Archive for Giugno 2007

30 Giu 2007

Quando la vera bestia è l’uomo

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Quando capita che un cane ferisce gravemente un uomo il suo destino è segnato. Se non viene ucciso durante la colluttazione lo attende la segregazione per almeno dieci giorni in una “cella d’isolamento”, poi può essere soppresso per volere dei proprietari oppure condannato all’ergastolo in un canile lager.
Quando in televisione o sui giornali si vedono le immagini di un uomo con il volto insanguinato, la gente non resta certo impietosita dal triste destino del cane, vuoi che sia la morte immediata o la lunga detenzione nella gabbia di un canile sovraffollato. Pochi, di fronte a una testina piena di suture, provano compassione per chi spesso è colpevole soltanto di avere, non un proprietario, ma un bulletto imbecille di periferia. La situazione si ribalta completamente quando capita che sia l’uomo ad aggredire mortalmente un cane e a farlo con una ferocia degna del Dr. Lecter, l’inquietante criminale del Silenzio degli innocenti. E’ accaduto a Carpi, non nel Bronx o a nella Chinatown di una città convulsa, dove le bande di immigrati clandestini si affrontano ogni giorno con pistole e coltelli.
Faceva un gran caldo a Carpi, ricca città in provincia di Modena, quel venerdì scorso e la sera si era alzata una leggera brezza che portava ristoro a corpi sudati per l’afa che, durante l’estate, infradicia canottiere e camicie. Una delle più belle e ampie piazze d’Italia, la centrale piazza Garibaldi, era gremita di gente alla ricerca di refrigerio. C’era anche un giovane di 35 anni che non cercava refrigerio, perché del fresco non gli fregava nulla. Lui aveva caldo, molto caldo, ma non sudava. Cercava tra la folla un uomo con un cane, e la lama, nascosta dentro la camicia, era bollente anche quella. Eppure, non una goccia di sudore in quella corda di violino che camminava con gli occhi dardeggianti, tra i gruppetti di genitori e bambini con il gelato in mano, fermi a chiacchierare o a rincorrersi.
L’uomo aveva al guinzaglio il suo boxer e si è visto piombare addosso un giovane che urlava con un coltellaccio da cucina in mano, mentre la gente fuggiva in preda al terrore. La vittima però non era lui, ma il suo cane. Paralizzato dallo shock il proprietario ha assistito alla serie di coltellate, l’ultima delle quali ha reciso la giugulare, che il giovane affondava nelle carni di un cane che si è lasciato finire senza aggredire a sua volta, tentando solo di riparare la testa con le zampe raggomitolate a sua difesa. Il motivo dell’esecuzione? Forse il giovane impazzito ha un cane che era stato morsicato, qualche giorno prima dal boxer. Sufficiente per meditare a lungo la vendetta.
Leggo che, a distanza di tre giorni, l’accoltellatore si è allontanato da Carpi, temendo ritorsioni. Per il momento è denunciato per vari reati a piede libero. Ma come si fa, mi chiedo, a permettere che un individuo simile “si allontani”? D’accordo, era un cane non un uomo e la soppressione, la cella d’isolamento per la rabbia o l’ergastolo sarebbero pene eccessive, ma eccessiva mi pare anche la disparità di trattamento tra i cani e uomini, che, in ultima analisi, si vantano di avere maggiori circonvoluzioni cerebrali rispetto agli animali.

