frequenza che oscilla tra i 200 e 250 hertz.

Agendo sul bilanciamento, si abbassano i toni che si situano in questa gamma, si alzano gli altri e si rinuncia, ovviamente, all’effetto surround. Bisogna poi sperare che Sky e Rai facciano come la Bbc e la Zdf che stanno cercando di filtrare all’origine i rumori di fondo, rispolverando magari i vecchi microfoni direzionali. Anche le HBS (Host Broadcast Services), le società che forniscono i segnali audio e video per le varie piattaforme, si stanno attrezzando. Su Internet, senza alcuna garanzia, si offrono software per eliminare il fastidio. Il Popolo Viola sta già pensando di adottare le vuvuzelas per scendere in piazza contro la «legge bavaglio». Se c’è un’idea «intelligente» la sinistra non se la fa mai scappare.

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22 Giu 2010

Bossi contro la Nazionale:«La partitacon la Slovacchia? Tanto se la comprano»

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bossiIl leader della Lega ha risposto così ai cronisti che
gli chiedevano un pronostico sul match di giovedì
polemiche sul mondiale di calcio

Tanto la partita se la comprano: vedrete che al prossimo campionato ci saranno due o tre calciatori slovacchi che giocano nelle squadre italiane». Facile immaginare che faranno discutere le parole del leader della Lega Umberto Bossi, che ha risposto così ai cronisti alla Camera che gli chiedevano un pronostico sulla partita del Mondiale che vedrà giovedì contrapporsi la Nazionale italiana a quella della Slovacchia.

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21 Giu 2010

La canzone anti-Italia che spopola in Rete

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2_92_hitlerQuattro tedeschi ironizzano sul Mondiale azzurro
«Non abbiamo ancora digerito la sconfitta del 2006…»
“Non siamo stati molto fortunati” WWWzela
«Non importa chi vince la Coppa. Basta non sia l’Italia!». È questo (in versione un po’ più volgare) il refrain della canzone più in voga in questo momento in Germania. Trasmessa dalle radio è già un tormentone in rete. E un caso nei social network.

HIT – «Solo su Internet l’Italia è ancora una hit», titola la Bild. Ed in effetti il beffardo brano della band tedesca «Die vier Sterne» («Le 4 stelle») è tra i più visti su YouTube, scambiato migliaia di volte anche nei vari social network. Dopo il rap di Trapattoni, la canzone «Numero uno» dedicata dal cantante Matze Knop a Luca Toni, in Germania ora spopola «Nur Italien nicht!», un pezzo di dubbio gusto musicale sulla nazionale di Marcello Lippi. È cantato da un gruppo di comici e cabarettisti della Germania – tutti molto noti nel Paese grazie ad una trasmissione tv. «L’idea di fare questa canzone ci è venuta dopo l’1-1 nella partita d’esordio degli azzurri contro il Paraguay», spiegano i quattro membri del gruppo Dittmar Bachmann, Achim Knorr, Lutz von Rosenberg Lipinsky e Sven Hieronymus.

LUOGHI COMUNI – Il brano, assai tagliente (accompagnato da un videoclip alquanto trash), è farcito, ovviamente, di luoghi comuni e termini che caratterizzano lo stereotipo del nostro Paese e del nostro calcio. Il refrain della canzone è più che mai eloquente: «Wer den Cup gewinnt, ist scheiß egal, nur Italien nicht, Italien nicht!». Che tradotto significa: «Non importa un fico secco (per dirla in modo elegante, ndr) chi vince la Coppa. Che non sia l’Italia, che non sia l’Italia!». E prosegue: «Un gol nei primi secondi basta per 90 minuti»; «Spintoni, sputi e insulti: questo è il calcio italiano»; «Catenine e scarpette d’oro; creme e gel, sembrate delle squillo»; «Ci piace il vostro cibo, ma per il calcio non avete tutte le rotelle a posto». E ancora: «Pizza, pasta, mafia – Berlusconi. Questo ci basta, altro non vogliamo».

