Archive for Novembre 2008

26 Nov 2008

Se l?altro non è riconosciuto come uguale a se stessi

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Sono ragazzi ‘normali’.
  Uno
studente, un perito chimico, un elettricista e un barista fra i diciotto e i diciannove anni, incensurati.
  Benestanti, abitanti in famiglia, le facce degli adolescenti con cui lasceresti uscire una figlia.
  Quattro ragazzi normali hanno confessato di avere dato alle fiamme quindici giorni fa, a Rimini, un clochard addormentato sulla sua panchina. «Lo abbiamo fatto – hanno detto – per gioco». Per gioco, ma con la lucidità di andare a riempire la tanica nell’unico distributore di Rimini che non ha telecamere. Con la improntitudine di tornare sul posto, un’ora dopo, per assistere a quel gran via vai di sirene e poliziotti, nell’acre odore di fumo; per dirsi fra sé, soddisfatti: guarda, di cosa siamo stati capaci. Si farà un processo, e magari un difensore tenterà, come accade quando non ci sono altre strade per il suo assistito, la carta dell’infermità mentale. Si faranno, forse, le perizie. E quanto vorremmo in fondo che gli psichiatri trovassero in questi quattro tracce di una malattia mentale, una qualsiasi, pur di potere dire che lo studente, il barista e i loro amici in realtà ‘normali’ non erano. Ma se, anche a causa di quella fredda regia dell’aggressione, i medici non riusciranno a trovare nulla di anomalo, allora bisognerà convenire che a bruciare un uomo come si brucia un bidone sono stati proprio quattro ragazzi ‘normali’. Cioè a dire che in una agiata città di provincia italiana, nel 2008, quattro adolescenti tranquilli possono cercare, in una sera di noia, di ammazzare un poveraccio per diletto.
  Nemmeno per una perversa ragione ideologica che, pure sordida, indicherebbe almeno una consapevole scelta per il
male. Per il puro nulla, invece; così, non sapendo che fare, e sognando l’ebbrezza dei titoli sui giornali. Semplicemente per gioco. Di tutte le ragioni possibili, la peggiore. Perché significa che quel clochard
  non era, agli occhi della banda, nemmeno un uomo. Non si dà alle fiamme un uomo per divertirsi. In realtà, prima di arrivare con la tanica, quei ragazzi il
clochard
  sulla panchina lo avevano già annientato nei loro pensieri; trasformato in una cosa; in quella faccia, non riconoscevano più in alcun modo un proprio simile.
  Bisognerà però chiedersi, se gli amici di Rimini risulteranno psicologicamente ‘normali’, quale ‘normalità’ consenta un gesto simile. Bruciare, cercare di uccidere è un gesto criminale e grazie a Dio non frequente. Ma quello che in questa storia viene prima, e cioè quello sguardo annichilente su un prossimo non più riconosciuto come uguale a sé, questo sguardo, siamo sicuri che oggi sia altrettanto raro?
  Quella ‘normalità’ che spesso ci viene ripetuta nel definire, fino al giorno prima, protagonisti di violenze gratuite, di aggressioni a handicappati o stranieri, o di stupri di gruppo di compagne bambine, non allude forse a una incapacità di riconoscere l’altro come persona, forse più ampia e diffusa dei casi che poi tragicamente esplodono nella cronaca? Bravi ragazzi, lavoratori, incensurati, sentiamo ripetere come una litania, e però capaci di ferocia, per divertirsi.
  In quale vuoto, in quale educazione al nulla cresce questo male ‘normale’?
  Qualcosa di fondamentale, in un’abbondanza e accessibilità di informazioni senza precedenti nella storia, sembra mancare ad alcuni, e scoppia qui e là tra paesi e città, come buchi neri nel comune sentire. Che cos’è un uomo, e chi c’è dietro al volto di ognuno, è coscienza per qualcuno perduta, memoria colmata dal nulla.
 

