Archive for Aprile 2010

09 Apr 2010

Meritocrazia e libertà

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L’umiliazione del merito è un’arma a testata multipla: soddisfa i bisogni di pochi, accresce il potere di pochissimi e distribuisce disfunzioni e povertà su tutti.
La Costituzione stabilisce, all’articolo 97, che per entrare nella pubblica amministrazione si debba superare un concorso, “salvo i casi stabiliti dalla legge”. Non solo, nel tempo, l’eccezione è dilagata fin quasi a divenire regola, non solo i concorsi, quando si fanno, sono alterati da punteggi concepiti per agevolare determinate categorie di persone, ma il concetto stesso di “concorso” si associa a quello di “raccomandazione”.

Tale malcostume ha comportato una sorta d’appropriazione illecita di ciò che è pubblico, fino a considerarlo al servizio di chi ha il potere per farsi valere. Un esempio? I concorsi universitari, un tempo influenzati dalle baronie, che così promuovevano i propri allievi, fino a divenire, oggi, lo strumento per piazzare familiari e famigli. La progressiva corruzione, a sua volta, moltiplica due infezioni della vita civile: a. la necessaria complicità diffusa, che genera la spartitocrazia politica; b. l’umiliazione del merito, che c’impoverisce tutti. Quando i raccomandati superano i bravi ed i meritevoli non si realizza solo una intollerabile ingiustizia, ma si sistema un incapace dove non dovrebbe stare. Nell’istruzione ciò moltiplica l’ignoranza. Nella giustizia favorisce la continua revisione delle sentenze, come l’ancor più frequente smentita delle indagini.

Nella sanità genera sprechi e morti, con l’unica speranza che l’incapace si trovi, prima o dopo, a soccorrere chi ce lo piazzò. L’umiliazione del merito, insomma, è un’arma a testata multipla: soddisfa i bisogni di pochi, accresce il potere di pochissimi e distribuisce disfunzioni e povertà su tutti. In un sistema funzionante, l’antidoto a questi mali consiste nell’apertura alla concorrenza e nella privatizzazione delle gestioni. Chiunque debba rispondere, anche di tasca propria, dell’amministrazione che guida si guarda bene dall’utilizzare persone inadatte. Se ci sono casi pietosi, da soccorrere, costa meno creare un fondo di solidarietà e dar loro dei soldi senza far fare dei danni. Ma anche questa ricetta è stata corrotta, e se prendete il vasto mondo delle municipalizzate vi accorgete che si tratta di strutture formalmente private, dove, però, la politica piazza spesso i propri scarti. Ed è tutto dire. Se quella è la testa, figuratevi il resto.
Tuttavia, non ci si deve rassegnare. Un interessante esperimento è stato ideato dai ministeri degli interni, dell’economia e della pubblica amministrazione, che ne hanno affidato la realizzazione al Formez. Si tratta di una gestione esterna dei concorsi, che si svolgono in maniera interamente informatizzata, sulla base di questionari che contengono domande scelte, automaticamente e imprevedibilmente, fra un paio di migliaia, già pubbliche. Non c’è modo d’influenzare il risultato, perché il computer lavora in tempo reale e in modo trasparente, senza chiudere un occhio o chiedere consiglio.
Non è la soluzione di tutti i mali, certo, ma aiuta a stabilire un primo criterio: le amministrazioni pubbliche che non si avvalgono neanche di questo strumento dovrebbero destare sospetti, e i loro amministratori essere guardati con preoccupazione. Uno dei frutti avvelenati della (non)cultura sessantottina consiste nel supporre che la meritocrazia comporti una selezione ingiusta, “classista”. E’ vero l’esatto contrario: l’assenza di meritocrazia crea una società immobile, a tutto vantaggio degli scemi altolocati e protetti e a grave svantaggio dei bravi, ma privi di garanzie. Più una società è meritocratica, più è libera. Liberiamoci.
“>http://iltempo.ilsole24ore.com/index.shtml”>Davide Giacalone

