Archive for Aprile 2006

29 Apr 2006

Gioventù che scompare? Per deficit d’amore

Filed under Senza categoria


«Ogni volta che nasce un bambino vuol dire che Dio non si è ancora stancato degli uomini», ha scritto il poeta Tagore. Negli occhi dei bambini si specchia il futuro del mondo, oltre il varco del tempo, oltre la morte che accomuna il destino dei vivi. Il vecchio albero della vita riprende freschezza dai suoi germogli, si rigenera nella novità del suo continuo rinascere. Nella psicologia dell?adulto, e più ancora nel vecchio provato da mille delusioni, l?immagine del bambino risveglia l?antico incantesimo, l?emozione di stupore ontologico di fronte alla bellezza della vita e del mondo.
Alla condizione dell?infanzia e dell?adolescenza la sociologia dedica i suoi studi con una attenta trepidazione; e non senza ragione, se la storia che attraversiamo, orizzonte del loro prossimo approdo, è piena di turbolenze. Hanno bisogno di aiuto; e noi abbiamo desiderio di aiutarli. Ma il mondo della giovinezza va mutando fisionomia. Oggi la medicina e la scienza hanno aggiunto molti anni alla vita media degli uomini, nei Paesi sviluppati; diventiamo più vecchi. Allo stesso tempo però nascono sempre meno bambini, e vecchio diventa il mondo. In Italia tocchiamo un punto fra i più bassi in assoluto di tutto il pianeta (1,3 figli, cioè sotto la soglia della crescita zero situata a 2,1): due anni fa un messaggio del presidente Ciampi ci ha ricordato che «le culle vuote sono il primo e vero problema della società italiana».
Sulle cause della denatalità ci sembra di sapere quasi tutto, perché gli studiosi ci hanno detto di tutto e di più: mutamenti del costume sociale, dell?economia, della famiglia, del lavoro, e poi anche della psicologia individuale e collettiva, della strutturazione del tempo, dell?investimento della vita. Vero tutto, eppure ancora insufficiente a capire nel profondo il “perché” di questo isterilimento, di questa specie di sahel della vita, che pur influenzato dai fenomeni descritti è pur sempre il frutto di decisioni umane. La sessione plenaria della pontificia Acca demia delle Scienze sociali, in corso in questi giorni a Roma, si interroga sulla “gioventù che scompare” e sulle istanze di solidarietà verso i bambini e i giovani. Il Papa ha mandato un messaggio di saluto che contiene una parola che nessuno avrebbe immaginato, e a suo modo folgorante, quando dice che la vecchiezza del mondo e il vuoto delle culle derivano da “un deficit di amore”. È come se un lampo ci aprisse un diverso orizzonte, che va oltre il meccanicismo causale dei fattori socioeconomici, e attinge alle dinamiche dello spirito. Sappiamo bene cosa intende il Papa Benedetto quando parla di amore; sono quelle pagine incandescenti sulla bellezza dell?eros-agape della sua recente enciclica. Mettere al mondo un figlio è così; è l?eros che si espande nella totalità dell?agape, che dal suo stadio egocentrico è chiamato alla pienezza del dono, e diviene creativo, generoso, segnato dalla speranza e dalla fede nel futuro.
L?epoca nostra è dunque tempo d?eclisse? Ci viene da pensare all?impatto che il disamore produce sulla fragilità della famiglia, sull?esperienza dei figli, sul vuoto di speranza che dissecca la vita, sulla povertà di relazione. Tutto torna a quel nodo, a quel sole. L?ombra della culla vuota è forse l?ultimo emblema di un fiore divenuto spina. Invecchia e non profuma.