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30 Giu 2007

In fila da cinque giorni per il cellulare più magico

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Oggi alle 6 del pomeriggio (mezzanotte in Italia) sarà messo in vendita negli Stati Uniti il telefono cellulare iPhone, della Apple, che una martellante pubblicità definisce “magico e rivoluzionario”. Le aspettative sono febbrili, se davanti al negozio Apple di Manhattan la fila degli aspiranti compratori ha cominciato a formarsi già la mattina del 24 giugno. Il trasporto ai 1800 punti vendita dei tre milioni di pezzi del primo lancio è stato protetto da scorte armate. È un apparecchietto che, in cambio di 499 dollari per la versione base e di 599 per la più completa — neanche poco -, fa di tutto (o quasi, ancora non prepara il caffè): è un telefonino a quattro bande, è un palmare, è un iPod audio e video, naviga in internet, gestisce le e-mail, scatta foto digitali da 2 megapixel… È dotato di uno schermo sensibile al tocco di più dita e in genere, come per i celebrati computer Macintosh della “mela”, possiede un ottimo hardware e un software eccellente. Fermiamoci qui, per non dar l’impressione di essere agenti della Apple, e concediamoci qualche riflessione. Primo: nella nostra multicolore e affaccendata civiltà delle macchine l’offerta tecnologica supera largamente la domanda, creando bisogni, e soddisfacendoli, prim’ancora che vengano percepiti. Quando però il bisogno è stato suscitato non si torna indietro: chi potrebbe vivere oggi senza cellulare? Eppure i nostri padri non l’avevano, non ne sentivano il bisogno, anzi non lo concepivano neppure. Secondo, questa prevalenza dell’offerta sulla domanda si va attenuando: i dispositivi di cui ci hanno inondato i produttori negli ultimi anni aiutano il pubblico a presagire sempre più facilmente le innovazioni che poi puntualmente arrivano sul mercato. Questa agevolazione del bisogno (e del sogno) è accresciuta dal fenomeno della “convergenza”: macchine, dispositivi e sistemi che un tempo erano separati oggi si presentano incorporati in unità multifunzionali, che “parlano” in digitale, l’alfabeto universale della tecnologia dell’informazione e della comunicazione. E i costi, anche se sono tenuti alti dai produttori per sostenere i profitti, sono in calo costante: se ne ha la riprova osservando che i dispositivi “superati”, nuovissimi e perfettamente funzionanti, sono venduti a prezzi stracciati. Un’ultima osservazione: mentre in America, e anche in Europa e in Giappone, e domani in altri Paesi, milioni di persone sono disposte a spendere 500 dollari per l’ultimo grido in fatto di cellulari, i Paesi diseredati dell’Africa e di certe zone dell’Asia si contenterebbero di apparecchi telefonici senza tanti fronzoli che, con pochi dollari, li mettessero in condizione di comunicare, e di computer a basso costo per studenti e docenti. Perciò è importante la notizia che dal mese prossimo la Microsoft avvierà in India la produzione di IQ PC, il primo personal computer autarchico, cioè tutto Microsoft. Distribuito all’inizio solo in Asia, costerà 500 dollari: quanto l’iPhone.

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20 Giu 2007

Davanti ai tabelloni sentenze da capire

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È tempo di tabelloni. Studenti e genitori si soffermano in questi giorni a guardare quella specie di specchio numerico che vorrebbe in qualche modo fotografare un intero anno scolastico, materia per materia di apprendimento. Non appaiono numeri in rosso, e neanche quel brutto “bocciato” di una volta, al massimo un “non promosso”. Poi è tutto un paziente decifrare: voti al netto di merito e voti al lordo di credito. Che vuol dire: se appaiono numeri dal 7 in su, il merito è tutto conquistato. Anche il 6 è buono, ma deve essere senza asterisco, sciolto da ogni vincolo. Se invece c’è un asterisco, vorrà dire che manca qualcosa: la scuola fa credito al suo studente, ma lui deve colmare qualche particella di debito, deve recuperare. Non è un gioco e neanche una finzione. È la filosofia che vuole la scuola un cantiere aperto tutto l’anno. Una volta letti questi tabelloni, è giusto che parta il dibattito in famiglia. Cade una prima pregiudiziale: la divisione dell’anno in due tempi, un tempo per studiare e un tempo per allontanarsi dallo studio. È vero, da qui a metà ottobre, la didattica è sospesa, ma può andare in vacanza anche lo studio? Un ragazzo che è stato a scuola, mentre si esercitava in matematica e filosofia, in informatica e letteratura, una cosa di certo ha imparato: ad imparare. Ed ha afferrato che non si finisce mai. Studiare è approfondire, ripassare, saldare anelli rimasti aperti, tornare a leggere e poi a leggere ancora per assimilare, confrontarsi con i compagni e non solo con un foglio di carta da scrivere o con l’insegnante. Inoltrarsi in qualche pista di ricerca che durante l’anno scolastico si è intravista ma non si è potuta percorrere. Divagare con qualche lettura extra o addirittura passare a letture degustate. Due sono gli atteggiamenti che potrebbero guidare l’interpretazione dei tabelloni: una buona dose di umiltà e un’altra di non abbattimento. Nello studio esistono ritmi: lenti, mossi, sostenuti, veloci. Sono anche i ritmi della vita di ognuno . Quel che non esiste sono i salti: la natura non li ama e non li pratica. Esistono i recuperi, che sono la caratteristica peculiare di ogni adolescente o giovane che sia. Guardare i tabelloni è ormai operazione più complessa di un tempo. Richiede un pacato ragionare, confrontare tempi di maturazione globale, prima fra tutte la verifica di quella “comprensione verbale” che una recente ricerca italiana ha mostrato carente. Detta in parole povere: è l’abilità di leggere e capire appieno quello che si è letto, riprenderne il contenuto e rimescolarlo fino al punto di riferirlo fedelmente ma con parole proprie, segno di provata padronanza. E sì, è proprio vero: i nostri ragazzi spezzettano i discorsi, devono proprio imparare la costruzione e l’architettura dell’esposizione corretta. Questo è un po’ quello che si vuole indicare quando si parla di scuola come cantiere sempre aperto. I voti, è appena il caso di dire, sono importanti, ma restano indicatori relativi. La tessitura tra scienza e vita è quel che resta. È anche quello che si richiede e, se vogliamo, anche quello che avviene a scuola. Forse, quella parte di dibattito sulla scuola dei nostri figli che durante l’anno scolastico ci è potuta sembrare superflua o demandata agli operatori scolastici, da qui a settembre dovrà ritornare a noi. Un po’ di quel credito che i nostri ragazzi dovranno alla scuola, sarà pure costituito da qualche debito che abbiamo con loro. E i debiti si pagano.

