Archive for Maggio 2006

29 Mag 2006

La Corte ha deciso: il blogger non riveli la fonte

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Da oggi ogni blogger è più libero. Libero di non dire chi gli ha dato una notizia, proprio come ha diritto di fare un giornalista. Perchè? Ma perché lo dice la costituzione o meglio il Bill of Rights. E sì perché la notizia viene dagli Stati Uniti e riguarda i blogger americani.
I quali vincono una partita importante in un processo voluto dalla Apple ma che ha dato luogo a una sentenza che, come spesso accade negli USA, diventa poi un precedente di giurisprudenza fondamentale per il comportamento successivo di giudici, avvocati e privati (sia cittadini che aziende). Il ?precedente? creato dalla sentenza è che i blogger hanno un segreto professionale ?forte? da proteggere: se si occupano di giornalismo, ?sono? giornalisti, quindi protetti dalle leggi che si applicano all?attività giornalistica.
Venerdì pomeriggio un tribunale di San Diego, in California, ha deciso che la Apple avevatorto nel chiedere che i responsabili di due blog specializzati su “cose Apple”, appunto, rivelassero le fonti di alcune indiscrezioni pubblicate nel 2004. La Apple invocava la violazione del segreto industriale e riteneva che non si applicasse ai blog il diritto, riconosciuto ai giornalisti, di tutelare la fonte non rivelandola.
Il tribunale, come abbiamo visto, ha rifiutato questa tesi, riferendosi al primo emendamento alla Costituzione, nonché alla giurisprudenza successiva, anche statale oltre che federale, in materia di segreto professionale dei giornalisti
I due siti/blog sono PowerPage e AppleInsider. Tuttavia davanti al tribunale le loro ragioni e la questione di diritto sono state sostenute dalla Electronic Frontier Foundation (EFF), un?associazione no-profit che fin dagli albori di internet opera per l?affermazione e la difesa dei diritti del ?cittadino elettronico? contro ogni prevaricazione, sia da parte dei privati che da parte delle autorità.
Il giudice ha motivato così la sua decisione: ?Non c?è alcun modo per distinguere in modo corretto tra notizie legittime e illegittime. Ogni tentativo di farlo comporterebbe una minaccia allo scopo fondamentale del primo emendamento che identifica le idee valide e più importanti non sulla base di una formula sociologica o economica, né sulla base di altre regole di legge o derivanti dalll?attività economica, bensì attraverso la competizione delle idee-forza che si muovono sul mercato.
Questo giudice è un rivoluzionario e mai traduzione fu più difficile e certamente sbagliata (trovate il testo integrale della dichiarazione nel link alla EFF).
Il giudice applica il concetto di ?meme? (qui la voce Wikipedia in italiano) e traghetta dentro la giurisprudenza una delle ?metriche? (se è lecito definirla così) dei media e dei processi di comunicazione che questi generano. In altre parole il giudice misura i nuovi media e il loro impatto sociale con il metro della loro cultura locale, usando la costituzione e la giurisprudenza accumulata come principio ispiratore ma non gabbia. In nome del presente, non del passato, innovando non conservando.
Ricapitoliamo: negli USA il blogger conquista non uno ?statuto? di giornalista fisso e immutabile, ma un diritto di protezione della sua libertà di espressione in quanto cittadino che esercita, attraverso il reporting, un diritto di espressione e di critica.
Certo, per noi italiani & europei, e come visitare Marte. Forte il senso di straniamento davanti a tutto ciò. Ma le conseguenze di questa sentenza saranno un?onda lunga, che si farà avvertire?