Commenti disabilitati

28 Apr 2006

COLPITI DAGLI SLOGAN NON DALLE ARMI

Filed under Senza categoria


Oggi, doverosamente, tutta l’Italia li piange come valorosi caduti per la pace. Il capitano Nicola Ciardelli, i marescialli capi dei carabinieri Franco Lattanzio e Carlo De Trizio riceveranno il giusto tributo delle istituzioni e dei loro connazionali, come avvenne nel novembre del 2003 per la prima strage di Nasiriyah. Ma è difficile dimenticare, pur nel dolore del momento che induce all’unanimità della condanna per il vile attentato e del cordoglio per le vite spezzate, la “rimozione” cui era stata ormai consegnata la nostra missione in Iraq.
Nel crescente disinteresse per i 2.600 militari impegnati nella ricostruzione e dato per scontato il favore che avrebbe accolto la decisione del ritiro in clima elettorale, sia il governo uscente sia l’Unione avevano deciso da tempo che il disimpegno italiano fosse da accelerare, comunque entro l’anno in corso. Poca riflessione strategica su uno scenario chiave per la democrazia nel mondo arabo-islamico e per la lotta al terrorismo ha accompagnato la decisione, sebbene vi sia il generico impegno a proseguire un’opera umanitaria “civile” con la scorta di un ridotto contingente armato.
Certo, ben diversi sono stati motivazioni e toni con cui è stata spiegata la fretta di girare una pagina divenuta “imbarazzante”. Il risultato è che gli esecrabili slogan «10, 100, 1000 Nasiriyah», fatti risuonare da un gruppo di anarchici nel corteo romano per il 25 aprile, hanno avuto tiepida condanna rispetto ad altre forme di dissenso e di protesta, per le quali si è giustamente avuta ampia mobilitazione di sdegno. Ancora ieri, numerosi esponenti della sinistra radicale non hanno esitato a sfruttare l’attentato per ribadire la necessità di lasciare subito al suo destino, con il primo atto del nuovo governo, il Paese mediorientale.
Vengono alla mente, benché sappiamo che l’accostamento è azzardato e maga ri fuorviante, certi veleni e certi silenzi che isolarono, in anni passati, alcuni coraggiosi protagonisti della lotta alla mafia, tardivamente pianti quando i killer di Cosa Nostra avevano già compiuto la loro devastante opera. I fanatici miliziani di al-Zarqawi, primo indiziato per l’attacco al convoglio, non hanno bisogno di osservare gli orientamenti dell’opinione pubblica per entrare in azione: colpiscono vigliaccamente chiunque a tiro, il loro obiettivo è quello di allontanare gli stranieri per incendiare l’Iraq e farne la nuova base del terrorismo fondamentalista.
Se anche la guerra voluta dagli Stati Uniti non ha avuto (ancora) l’esito sperato e verrà forse giudicata dalla storia un vero errore, il momento suggerisce di tenere come valide le parole autorevolmente pronunziate ai funerali di Stato tre anni orsono: non fuggire davanti agli assassini, anzi fronteggiarli con coraggio, energia e determinazione. Soldati e carabinieri in armi non sono boy-scout che fanno attraversare la strada alle signore anziane, ma la loro presenza è necessaria a evitare il caos che minaccia un Paese cui serve tempo per la transizione verso un’ordinata vita civile.
Non sembra esservi spazio per un mutamento di rotta sulle determinazioni assunte (lo ha ribadito anche Romano Prodi), tuttavia il miglior modo di onorare la memoria delle tre vittime (che portano il bilancio a 36 morti complessivi) può essere quello di pensare a quali scelte di politica estera, realistiche e non velleitarie, magari anche bipartisan, siamo disposti ad assumere. Perché l’Iraq e gli iracheni non spariranno d’incanto, le bombe di chi vuole solo odio continueranno a seminare lutti.

?Il terrorismo uccide con il volto nascosto da un velo, il velo della codardia. Il terrorismo uccide tenendo alto lo stendardo della viltà, utilizzando parole sacre come movente di morte, quando di sacro al mondo c?è prima di tutto la vita?

Commenti disabilitati

28 Apr 2006

‘Abbiamo ucciso con l’aiuto di Allah’

Filed under Senza categoria


Sul web il testo degli agghiaccianti messaggi firmati dalle neonate Brigate Imam Hussein e dall’Esercito islamico in Iraq

«Con l’aiuto di Allah oggi, giovedì 27 aprile 2006, abbiamo fatto saltare in aria una bomba al passaggio di un convoglio italiano. È stato distrutto il veicolo e si è saputo che trasportava tre soldati italiani e un rumeno nella regione di Dhi Qar».