SCONFITTA 2006 – Ciononostante, interpellati dai media, i membri della band sostengono di non voler offendere o provocare i tifosi italiani. Che la canzone vuole solo essere spiritosa, insomma, «una presa in giro e nulla più». Anche perché «non abbiamo digerito la sconfitta dopo i tempi supplementari del Mondiale di Germania 2006». Al quotidiano Rhein-Zeitung aggiungono: «L’abbiamo prodotta in meno di 48 ore, il successo era inaspettato. Non sappiamo se col singolo incideremo un cd, vediamo dove ci porta l’onda». Per i quattro è però già chiaro quale sarà il team che si porterà a casa il trofeo: «Alemania, certamente», come chiosano nella canzone.

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21 Giu 2010

“LA PADANIA NON ESISTE”

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La Padania è semplicemente una «felice invenzione propagandistico-lessicale», un «neologismo» perché fra Cadore e Tigullio non c’è “assolutamente nulla” in comune. “O si e’ italiani o non si ha altra identita’ che non sia assolutamente localizzata”. Lo ha detto Gianfranco Fini intervenendo questa sera al convegno “Patriottismo repubblicano e unita’ nazionale” organizzato dalla fondazione Spadolini e dalla fondazione Farefuturo. «La politica – ha detto Fini – deve contrastare in modo molto netto le invenzioni» come le affermazioni separatiste della Lega «perchè la coesione nazionale rischia di affievolirsi senza un contrasto alle sortite separatistiche». Per Fini «serve un’azione pedagogica e culturale che riaffermi il senso della coesione nazionale».
Secondo il presidente della Camera, «il rischio per il senso di italianità è forse quando non si contrastano le goliardate, ma è anche più forte se si finisce con il derubricare l’italianità in una sorta di operazione museale volta a relegarla ad una specie di storia del passato». E allora, secondo Fini, «non basta contrastare la sortita propagandistica, ma occorre anche essere capaci oggi di far capire che essere italiani significa riconoscersi in alcuni valori non trattabili che sono alla base di un’identità di un popolo». È per questo che, per Fini, «bisogna stare attenti a non derubricare le affermazioni della lega come sortite goliardiche fini a sè stesse».
La Padania nell’immagine è un “falso”. Ma non così diversa da un “vero”. Purtroppo.

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14 Giu 2010

Per gli amici della lega nord il Nabucco non parla del PO,ma del Giordano e Mameli non è terrone ma è di Genova

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Va, pensiero, sull’ali dorate;
va, ti posa sui clivi, sui colli
ove olezzano tepide e molli
l’aure dolci del suolo natal!
Del Giordano le rive saluta,
di Sionne le torri atterrate.
Oh, mia patria sì bella e perduta!
Oh, membranza sì cara e fatal!
Arpa d’or dei fatidici vati,
perché muta dal salice pendi?
Le memorie nel petto raccendi,
ci favella del tempo che fu!
O simile di Solima ai fati
traggi un suono di crudo lamento,
o t’ispiri il Signore un concento
che ne infonda al patire virtù!
Va, pensiero, sull’ali dorate non si posa sulle sponde del PO ma su quelle del Giordano
I paradossi sembrano pensieri sofisticati. Ma non è così, anzi il maggior paradosso riguarda i saperi sul mondo della vita quotidiana. Conoscenze che diamo per scontate e che ci comunicano la sensazione d’assoluta certezza sulle cose a cui fare affidamento e su come farlo (il savoir faire). Sicurezza pre-riflessiva che è molto difficile poi trasformare in conoscenza esplicitata (il sapere del savoir faire).
Succede così, agli italiani in patria e all’estero, con l’aria del Va pensiero, che ciascuno è supposto sapere, e sopratutto con il suo testo verbale, che sono pochi a conoscere per intero. È l’eccesso d’intimità che ce ne ha allontanati: canticchiando, le parole emergono nella memoria come frammenti d’un naufragio cognitivo.
Eppure l’inno del Nabucco è uno dei testi sacri o per lo meno canonici della cultura italiana, l’emblema nazionale della nostra araldica sonora. Mi propongo quindi di render estraneo questo testo troppo familiare, per poterlo meglio guardare da dentro. Per farlo dovrò isolare il testo linguistico e letterario – con le sue proprietà lessicali e grammaticali, ma anche retoriche e stilistiche – dalla comunicazione sincretica dell’opera, la quale è musicale e scenica. Operazione che lo stesso Verdi potrebbe legittimare.
È lui infatti a raccontare quanto l’avesse colpito il testo di Temistocle Solera, capitatogli fra le mani – guarda caso! – alla pagina dell’inno; quella stessa notte avrebbe imparato a mente tutto il libretto. Agiografia a parte, è vero che dal testo, con la sua particolare musicalità verbale, Verdi ha preso le mosse per comporre, mentre in altre occasioni accadrà piuttosto il contrario: “Camillo” – scriveva il Maestro a Boito durante il lavoro comune, ai diversi piani della casa di Busseto – “mettimi questa musica in endecasillabi”.