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20 Mag 2006

Ragazzi ma che freddo fa

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L?amore come viene. Il disinteresse per la politica. Il lavoro con poca ambizione. Emozioni zero. Ritratto di una generazione incapace di volare.. L’amore? Va e viene, se viene. Storielle, senza troppi sconquassi. La politica? Per carità. A meno che non si tratti di pace nel mondo e che a dare la linea non sia Bono Vox. Gli amici? Quelli sì, importanti. Ma, per favore, i maschi con i maschi e le femmine con le femmine. La famiglia? Benino. Con mamma e papà che non si scandalizzano se ci si chiude in camera con la ragazza e che, magari, allungano pure una canna. Lo studio? Sì, ma poi? A parlare di lavoro cala la depressione.
Perché di loro, questi ragazzi, non sembrano metterci mica tanto. «Non hanno le stesse ambizioni della generazione precedente, l’idea della carriera come affermazione sociale sta declinando, il lavoro è visto come luogo strumentale: ciò che dà da vivere. E come luogo in cui esprimersi: conta starci bene».«Rimane il mito del successo, che però si ritaglia sul modello televisivo. Ma il punto è che davanti a un futuro incerto, la risposta giovanile suona come una sorta di adattamento». E non solo in Italia.
È cosa nota che il nostro sia il Paese dei mammoni, con ultratrentenni che rimangono a casa a carico dei genitori, meno noto è che facciamo tendenza. In “Mamma, posso tornare a vivere con te?”
Basterà, ce la faranno i “no adult land” a uscire dalla passività, che non è frutto solo dell’imbuto generazionale, della mamma chioccia o dello Stato bastardo? Riusciranno, insomma, a “partorire la propria vita”,

Riferimenti: ragazzi ma che freddo fa

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18 Mag 2006

In 10 anni 30 milioni di intercettati dal grande orecchio

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La legge prevede l?inter-cettazione per i processi che riguardano i delitti puniti con l?ergastolo o con la reclusione superiore a cinque anni, oltre che per gli stupefacenti, le armi, il contrabbando, e per i reati commessi con l?uso del telefono. Il giudice la autorizza solo quando è ?assolutamente indispensabile? e vi sono ?gravi indizi di reato?. E? una misura d?indagine di tipo residuale, l?ultima a cui ricorrere, quando non c?è altro modo di investigare. Può durare al massimo 15 giorni, salvo proroga. Così sta scritto.
Leggo sulla stampa, in mezzo al diluvio di parole dedicate agli scandali del calcio, che un indagato è stato intercettato per quasi un anno, e che le telefonate trascritte nei verbali sono decine di migliaia. Di calcio mi intendo poco, e ho visto meno partite allo stadio o in tv di quante ne abbia giocate in gioventù. Capisco la costernazione dei tifosi e la ridondanza della parola ?schifo? nei loro furibondi commenti, ma non riesco a commuovermi; questa buriana non coglie ?il gioco più bello del mondo?, ma un circo mediatico stracarico di affari e di soldi, qual è il mondo del calcio professionistico e la babilonia che lo contorna. Di legge, qualcosa mastico, e che la giustizia sia costretta a occuparsi di partite, di arbitri e di dirigenti sportivi per vedere se in quel circo ci sono dei trucchi, e se i trucchi sono un delitto, mi amareggia di più. I trucchi dovrebbe sventarli per prima la giustizia sportiva, farne piazza pulita con le sue sanzioni sportive. Per la giustizia penale, delitto c?è quando nella frode sportiva corre denaro, e la pena è blanda (reclusione da un mese a un anno e multa); non si fa su questo l?intercettazione, occorre l?ipotesi di associazione per delinquere.
L?accaduto consente qualche riflessione sull?uso della tecnologia intrusiva che penetra la segretezza della comunicazione privata, e comprime dunque una libertà fondamentale. Dico soprattutto quella di chi non è indagato, e parla al telefono con un indagato. Fi niranno sui giornali anche le sue confidenze e i suoi sospiri? L?intercettazione è uno strumento prezioso di contrasto ai delitti che si tramano nell?ombra (si pensi al terrorismo, alla mafia, alla droga, alla pornografia), e ciò giustifica il sacrificio necessario del diritto al riserbo. Ma talvolta sembra che sia impiegato non come ?extrema ratio?, ma come routine quotidiana. L?Eurispes, elaborando i dati acquisiti nel decennio 1995-2004, stima che le persone ?ascoltate? (una linea sotto controllo registra le parole di tutti quelli che chiamano quel numero, o che ne vengono chiamati) sono 30 milioni di cittadini. L?incremento delle intercettazioni è stato, negli ultimi 5 anni, del 128%. Tim ha scritto che non ce la fa più, ha saturato le sue 5.000 linee. Il costo annuo globale per l?erario è di circa 300 milioni di euro (150 solo per i telefoni).
Qualcosa sembra fuor di misura, qualcosa va corretto. Si può almeno auspicare che l?orecchio della giustizia, che dell?intercettazione ha bisogno, non si tramuti poi nell?Orecchio di massa, quando le trascrizioni testuali sono date in pasto al pubblico? L?effetto ?gogna? che si generalizza e stritola tutti non giova al processo. Né ?ripulisce? magicamente lo sport, su cui la riflessione etica da fare quando tutto sarà finito è assai più esigente della legge penale.
Avete sentito parlare mai di ECHELON?? ovvero: licenza di spiare
Sottoposti al sistema di sorveglianza globale
Soltanto pochissimi addetti ai lavori sapevano fino a poco tempo fa, dell’esistenza di una rete di monitoraggio globale, di straordinaria capacita’ ed estensione, che gli Stati Uniti gestiscono, con la collaborazione di altri quattro Paesi anglofoni: la Gran Bretagna, il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda.
A rivelarlo ufficialmente e’ un recentissimo rapporto del Security Technological Option Assessment; (STOA), della Direzione Generale Ricerca del Parlamento Europeo, secondo il quale ogni telefonata, ogni fax, ogni messaggio di posta elettronica, criptato o meno, puo’ essere intercettato, selezionato, decodificato e inserito in una potentissima bancadati computerizzata, comune ai cinque Paesi in questione.
Nel descrivere questo meccanismo il rapporto, intitolato “Valutazione delle tecnologie di controllo politico”, non usa mezzi termini.: “In Europa tutte le telefonate, i fax e i test di posta elettronica sono regolarmente intercettati, e dal centro strategico inglese di Menwith Hill le informazioni di interesse vengono trasferite al quartier generale della National Security Agency, l’agenzia di spionaggio elettronico americana”.