1 commento

27 Apr 2006

Dalle tenebre alla luce. La parabola del terrorismo

Filed under Senza categoria


L’ennesima strage. E ancora una volta la necessità di elaborare una strategia adeguata si fa sempre più pressante. Possiamo partire da tre considerazioni. Innanzitutto appare chiara la volontà di destabilizzare il regime di Mubarak, facendo così cadere la “tessera” egiziana nel tremendo domino che si sta giocando in Medio Oriente. Da sempre l’Egitto è la principale entità statuale di quella tormentata regione, e – insieme – è uno dei paesi più popolosi e un rilevante centro di ispirazione culturale e di irradiazione politica. Nessun ordine, nessuna prospettiva di liberalizzazione è ipotizzabile per il Medio Oriente se “si perde” l’Egitto. In secondo luogo i terroristi vogliono costruire a suon di bombe un vallo di sangue tra un “Occidente” e un “Oriente” che esistono, come monadi contrapposte, solo nelle loro fantasie di morte e in quelle di chi si illude sia possibile una sorta di apartheid planetario: le “nostre” democrazie di qua e le “loro” tirannie di là. In quest’ottica, tanto lucida quanto aberrante, ogni forma di commistione deve essere colpita. In particolare quelle più “banali”, rappresentate dal turismo di massa, meritano la massima attenzione nel disegno stragista: perché sono persino più pericolose delle forme più intellettualizzanti di dialogo interculturale. Infine c’è la caratteristica che rende tanto difficile sconfiggere questo terrorismo: e cioè che i singoli atomi della galassia terrorista non necessitano di alcun collegamento, né in termini operativi né in termini strategici. Ogni “microimprenditore” del terrore sa che la sua responsabilità si esaurisce nell’ideazione e nella realizzazione del crimine, giacché l’aberrante interpretazione “teologica”, del suo significato, sarà compito di altri: di quegli stessi che fanno partire proclami omicidi, nella consapevolezza che qualcuno li invererà. Il fattore strategico del successo di un così temibile nemico è agire nella profondità delle tenebre, che rendono i propositi di un Benladen “compatibili” con quelli di chi ha scopi differenti. Sospingere verso la superficie e la luce il composito organismo che chiamiamo “terrorismo fondamentalista” significa farne emergere le diverse anime e la loro possibile dialettica. In tal senso è però necessaria la massima chiarezza, facendo tesoro della lezione della storia. L’Algeria è stato l’esempio di un’esperienza disastrosa. Quel che avviene oggi in Palestina potrebbe invece aprire una prospettiva opposta. In Algeria, la paura del successo politico del fondamentalismo portò alla sospensione delle procedure elettorali tra primo e secondo turno, e sancì la deriva terrorista di un fronte di sicuro illiberale, ma non ancora criminale. In Palestina, il rispetto della democrazia procedurale ha portato al successo di un movimento anche terroristico, che però ora è chiamato a scegliere quale strada intenda perseguire: quella che confina la lotta politica alla sola violenza organizzata o quella che si apre a una “deriva” in cui la violenza possa farsi marginale. È più che legittima la fermezza nello scovare e distruggere i nuclei criminali che hanno massacrato tanti innocenti nel Sinai. Sarebbe autolesionista fare di ciò il pretesto per una repressione indiscriminata. Né in Palestina né in Egitto si tratta di firmare cambiali in bianco e men che meno di essere indulgenti sui passi, anche formali, che devono essere compiuti da chi vuole presentarsi come nostro interlocutore. Proprio qui sta il punto. Tutti coloro che credono nell’universalità della libertà, a prescindere dal loro eventuale credo religioso, hanno un bisogno disperato di interlocutori. Ma nessuno è disponibile a inventarseli, o a dialogare con chi faccia della violenza la sua sola politica.

