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31 Dic 2008

al sabato notte, appuntamento con l’angoscia

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Quando la notte diventa l’incubo di un’attesa Alle nove del mattino, pochi minuti dopo che alla radio avevano detto dei quattro ragazzi morti sotto un cavalcavia, sono arrivati i primi. Pallidi, trafelati, in mano il cellulare con cui continuavano a comporre un numero che non rispondeva mai. Un’ora dopo erano in trecento davanti all’ospedale di Civitavecchia, a mostrare una foto, a domandare angosciosamente, di quei quattro morti, il cognome. Trecento padri e madri assillati da un pensiero d’inferno: c’era mio figlio, laggiù? Raccontano le cronache che i soli oggetti con cui i poliziotti potevano tentare una prima identificazione erano i telefonini delle vittime. E li mostravano dunque ai parenti, chiedendo: li riconoscete?
A questa scena perfino gli operatori delle tv hanno abbassato le telecamere, in un improvviso pudore. Intanto, qualcuno finalmente riusciva a rintracciare il figlio, e se ne andava in fretta, felice, come quando ci si sveglia da un incubo e si scopre che non è successo niente; e forse con uno sguardo di pietà a quegli sconosciuti che invece restavano, a quelli che, nella lotteria tragica di una domenica mattina, avevano perso. Ma in questo assedio, fra i pianti e gli spintoni di chi voleva entrare per esser certo che il figlio non fosse tra i morti, qualcosa, oltre al dolore, si fa evidente. Trecento padri, solo in una città come Civitavecchia, che non hanno visto tornare dei figli sedicenni, né sanno dove siano, e alla notizia di un incidente mortale si affollano a domandare: è forse lui?

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