clikkate sul link per saperne di più

Riferimenti: Grande orecchio

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15 Mag 2006

I coatti della curva nel loro giorno più amaro

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Nel film “L’ulti-
ma spiaggia”, diretto da Stanley Kramer nel 1959, la terza guerra mondiale risparmiava soltanto l’Australia. Ma per poco. La nube radioattiva avanza inesorabile, tutti sono condannati, è solo questione di tempo. Ieri pomeriggio l’ultima spiaggia al San Nicola di Bari, al Bentegodi di Verona, al Meazza di Milano. Dove erano in scena la Juventus, la Fiorentina, il Milan. E le altre, tutte le altre squadre del pianeta calcio morente. Con i tifosi come gli australiani del film. Lavorano, mangiano, dormono, guardano il tramonto e scrutano il mare all’orizzonte sapendo che la Nube avanza inesorabile. E si chiedono: che senso ha tutto ciò? Si può soffrire e gioire dentro uno stadio, o seduti davanti al televisore, con la Nube che incombe?
Eppure gli australiani lavorano, mangiano e dormono. E scrutano l’orizzonte, come sempre. Così i tifosi. A decine di migliaia ieri trasmigravano attraverso la penisola, gli juventini da Torino, e da tutta l’Italia, verso Bari; i fiorentini verso Verona stando ben attenti a non entrare in collisione con i romanisti in viaggio verso Milano. Che altro possono fare? Quando la Nube incombe, anche il cervello si rannuvola.L’altro ieri il sito dei tifosi di una squadra indagata sondava lo stato d’animo dei fan. Tre su dieci si dicevano “confusi”, pochi di meno “moderatamente speranzosi”, quasi due su dieci “rassegnati al peggio”. Ma meno di uno su dieci era “disamorato”. Proprio come sull’ultima spiaggia, dove il sommergibilista Gregory Peck non smette di amare Ava Gardner, anche se il loro amore non ha futuro perché non c’è sole alcuno dietro la Nube. Confuso, confusissimo amore.
Amano perché non possono farne a meno i coatti della curva, i forzati della gradinata, quelli – e sono tanti, tantissimi – che hanno investito troppo nella loro insensata passionaccia per poter, di punto in bianco, dire basta. Alcuni hanno appiccicato la passione addosso ai figli coscientemente. Non si denuncia fin troppo spesso che il virus delle nuove generazioni è l’insufficienza emotiva, l’anestesia del cuore, l’incapacità di soffrire e gioire? Ebbene, che c’è di meglio di una squadra di calcio, che vince e perde, per imparare a soffrire e gioire, allenando le emozioni, lasciandole fluire e imparando così a governarle? Si dice che la modernità fluida esige che nulla sia per sempre; e allora contrastiamola anche con il forever impresso sulla sciarpa con i colori del cuore.
Sono (erano?) soltanto fantasie di cui uno psicologo sorriderebbe, forse. Ma adesso c’è la Nube, e noi che facciamo? Niente, non facciamo niente. Continuiamo ad amare e tifare perché altro non sappiamo fare, osservando i pochi che svendono il biglietto già acquistato perché “schifati” non sapendo se provare invidia per la loro capacità di dire basta, oppure disapprovazione per il tradimento. Se l’amore è per sempre, che sarà mai una Nube? Mentre tutto crolla, quell’amore è l’ultima certezza a cui abbarbicarsi. Così i tifosi d’Italia si preparano a vivere l’ultima domenica, l’ultima spiaggia, tenendosi per mano come Gregory Peck e Ava Gardner dinanzi al tramonto letale. Tifano, ma con un infinito senso di mestizia nel cuore. Esultano, ma con un gusto amaro in bocca. Chissà, magari scoppierà un temporale purificatore che dissolverà la Nube, magari il sole splenderà ancora. Sia fatta di noi la volontà dell’Ufficio Inchieste.