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16 Giu 2007

IL sito Boy Love Day di nuovo attivo

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Purtroppo è di nuovo accessibile il portale del Boy love day da tutti i server italiani, grazie ad un nuovo indirizzo ( già indicizzato su tutti i siti pedofili del mondo”. E dunque “è fallita l’azione di contrasto alla pedofilia” condotta in tutta Italia nei giorni scorsi. La scoperta è della Associazione Meter di don Fortunato Di Noto, che ha subito denunciato alla Polizia Postale e delle Comunicazioni di Catania e Roma l’incredibile notizia. Il portale era già stato segnalato e dichiarato chiuso su www.ibld.net (anche se ancora esiste quello in italiano allocato sul Principato di Liechtenstein. Dei nuovi siti aperti non è pubblicato il nome per evitarne la pubblicizzazione.”Si tratta – sottolinea l’associazione di don di Noto – di una complessa e difficile vicenda che sta sfidando tutti i livelli della società italiana ed estera. Meter è già in contatto con Gentiloni, il Ministro delle Comunicazioni per coordinare la risposta a questa provocazione
Alzare il livello della protesta – In particolare, i volontari di Meter hanno rinvenuto con un due nuovo indirizzo il portale madre della Giornata dell`Orgoglio pedofilo che sembra essere ospitato online Online Institute for Gay Research e in un altro attraverso il sistema “anonymouse.org”. Nello stesso forum dei pedofili, un certo Citizen (probabilmente italiano) fornisce informazioni tecniche sul nuovo indirizzo e su come connettersi. “Siamo più che certi che la comunità omosessuale – afferma don di Noto – è contro la Giornata dell`Orgoglio pedofilo, così come ha dichiarato e firmato Grillini. Chiediamo di alzare il livello di protesta, non solo dall’Italia, ma dal resto dell`Europa e dal mondo intero”. “La Giornata dell`Orgoglio Pedofilo – continua – , non è una manifestazione per la libertà di pensiero, ma il tentativo da parte delle lobby pedofile di far passare un comportamento illecito e di reato: i bambini non appartengono ai pedofili e alla loro mentalità perversa e malata”,