Nabucodonosor(nabucco)
Re babilonese, figlio del predecessore Nabonassar, ha rappresentato una figura di alto rilievo culturale e politico per il mondo pre-classico. Ha regnato d al 605 a.C. al 562 a.C. con il titolo di Nabucodonosor II.
La storia lo ha tramandato come l’autore della deportazione a Babilonia di 5.000 ebrei, come il rappresentante del diavolo.
In realtà questo personaggio deve essere relazionato ai tempi in cui ha vissuto. In quel periodo Babilonia ingaggiò una dura lotta con l’Egitto per ottenere il controllo dei territori siro-palestinesi, ricchi di materie prime e di porti. In questa impresa però rientrava anche il contrasto con l’Assiria, ormai domata, e la Media, ritenuta alleata da un matrimonio contratto dallo stesso re mesopotamico. Babilonia si avvaleva anche di una serie di alleanze con tutti i polpoli mesopotamici. E’ in questo contesto che va collocato il comportamento di Israele che si ribellò in diverse occasioni. Dunque era necessaria la repressione, anche per dare l’esempio a tutti i potentati siriani che erano sotto il dominio babilonese.

Nabucodonosor fu comunque un re moderno: considerò i popoli conquistati come alleati, rispettando i loro usi e non interferendo sulla scelta dei regnanti, amò le arti e fece di Babilonia la città più bella del mondo allora conosciuto, si rivelò un valente generale, ottenendo prestigiose vittorie militari.

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12 Giu 2010

È in arrivo una cometa sarà visibile a occhio nudo

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cometahalleycomete
Tra il 15 e il 16 giugno transiterà nel punto più vicino alla Terra
Una nuova cometa arriva per la prima volta nel nostro cielo a dar spettacolo. È la C/2009 R1 (McNaught) e tra il 15 e il 16 giugno transiterà nel punto più vicino alla Terra a 1,13 Unità astronomiche. Ora è visibile con un binocolo e un piccolo telescopio prima dell’alba guardando verso Nord-Est tra le stelle della costellazione Perseo, ma nelle prossime settimane si potrebbe osservare a occhio nudo.

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05 Giu 2010

Il gattino gli «spegne» il videogame Lui lo uccide sbattendolo contro il muro

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gattinoIl La sua colpa è stata di non avere avuto, in questo caso, il proverbiale passo felpato dei felini. E nel muoversi per la casa ha finito involontariamente con lo staccare una presa interrompendo all’improvviso il videogioco a cui il fidanzato della padroncina stava giocando. Un piccolo incidente che è costato la vita ad un gattino che viveva in un appartamento di Staunton, in Virginia. Il giovane intento nel videogame ha infatti reagito malissimo: ha afferrato l’animaletto e lo ha scagliato con rabbia contro un muro provocandone la morte. Il tutto davanti agli occhi esterrefatti dei figli della sua compagna, secondo quanto ha riferito Lisa Klein, del dipartimento di polizia della cittadina al quotidiano Newsleader.
L’uomo, il 21enne Bruce Jamar Walston, è stato arrestato con l’accusa di maltrattamento e crudeltà nei confronti degli animali e condotto nel carcere regionale di Verona, nella regione di Middle River. Waltson aveva dei precedenti e all’inizio dell’anno era già stato arrestato con l’accusa di avere aggredito due persone nel palazzo in cui viveva ed era stato rilasciato su cauzione in attesa di comparire davanti al giudice il prossimo 25 giugno. Questo nuovo episodio sicuramente non lo aiuterà di fronte alla corte. L’associazione animalista Peta ha riportato la notizia nel suo blog e ha sollecitato i propri sostenitori a scrivere al giudice della contea di Augusta chiedendo per il 21enne una pena esemplare, sottolineando come «molto spesso, come dimostrano diversi studi, gli autori di maltrattamenti nei confronti degli animali poi riversano la loro violenza anche contro gli esseri umani».