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09 Mag 2006

I caduti di Kabul svettano sui morti del sabato sera

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Le bare del tenente Manuel Fiorito e del caporale Luca Polsinelli erano ancora in volo da Kabul – due casse avvolte dal tricolore nel frastuono assordante dei C130 – e già, stando a un sondaggio di Repubblica, 93 italiani su 100 decretavano: «La missione di pace è fallita, facciamo rientrare i nostri». Quasi in una incontenibile ansia di toglierci da quel paese massacrato e sfinito che è l’Afghanistan, dove il nostro esercito tenta di aiutare a ricostruire un ordinamento civile. Quasi nell’utopia che “missione di pace” voglia dire portare le caramelle ai bambini, e non invece fronteggiare le forze che vogliono il ritorno del caos. Come sorpresi dunque all’idea che la pace possa costare la vita, tanti italiani invocano: torniamo, assurdo e insostenibile parendo che un Paese da 50 anni in pace possa perdere due suoi figli in una guerra lontana, in cui – ci si illude – noi non c’entriamo. I titoli sui due alpini si accompagnano, sugli stessi giornali, al consueto elenco di vittime degli incidenti del sabato sera, tanti, in tutta Italia, e in buona parte tragedie delle ore fra la mezzanotte e l’alba, quando ragazzi ebbri di pastiglie largamente spacciate e di alcool vanno a morire, mentre corrono verso casa. Una strage abituale, che solo la miopia può attribuire a disgrazia, se tutto di queste tragedie è norma: l’auto con quattro adolescenti a bordo veloce come un turbine, le tracce nere sull’asfalto dell’ultima disperata frenata. Ma, queste morti sempre ripetute – quasi prezzo di un rito collettivo, del mito giovanile di “vivere” finalmente al sabato notte – queste morti per nulla, a volte addirittura scaturite da folli gare, paiono non turbarci così tanto, e non valgono sondaggi, né l’interrogarsi davvero sul perché centinaia di ragazzi finiscano così, a precipizio nella sfida e nel vuoto. Invece, desta quasi scandalo la morte di due soldati a Kabul, e si invoca il ritiro. Forse, a chiedere a quei 1600 laggiù, si scoprirebbe che è gente che è lì perché crede in ciò c he fa, ed è disposta a rischiare pur di avvertire di fare qualcosa di utile in una terra devastata. Soldati per scelta, in missione in un Paese ad alto rischio, sanno che da certi posti può accadere anche di non tornare. La differenza con le morti dei sabati italiani, è che a Kabul si muore per qualcosa. Si può morire mentre si proteggono dai taleban le strade, o si va a scavare i pozzi in villaggi che non hanno mai avuto l’acqua; ma non è una morte per nulla, non la insostenibile morte dell’acceleratore schiacciato nell’ebbrezza e nella noia. Eppure l’Italia pare non tollerare che si possa cadere in una missione militare, e tace assuefatta invece alle sue stragi festive di adolescenti. Perché ci è sopportabile che si muoia in tanti senza una ragione, e inaccettabile che si possa morire per qualcosa? Forse perché la morte del sabato è esito estremo di quella “libertà” di sé, per cui ciascuno della sua vita può disporre come meglio crede; mentre morire in divisa a Kabul appare il sacrificio per qualcosa d’altro, che supera il singolo dentro un progetto, un disegno collettivo mirante al futuro di un popolo. Questo, che si possa morire “per” qualcosa, appare oggi ormai quasi incomprensibile – tanto da chiedere, non vedendone le ragioni: tornate. Come sbalorditi da una vita, e una morte, spese oltre la pura logica di sé. Ma le lunghe code di gente semplice in quelle camere ardenti testimoniano la memoria, e la consapevolezza, di queste morti diverse.