1 commento

15 Apr 2006

«Non hai l’etichetta giusta» E giù botte col righello

Filed under Senza categoria


Branco di tredicenni picchia il compagno demodé.
In una scuola media di Vicenza un ragazzo di 13 anni è stato picchiato a colpi di righello da un gruppo di compagni perché non aveva la maglietta con il marchio di moda e “obbligatorio”. Da tempo, ha dichiarato sua madre in questura, veniva maltrattato perché non si vestiva come gli altri, ma l’altro giorno i compagni sono arrivati a fargli togliere la maglia, e, verificato che l’etichetta non era quella “giusta”, hanno dato una lezione all’unico che non voleva, o magari non poteva, conformarsi all’imperativo della griffe.
Piccola storia drammatica in una quieta e benestante provincia del Nord Est. Un branco, e senza virgolette, tale è stato quel gruppo di ragazzini in un’aula, addosso a un unico compagno; un branco, perché è fra gli animali che accade che l’esemplare diverso d’aspetto venga emarginato o attaccato. Come se, al termine della parabola della civiltà più ricca e tecnologizzata, si potesse trovare l’aggressività più primitiva, nell’inconsapevolezza ignorante e del tutto sprezzante, di sette ragazzini firmati dalla testa ai piedi.
Ma, quel marchio. Quelle piccole icone a cui i ragazzi – e non solo loro – sono così maledettamente attaccati da disegnare fra di sé gerarchie di valore a seconda di quali e quante se ne indossino, quasi fossero stellette di ufficiali; quei “gradi” tacitamente e collettivamente decisi, senza i quali si rischia d’essere un paria, cosa sono?
A guardarli, sulle giacche degli studenti nel metrò, uguali a decine, paiono simboli, codici di riconoscimento di tribù costrette a incrociarsi nella metropoli. Molte aree sociali hanno i loro, a identificarsi. Ma quelli dei tredicenni, di solito, sono i consueti marchi dell’abbigliamento casual costoso, le scarpe da ginnastica a centoventi euro, le tee shirt a ottanta. Il modo per declinare l’unica appartenenza imparata in tante province italiane più floride di quanto non si ammetta: io ho i soldi, guarda cosa mi metto addosso. E il disubbidire, per scelta di educazione, o per una pove rtà di mezzi magari consapevolmente accettata, da parte di un compagno, può venir guardata con disprezzo, se quello abbozza. Ma se, magari, lascia capire che di quei “gradi”, di quelle stellette non gli importa, che di quella gerarchia se ne infischia, diventa un nemico.
Cosa difendono, aggredendo, i ragazzini del povero branco di Vicenza? Se stessi, e in quei marchi sui vestiti l’unica cosa che pare ancora tenerli assieme, oltre forse al tifo in una curva allo stadio. Ora un assessore della città parla di rimediare dotando tutti di una bella divisa scolastica, per creare “appartenenza a valori condivisi”. L’appartenenza, temiamo, non ce la si infila come una giacca. L’appartenenza era quella dei figli degli operai, che studiavano per dimostrare che i figli della loro classe valevano quanto i borghesi. O quella dei cattolici, certi di continuare una storia.
Con la divisa bella come nei migliori collegi inglesi – dove peraltro il bullismo è molto diffuso – si continueranno a vedere gli orologi e gli zaini e i motorini, “giusti” e “sbagliati”. Poveri segni di branchi smarriti, che pure nel vuoto in cui sono lasciati intuiscono il desiderio di un’appartenenza, ma vera. Qualcosa in cui giocarsi sul serio – qualcosa in cui essere insieme davvero.

Commenti disabilitati

15 Apr 2006

TEHERAN soffiano forti i venti di guerra

Filed under Senza categoria


L’Iran di Mahmoud Ahmadinejad tira dritto. E malgrado le crescenti preoccupazioni internazionali, e i ripetuti moniti, insiste nel buttare benzina sul fuoco dell’incendio mediorentale. Il presidente iraniano torna ad attaccare duramente Israele, minacciandola implicitamente di “eliminazione”. E ripete le sue offese alla memoria ebraica insistendo nel negare l’Olocausto.

Già in passato il leader di Teheran aveva minacciato Israele di “scomparsa dalle mappe geografiche”. E oggi ribadisce: “La sua esistenza è un’ingiustizia e per sua stessa natura una minaccia permanente. E’ stato creato per minacciare la regione. La sua esistenza ininterrotta e’ la continuazione di questa minaccia. ‘Che vi piaccia o no, il regime sionista e’ sulla via dell’eliminazione”.

Quindi, le nuove provocatorie frasi sulla Shoah: ”Se c’e’ un serio dubbio sull’Olocausto, non c’e’ nessun dubbio sulla catastrofe e l’olocausto che vivono i palestinesi. Se la catastrofe di cui parano le potenze occidentali fosse reale, perché dovrebbero pagarne il prezzo gli abitanti della regione?”