09/04/2010

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07 Apr 2010

Vivere felici quasi gratis, con i “tesori” della spazzatura

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Anneli Rufus e Kristan Lawson si trattano bene ma non spendono nulla: frugano nei cassonetti e riciclano di tutto
BERKELEY (USA) – Dodici dollari in due. Tanto hanno speso, l’anno scorso, per rinnovare il loro guardaroba. Eppure Anneli Rufus e Kristan Lawson, una coppia di scrittori californiani, non sono poveri, né disdegnano la moda, dato che lui porta spesso una giacca di Versace. I due vivono in una bella casa a Berkeley, nella baia di San Francisco, in California e hanno entrambi un lavoro ben pagato. Ogni sera, però, quando i negozi chiudono, Anneli e Kristan fanno una passeggiata sui marciapiedi impugando un metal detector, per cercare le monete cadute dalle tasche di ignari passanti. Inoltre, nella loro grande villa, arredata con gusto, tutto è di seconda mano. Il 95 per cento dei loro averi è stato acquistato nelle svendite ai grandi magazzini, oppure comprato online o barattato. Oppure, semplicemente trovato per strada, aggiustato e riutilizzato. Le tende, i mobili, i tappeti, le stoviglie, perfino la pittura per imbiancare le pareti: un tempo tutte queste cose sono state di qualcun altro.
LA SPAZZATURA PUO’ DIVENTARE UN TESORO – Sì, perché secondo la coppia non c’è da vergognarsi a frugare nei cassonetti, per recuperare ciò che gli altri buttano via. «La spazzatura di qualcuno per un’altra persona può diventare un tesoro» scrivono nel loro blog. Non ladri, ma “spazzini per salvare il mondo” – “Rovistare nei cassonetti”, “scroccare”, “ricclare”, “risparmiare all’estremo” sono le parole chiave dello stile di vita dei Lawson, su cui i due hanno anche scritto un libro: “The scavenger manifesto” (il manifesto dello spazzino ndr). Nel volume, c’è il decalogo per chi voglia ispirarsi alla loro esperienza, anche senza arrivare a frugare nel cestino della pattumiera. La tesi su cui si fonda la filosofia dei Lawson è “Evitare di comprare le cose, o almeno cercare di pagare il meno possibile per ottenerle, usando solo mezzi legali”. Ad esempio, recandosi nei negozi solo in caso di svendite, oppure collezionando i buoni sconto. La frutta che spicca nel cesto sul tavolo della loro cucina è invece stata raccolta da alberi abbandonati o selvatici.
NON RUBARE E RISPETTARE L’AMBIENTE – Il primo principio del decalogo è infatti “non rubare”. Anneli porta al dito un anello di Tiffany, che lei stessa ha trovato per strada, ma prima di appropriarsene, ha messo annunci online cercando di rintracciare il proprietario. Tra le altre regole dello “scavenger” c’è “rispetta l’ambiente”, ovvero “dopo aver rovistato nei cassonetti rimetti tutto dentro”. E poi “non diventare un parassita”, “abbi cura della tua salute”, “non mangiare cose andate a male solo per dimostrare di aderire alla causa”. E la causa a cui la coppia è votata è nientemeno che “salvare il mondo”. «Milioni di persone annegano nel debito. Altre si dedicano come noi al riciclo del rifiuti. Così liberiamo il mondo da tonnellate di cose destinate a diventare spazzatura» scrive Anneli sul suo sito. Fuga dal consumismo – Provare l’eccitazione di fare una nuova scoperta, di trovarsi di fronte a qualcosa di inatteso. Sensazioni che, secondo i Lawson, si sono perse con l’avvento del consumismo, cultura “terrorizzata dall’ignoto e dall’inaspettato”, proprio perché fondata sull’”illusione di potere e di controllo su tutto” che essa dona al genere umano. I consumatori sono attratti passivamente da un oggetto all’altro. Il loro compito è solo pagarlo, ma chi decide che li farà felici è l’industria che lo ha realizzato. E se questo non si avvera il ciclo riparte con un altro acquisto. L’arte del recupero e del riciclo è invece ciò che suggerisce la coppia, il cui blog è sempre più frequentato. Le telecamere dell’emittente americana ABC News li hanno seguiti per un giorno. Al tramonto, i due non avevano ancora speso un soldo, ma anzi, avevano trovato anche una monetina per terra. Ma questo stile di vita non fa per tutti, lo dicono loro stessi: “Non cercare di fare proselitismo. Diventa spazzino solo per hobby, divertimento, necessità o per un tuo convincimento interiore. Questa filosofia non è adatta a tutti. E avere come vicino di casa uno “scavenger” può essere davvero fastidioso”.

Giovanna Maria Fagnani

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