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15 Giu 2007

AEREO BLU ,7500 ORE DI VOLO GRATIS

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Settemilacinquento ore extra di volo con l’aereo blu. E non parliamo delle alte cariche dello Stato, quelle che hanno diritto a imbarcarsi sui jet Falcon e Airbus schierati dall’Aeronautica sulla pista di Roma Ciampino. No, questa è la stima dei viaggi a bordo della seconda flotta di velivoli vip basata poco lontano, a Pratica di Mare: la squadriglia di Piaggio 180, vere “Ferrari dei cieli”. Il 14mo stormo, che dovrebbe occuparsi di altre missioni, da quando ha ricevuto quindici lussosi bimotori Piaggio è stato continuamente chiamato a fare da taxi per uomini di governo. Un’armata di sottosegretari, capi di commissioni parlamentari e assistenti si è seduta sulle poltone, otto per ogni aereo, spostandosi comodamente per l’Italia a spese del contribuente. Adesso lo stormo ha festeggiato un record: trentamila ore di volo con i Piaggio 180. In media, come ha dichiarato il comandante del reparto un anno fa, un quarto dell’attività viene svolta su richiesta della presidenza del Consiglio: si tratterebbe quindi di 7500 ore di viaggi di Stato. La stima è sicuramente calcolata per difetto. Perchè gli hangar di tutte le istituzioni pubbliche, come ha raccontato “L’espresso” un anno fa, si stanno riempiendo di meravigliosi biturbina Piaggio: ne sono stati acquistati 17 tra Marina, Esercito, Forestale, Vigili del Fuoco, Protezione civile, Carabinieri e Polizia. Tutti velivoli, tranne tre eccezioni, che non hanno apparati per compiere missioni di sorveglianza, nè spazio per imbarcare materiali. Il Piaggio, infatti, è un aereo executive: elegante, comodo, prestigioso ma senza posto nemmeno per una valigia. Figuriamoci poi le dotazioni di squadre speciali. Insomma, un aereo a misura di portaborse. Il costo? Otto milioni di euro circa per ogni bimotore.

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13 Giu 2007

Ripensando al «Facci sognare» di D’Alema

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«Facci sognare?». Chissà per quanto tempo Massimo D’Alema si porterà dietro le stigmate di questa frase malandrina, uscita – e non è bello ricordare come – dai verbali di un’intercettazione telefonica con l’allora numero uno di Unipol Giovanni Consorte il 14 luglio del 2005. Nei verbali venuti alla luce non vi è – a nostro avviso – alcunché di penalmente rilevante: una stella di prima grandezza dei Ds nonché uomo politico di esperienza conversa con il leader della compagnia di assicurazioni storicamente legata al mondo delle cooperative rosse e all’ex partito comunista. In palio c’è la scalata di Unipol alla Banca Nazionale del Lavoro. Un affare che Consorte gestisce in proprio, ma del quale parla apertamente con D’Alema e Fassino. Non mancano i dettagli, quando Consorte spiega che gli mancano ancora alcune centinaia di milioni di euro per poter assestare il colpo finale che gli assicurerebbe il 70% di Bnl. Anche qui, niente di penalmente significativo: nulla vietava che nel corso di un’operazione pur delicata come quella, Unipol e il partito-guida si consultassero.
E dunque perché questo disagio che ci avvolge? Perché qualcosa suona stonato in tutto ciò? La risposta sembra provenire dalla frase che segue: «Oggi ogni opera di educazione sembra diventare sempre più ardua e precaria. Si avverte una crescente difficoltà nel trasmettere alle nuove generazioni i valori base dell’esistenza e di un retto comportamento». Sono parole di Benedetto XVI, pronunciate – guarda caso – proprio lunedì, parole semplici e per questo pesanti come pietre. Pietre che nessuno vuol gettare addosso a D’Alema o ai politici in genere, ma che debbono far riflettere. Sia detto senza alcuna fregola moralistica.
Quella italiana rischia di diventare una classe dirigente impresentabile. Lo è già per molti versi agli occhi del mondo, ma gli italiani – beati loro – faticano ad accorgersene. La china imboccata fra veleni, malaffare, disinvolture, privilegi, strafottenza, ignoranza istituzionale, in una parola: mancanza del senso dello Stato, non può tuttavia durare in eterno. Prima o poi arriverà il conto. E sarà amaro e pesante, per tutti. Solo così si potrà ripartire, sotto la spinta di una nuova questione morale. Perché è questo ormai, non l’economia né l’ordine pubblico il vero problema italiano. Se non lo risolviamo, il nostro destino sarà quello di una indignitosa marginalità. Un futuro che è delittuoso riservare alle generazioni che ci seguono.
«Facci sognare?». E in effetti un sogno noi ce l’avremmo, magari non così nobile come quello di Martin Luther King, diciamo un piccolo sogno, a misura delle cose italiane, che quasi sempre – nella politica per lo meno – sono di modesta entità: il sogno di un Paese dove le banche fanno le banche e la politica si limita a stabilirne le regole, dove le imprese fanno le imprese e i politici fanno le leggi, un Paese cioè dove la commistione fra politica, economia, affari, malaffari e veleni sia soltanto un ricordo. È un sogno, certo, quello di un Paese normale. Non era forse questo il titolo di un libro firmato proprio dall’onorevole D’Alema?

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