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04 Giu 2010

Volete conquistare?

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PER LE DONNE – Questi, comunque, i dieci errori-orrori da evitare secondo gli uomini.
1) Pantaloni harem: oltre a nascondere all’occhio maschile le parti predilette del corpo femminile, ovvero lato B e gambe, questi pantaloni arabeggianti non piacciono perché sembrano un aiuto per incontinenti.
2) Tute: una delle cose più inutili mai create, che nella migliore delle ipotesi fa sembrare una donna un bimbo che muove i primi passi e nella peggiore «mia mamma negli anni Settanta», come ha scritto un uomo del sondaggio.
3) Ugg: i famosi stivali australiani in pelle di pecora che piacciono tanto alle celebrities si mettono con tutto, ma non c’è uomo che li apprezzi. «Sembra di vedere due conigli morti riempiti con dei piedi puzzolenti» è stato il non elegantissimo commento di un intervistato.
4) Cerchietti: le donne li trovano sexy e vagamente hippy, gli uomini pensano subito a Bjorn Borg o, se va bene, a Peaches Geldof. In ogni caso, da brividi.
5) Leggings: non è tanto l’oggetto in sé, quanto il contenuto. In altre parole, se non avete gambe perfette, meglio evitare.
6) Sandali da gladiatore: ci si mette una vita a chiuderli, lasciano degli inestetici segni sulle gambe e, non bastasse, gli uomini appena li vedono pensano subito a Russell Crowe.
7) Occhiali oversize: fanno sembrare una donna come se avesse qualcosa da nascondere ed evocano alla mente inquietanti immagini di mantidi religiose con fattezze umane.
8) Salopette: nascondono seno e vita, ovvero la quintessenza della femminilità. Quindi, a meno che non siate un meccanico, un contadino o un operaio, perché mai indossarle?
9) Smoking: una donna che si veste con un abito tradizionalmente maschile causa un mix di preoccupazione e confusione.
10) Frange: inutili e inconcepibili ovunque, fatto salvo su una giacca da cowboy, ma indossata da un vero cowboy.
PER GLI UOMINI – Dopo aver letto questo elenco, qualche donzella fashionista potrebbe pensare: da che pulpito. Già, perché se gli uomini sono pronti a segnare con la matita blu ogni (presunto) errore modaiolo femminile, altrettanto sanno fare le donne e in maniera assai più spietata. Leggere per credere la classifica stilata dalle cinque esperte (la stylist televisiva Nicky Hambleton-Jones, la responsabile del blog howtolookgood.com, Caryn Franklin, l’autrice Hannah Sandling, la topmodel Lisa Butcher e la redattrice di moda Claire Brayford) chiamate dal giornale inglese Daily Express a stabilire i 10 orrori (spesso abbinati) che gli uomini indossano con imbarazzante disinvoltura.
1) Costume e infradito: se hai un po’ di pancia e magari la schiena pelosa, l’effetto è spaventoso.
2) Calzino bianco e sandali: fanno subito inglese o tedesco in vacanza. La sola persona che si poteva permettere i calzini bianchi era Michael Jackson, anche perché li metteva con le scarpe.
3) Camicie hawaiane: colori sgargianti e stampe terribili: in altre parole, pugno in un occhio assicurato.
4) Canottiere e camicie a maniche corte: se il fisico è da urlo, l’effetto è comunque troppo “da duro”; in caso contrario è brutto e basta. Quanto alle camicie, meglio a maniche lunghe rimboccate.
5) Jeans a vita bassa: alterano le proporzioni del corpo e fanno sembrare le gambe corte, oltre a mostrare la biancheria intima che proprio sexy non è.
6) Gioielli in oro pesante: l’accoppiata medaglione e camicia aperta è da paura. I soli gioielli ammessi su un uomo sono orologio e fede.
7) Colori pastello: l’effetto Miami Vice è garantito. E terribile.
8) Cappellini da baseball: è l’equivalente delle donne in tuta: ammessi solo se si fa sport.
9) Camicie alla Gordon Gekko: ovvero, base azzurra e collo e polsini bianchi a contrasto. Fanno tanto anni Ottanta e sono davvero poco originali.
10) Bermuda: starebbero male anche a David Beckham perché tutto quello che mostrano sono polpacci pelosi e caviglie grosse.

Simona Marchetti

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