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08 Mag 2006

Al Zarqawi ordina il kamikaze esegue

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Video-choc dell’attentato a Ramadi contro una base Usa. Le immagini del ‘sacrificio’
Riferimenti: Video

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06 Mag 2006

dove l’ignoranza la fa da padrona

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Questa mattina sull’autobus della linea 50 a Milano direzione L.go CAIROLI, ne ho sntita una molto bella .
dopo una estenuante coda di circa 40 minuti per percorrere 2 km ,una signora sulla settantina seduta al primo posto, dove aveva ben visibile la situazione del traffico con aria da superdonna e rivolgendo la parola ad un altra signora che le stava vicino e dice ,questi signori non hanno voglia di lavorare,sono bravi solo a fare sciopero,per fare un pò di strda ci vuole una settimana e poi dicono di prendere i mezzi pubblici!!
dopo queste sagge parole tutti i passeggeri si sono sentiti autorizzati ad insultare il conducente come se fosse uno che stava rubando, neanche
di fronte ad una cosa cosi evidente si riesce a ragionare ,complimenti a tutti e a quella signora che nonostante la sua età ,non ha ancora imparato come gira il mondo.

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05 Mag 2006

Bomba a Kabul uccide due militari italiani

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IKABUL – Un’altra tragedia per le forze militari italiane impegnate all’estero. Un’esplosione causata da bomba radiocomandata ha colpito a Kabul, capitale dell’Afghanistan, un convoglio di alpini italiani formato da due veicoli con a bordo 12 alpini. L’esplosione ha ucciso due dei militari italiani ferendone altri quattro. Le vittime sono il tenente Manuel Fiorito e il maresciallo Luca Polsinelli la loro morte è stata confermata ufficialmente dallo Stato maggiore della Difesa.

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05 Mag 2006

Il male e il bene della Terra,ecco i libri che fanno riflettere

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Le inchieste sui bambini sfruttati e fatti soldato, i preti impegnati
i “desaparecidos” e le complicità della Chiesa, le storie dei Gulag
E poi la storia semisconosciuta di un’italiana uccisa nel 1942 in Azerbaigian
Ci sono decine di libri sperduti tra gli stand della Fiera del libro che raccontano il lato migliore e il lato peggiore di noi stessi. Ci descrivono eroici a combattere nelle frontiere dell’Italia più sconfitta per strappare giovani braccia alla criminalità con la sola forza del Vangelo. Oppure descrivono la meticolosità gelata con cui sterminiamo milioni di nostri simili. Ci mostrano il coraggio delle madri argentine che chiedono memoria e giustizia per i figli spariti da così tanto tempo che oggi se fossero ancora vivi ormai avrebbero i capelli bianchi. Oppure documentano le complicità delle gerarchie ecclesiastiche che furono complici di chi fece sparire quei figli. Ci parlano di intellettuali rigorosi, calvinisti e cresciuti con il senso civile della democrazia liberale, di donne italiane ai più sconosciute morte per la libertà di stampa e ci accendono la speranza. Ci elencano quanti bambini perdiamo in Italia e nel mondo vittime dell’oblio e quella speranza ce la spengono.
Quella che segue è una piccola guida a questi libri preziosi.

Monsignor Gian Carlo Bregantini è nato in Val di Non, infinitamente più a nord di quel sud in cui finirà per vocazione o per destino dopo aver fatto il prete operaio a Marghera. Finirà in Calabria, poi in Puglia, poi di nuovo in Calabria. Cappellano nel carcere, prete d’ospedale, giovane vescovo e parroco nella Locride e poi di una periferia urbana caldissima. Niente scorta armata, solo la forza impressionante di chi ha interiorizzato le beatitudini e quel “beati gli ultimi” così difficile da comprendere. Tutto questo, e infinitamente di più, si trova in Come perle di una collana (Città del Sole, 12 euro) la lunga intervista di ida Nucera a Bregantini.