1 commento

13 Apr 2006

DIALOGO NEL BUIO

Filed under Senza categoria


Non occorre guardare per vedere lontano.Non è una simulazione della cecità: è piuttosto un invito a scoprire una realtà multisensoriale e sorprendente, costruita da elementi non visivi, che favorisce il dialogo tra due realtà umane, quali quelle dei vedenti e dei non vedenti, rafforzando rispetto e tolleranza.
L?occhio svanisce, tutto il corpo inizia a vedere, e la percezione cambia.
L?idea si deve ad Andreas Heinecke, impegnato da anni nello sviluppo di progetti che hanno come obiettivo il dialogo tra realtà sociali abitualmente distanti tra loro. In Dialogo nel Buio il pubblico è invitato, in piccoli gruppi di 8 persone, a compiere un percorso nel buio. Il viaggio, della durata di un?ora e 15 minuti, passa per alcune stanze che riproducono ambienti diversi tutti da scoprire attraverso i sensi e il dialogo con la guida non vedente, svelando ?un altro vedere?.
Dopo aver attraversato natura e città, l?ultima tappa è un bar dove, sempre nell?oscurità più totale, si commenta l?esperienza vissuta.
Le guide e i visitatori si incontrano al buio, senza nessun pregiudizio basato sull?immagine.
I ruoli s?invertono e le barriere si abbattono.
Chiave di volta di questa esperienza profondamente umana e coinvolgente, sono le guide non vedenti, che accompagnano i visitatori in uno straordinario viaggio alla scoperta dell’invisibile, in una realtà da riconoscere attraverso elementi non visivi, stimolando l’uso degli altri sensi di cui disponiamo.
Per la nuova edizione, il pubblico cui l’Istituto dei Ciechi di Milano si rivolge è estremamente diversificato: scuole, università, aziende, famiglie, operatori sociali e culturali, artisti e chiunque sia interessato ad esplorare nuove modalità nell’uso dei sensi.
È prevista la realizzazione di laboratori didattici per approfondire temi collegati ai mondi della percezione non visiva.
Sono in programma serate nel buio, dedicate alla musica, all’arte, alla poesia e alla vita.
Se la luce illumina il percorso, è nel buio che si può vedere la realtà.
Un modo nuovo di vedere e di percepire.
Emozioni da non disperdere.

Informazioni e Prenotazioni:Telefono +39 02 76 39 44 78 – +39 02 77 22 62 15 (per le scuole)
prenotazione obbligatoria
per contattare la segreteria organizzativa: segreteria.dialogonelbuio@istciechimilano.it

Orario:martedì, mercoledì e giovedì dalle 9.00 alle 18.30
venerdì dalle 9.00 alle 23.30
sabato dalle 9.30 alle 23.30
domenica dalle 11.30 alle 20.00

Biglietto d’ingressointero euro 10,00
ridotto euro 8,00 (fino a 18 anni, più di 60 anni – carta sessanta, universitari, accademia, studenti fino a 26 anni, gruppi con più di 25 persone).
scuole euro 5,00 (accompagnatori e insegnanti gratuito – uno max per gruppo di visita)
bambini fino a 6 anni, ingresso gratuito