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10 Nov 2008

Addio Miriam,voce della Africa

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01 Nov 2008

I NOSTRI SILENZI NON POSSONO INCORAGGIARE LA MENZOGNA

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Se la virtù di Maria Goretti è una favola e gli spiritelli di Halloween la realtà 
Sono una giovane mamma. In questi giorni, varcando il
portone delle scuole dei miei figli, i miei occhi vengono catturati da zucche vuote, scheletri, fantasmi, streghe e diavoli vari appesi ai muri o incollati ai vetri delle finestre. Mi domando il senso di tutto questo.
  Quando ero bambina attendevo con ansia il cosiddetto ‘ponte dei santi e morti’, era una festa della famiglia, si andava tutti al cimitero, anche i non credenti, ad onorare coloro che ci avevano preceduti. Poi, ci si riuniva tutti a casa di qualche zia attorno ad un camino scoppiettante, tra un bicchiere di novello e le caldarroste di stagione si faceva grata memoria del passato e si raccontava del presente.
  Nel giro di pochi anni la società è cambiata, il ‘progresso culturale’ ha fatto entrare nelle nostre case ‘nuove tradizioni’: oggi si festeggia Halloween. Dobbiamo modificare l”idea di morte’ e la paura va ‘esorcizzata’ attraverso la presenza fisica di simpatici e innocui fantasmi e streghe… queste le parole di alcune maestre per illustrare progetti e programmi didattici. Personalmente non li trovo né simpatici, né tantomeno innocui! Sento spesso dire: «È una carnevalata». Se così fosse, essendoci un tempo per ogni cosa, mi pare che questo tipo di tradizione sia radicata già da secoli in Italia e che non occorra ‘scimmiottarne’ un anticipo. Mi spiego per coloro che alzano le spalle e sorridono. Che bisogno c’è di anticipare una festa di travestimenti e maschere dove non ci
si traveste da personaggi di fiaba, storici o da quant’altro la fantasia ci suggerisca, ma bensì solo da figure del male? Allora, stiamo consumando qualcosa di più di una semplice ‘carnevalata’. Ciò che mi preoccupa è che ormai le stesse agenzie educative istituzionali stiano inculcando nei nostri figli questa tradizione estranea alla nostra cultura. Non trovo affatto educativa una scuola ‘vestita a festa’, non trovo educativo ridurre i temi della vita e della morte ad una banale festa in maschera e di consumismo.
  Halloween non è semplicemente una mangiata e due balli tra fumo, ragnatele ed effetti speciali sonori, non è una bella zucca intagliata ad arte. La scuola, i mezzi d’informazione, talvolta le nostre parrocchie, sostengono e incoraggiano questo ‘nuovo’ costume. Noi genitori, forse con leggerezza, abbiamo lasciato che le nostre tradizioni venissero soppiantate da una festa pagana a cui sono stati aggiunti elementi di cultura magico-esoterica. Si potrebbe dire molto sul giro d’affari, ma mi si permetta, Halloween è ancora altro da questo, è qualcosa di assai più profondo. Non voglio che i miei figli perdano il senso, il rispetto e il significato ultimo della vita e della morte e che prendano sul serio ciò che è indegno di ogni considerazione e dal quale, anzi, si devono ben guardare: il mondo dell’occulto, la magia, l’esoterismo. Il vero orrore lo provo quando m’imbatto in bambini travestiti da diavoli, fantasmi e streghe. Certo, le ‘virtù eroiche’ di S. Maria Goretti sono ‘favola’, mentre quanto
sono reali, divertenti e fascinose le figure del male! La morte non esiste è un passaggio ad un’altra dimensione e nella notte tra il 31 e il primo novembre queste due dimensioni, questi due ‘mondi’ s’incontrano… La Vita eterna, il Paradiso, la Santità… ‘roba sorpassata’. Questo vogliamo insegnare ai nostri figli?! Da bambina ho imparato a considerare come valori: la sofferenza, il sacrificio, il senso del dovere, mai sfuggendo alla vita reale. In tale prospettiva, la morte trovava il suo significato, la Vita eterna era qualcosa a cui anelare, e l’esempio dei santi allontanava ogni dubbio sul perché della mia esistenza. Se ci si sottrae a questa prospettiva, i santi divengono figure irreali e la morte diviene un ‘evento’ dell’esistenza terribile e temibile. Mi pare che quelle zucche vuote che vedo ormai dappertutto siano come le nostre teste. Ci sarebbe molto da riflettere.
  Credo che ogni famiglia non debba perdere il senso della propria memoria storica. Per noi cristiani, inoltre, meditare sulla Vita Eterna è un riaffermare il nostro cammino di santità. Tollerando Halloween, incoraggiando con il nostro silenzio questa menzogna ‘mascherata’ da ‘realtà innocente’, lasciamo un vuoto culturale che l’«irrazionale colmerà con la fuga nel misterioso e nel magico», come scriveva l’allora vescovo di Pesaro, ora cardinale, Angelo Bagnasco. Desidero che i miei figli imparino ad affrontare la realtà, quella ‘vera’, e desidero ancor di più che divengano amici di Gesù e che i loro modelli non siano sciocche e immorali figure del male, ma che siano i nostri santi e in special modo quelli della nostra terra marchigiana. Questa è l’eredità che desidero lasciare, perché a mia volta mi è stata donata, questa eredità è preziosissima e non la si può ‘tradire’ con un’alzata di spalle e un sorrisetto dicendo: «Non vi è nulla di male, è una carnevalata». Concludo con uno slogan che i vescovi francesi lanciarono qualche anno fa: «Basta con Halloween, puntiamo su Holy Wins – la santità vince».

 (Lettera firmata, una mamma)

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