Ogni anno arrivano in Italia centinaia di bambini aggrappati alle braccia dei genitori sui barconi della speranza che approdano sulle nostre coste. In sfregio a ogni norma del diritto internazionale e ogni decenza civile finiscono nei centri di accoglienza, invisibili ai più e irrilevanti per le statistiche. E’ il rapporto che Amnesty International ha stilato raccogliendo testimonianze di clandestini e avvocati e si può trovare, oltre che in Rete, nello stand delle Edizioni Gruppo Abele insieme a decine di altri libri di denuncia.

Ancora bambini, ancora perduti. Ci vuole immensa fiducia nel genere umano per non mandare tutto al diavolo dopo aver letto I signori delle mosche di Peter Warren Singer (tr. it. M. Nadotti, Feltrinelli, 24). Un’inchiesta sull’uso sempre più massiccio di bambini soldato non soltanto da parte di piccoli signori della guerra in qualche angolo dello Sri Lanka, ma anche da eserciti regolari. Un reportage che racconta come un bambino impari in fretta a usare le armi e quanto sia difficile, quasi impossibile farlo tornare indietro. L’autore è impegnato affinché l’arruolamento di bambini abbia lo status di crimine contro l’umanità e che gli adulti responsabili siano perseguiti. Perché anche questo è un genocidio.

Horacio Verbitsky è sempre stato un giornalista oltre la prima linea nell’Argentina degli anni più bui. Non solo li ha raccontati e vissuti in prima persona, ma non ha mai smesso di chiedere giustizia. Perché per ogni uomo torturato, sparito o ucciso, c’è almeno un altro uomo che si è reso complice. Con L’isola del silenzio (tr. it. A. Grechi, Fandango, 15) ha alzato il tiro cercando complicità dove non dovevano esserci, nella Chiesa. La sua inchiesta riguarda un programma di “rieducazione” portato a termine su un’isola che fu per lungo tempo il buen retiro del cardinale di Buenos Aires. Verbitsky ricostruisce tutto e arriva molto lontano.

Finalmente qualcuno lo ha tradotto in italiano il Manuale del Gulag di Jacques Rossi, nato in Francia nel 1909, finito nel Pc clandestino polacco a 16 anni, poliglotta, membro del Komintern, soldato nella guerra civile spagnola e poi richiamato a Mosca e purgato da Stalin con vent’anni di gulag per spionaggio. In quei due decenni Rossi ha stilato un manuale di 2000 schede con migliaia di voci. Lo ha tradotto L’ancora del Mediterraneo.

Chi era Lea Schiavi? Che cosa ci faceva laggiù nell’Azerbaigian iraniano dove è stata trovata morta ammazzata da un gruppo di curdi? Chi era quella ragazza italiana di 35 anni che nel 1942 era così poco italiana da girare sugli scenari del grande gioco insieme al marito, reporter della Cbs che passerà poi grane infinite il maccartismo? Che cosa aveva scoperto nel reportage per i Balcani che aveva intrapreso? E chi impartì l’ordine di ucciderla? I fascisti? I nazisti? I russi? Massimo Novelli ha rimesso insieme i pochi brandelli di questa storia sconosciuta restituendoci un gioiello che non sapevamo di avere. Si intitola Lea Schiavi, la donna che sapeva troppo (Graphot, 13).

E a proposito di italiani straordinari ecco la biografia di Alessandro Galante Garrone scritta da Paolo Borgna. Si intitola Un paese migliore (Laterza, 26). E’ una cavalcata lungo un secolo di storia italiana vista con i nostri occhi migliori, quelli di un figlio del Risorgimento, della Resistenza e del Partito d’azione. Quelli di chi ha vissuto la lacerazione del fascismo sulla propria pelle e ha preso decisioni non facili da prendere nei giorni difficili del ’45 quando ordinò l’esecuzione capitale del questore di Torino che non rinnegò pur portandone il peso. Non smise mai di combattere per le libertà civili e la giustizia sociale. Ebbe molti nemici, ma anche molti amici.
Riferimenti: da repubblica

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