Commenti disabilitati

13 Apr 2006

Fuori dal seggio con l’ansia di mimetizzarsi

Filed under Senza categoria


Il flop dei sondaggi e il «pudore» degli elettori,e l’ipocrisia trabocca
Venticinque-mila 244 voti di differenza hanno consegnato la Camera all’Unione. Nel contemplare la leggerezza di questo margine – come se gli abitanti di quattro paesi dell’Appennino avessero deciso le sorti del Paese – non si può non dirsi che, rispetto a quanto ci si aspettava, e alle previsioni e ai sondaggi, c’è qualcosa che non torna. Mesi fa la Casa delle Libertà era data 13 punti “sotto” l’Unione, poi era andata recuperando, comunque tutti gli istituti di ricerca – che in queste ore non vivono un momento felice – assicuravano alla coalizione di Prodi un ampio margine di vantaggio, almeno di 5 punti percentuali. Per non parlare della “forchetta” amplissima degli exit poll di lunedì pomeriggio, poi oggetto dell’ira di vincitori e vinti per le ore d’ansia, e le speranze tradite.
Ma – fermo restando che in molti cominciamo a dubitare che la statistica sia davvero una scienza esatta – forse la colpa non è tutta di Nexus e colleghi. Viene il sospetto, nel tornare a considerare quei sondaggi così pacificamente certi dell’ampia supremazia del centrosinistra, che gli elettori italiani, a domanda, mentano. Prodi, Prodi, rispondono agli intervistatori, e poi, nel segreto della cabina: Berlusconi. (Forza Italia è cresciuta di 3,7 punti rispetto alle ultime europee). Ripiegano la scheda, la infilano nell’urna, e in ufficio il giorno dopo dicono d’avere votato Ulivo. Pare questa una spiegazione possibile del pauroso svarione dei sondaggi: non pochi italiani hanno votato il Cavaliere, ma non intendono raccontarlo troppo in giro.
E qui è il caso di domandarsi la ragione di questa sorta di istintiva reticenza (inferiorità?), quasi quel voto fosse poco presentabile; quasi fosse una scelta solo nascostamente obbligata per una borghesia preoccupata magari da un centrosinistra che ha in seno Rifondazione comunista, o per risparmiatori inquieti. Quasi quel voto fosse l’unica strada possibile per tanti cattolici che al primo posto ritengono di dover mettere la vita e la bioetic a, ma non tollerano alleanze con avversari come i radicali.
Scelta obbligata, magari a denti stretti, ma non solo. Ancora questo non spiegherebbe quella reticenza nell’ammettere la propria appartenenza. Che si capisce invece rileggendo i giornali di questi anni e ultimi mesi: Silvio Berlusconi s’è trovato ad essere l’obbiettivo sistematico di un giudizio etico alimentato dalle iniziative continue della magistratura prima di tutto, e poi della satira, dei registi, degli intellettuali e dei grandi quotidiani. Un attacco senza tregua che evidentemente non deve aver convinto intimamente quegli elettori che, alla fine, hanno scelto la Cdl e quindi il suo leader. Ma li ha persuasi che stare da “quella parte” era cosa imbarazzante, poco “trendy”, forse perfino moralmente commendevole. Qualcosa di simile – ci raccontano – avveniva ai tempi della Dc: nessuno ammetteva di votarla, poi però era sistematicamente il primo partito. E qualcosa di analogo è accaduto anche al referendum del giugno scorso: tutti i vip stavano schierati sui muri e le tv d’Italia, a dire “votate sì”, mentre i soliti sondaggi davano gli italiani ben intenzionati in tal senso. Poi, alle urne, non s’era visto quasi nessuno.
L’Unione ha vinto, auguri di buon governo. Ma forse c’è da pensare su questa Italia che, interrogata su come vota, conta storie, e su perchè le conta, e su come mai ci si accorge sempre il giorno dopo, con stupore, che la realtà non stava esattamente come pareva a leggere i giornali. Su quei 18 milioni 976.460 che sembravano molti di meno e dicevano bugie nelle interviste, come convinti da un imperativo mediatico di doversi vergognare di qualcosa.

Commenti disabilitati

10 Apr 2006

Diavolo d’un Cav tutto Casa e tv

Filed under Senza categoria


Uuh, non se ne poteva più. È finita. Il primo segnale di fiducia e buonumore nel Paese, dopo mesi di incubo, nasce dalla fine della bestiale campagna elettorale. Un sorriso pasquale di liberazione si affaccia nella gente. La politica ci ha finalmente liberati; da se stessa. La gente va a votare con lo stesso spirito con cui dà la mancia a chi molesta al ristorante con la sua musica stonata, o a chi minaccia di pulire i vetri ai semafori. Li paghi per farli smettere e toglierteli di torno. Va bene voto, purché la finiate… Per il centrodestra riassumo in due battute. Comunque lo si valuti, Berlusconi si è battuto come un leone, a differenza dei suoi alleati. La seconda: la gente si vergogna a confessare che vota Berlusconi, ha paura, e quindi i sondaggi sottostimano il voto a lui, come già accadeva con la Dc. Ora, cosa resterà di questa lotta all’ultimo sangue tra il Bene e il Male? Facciamo la tara, buttiamo a mare promesse e proclami, tutto il becerume che l’ha accompagnata, la marea di insulti e bugie. Una cosa resta dopo l’uragano: la casa. È l’unico tetto sotto cui ripararsi, l’unico bene che ti spinge a una difesa. Dove stiamo andando? Sempre verso casa, scriveva Novalis. In fondo, dopo tanta fuffa e tante parole versate nel nulla, una cosa vera resta agli italiani: la casa. L’Italia è il Paese che ha la più alta percentuale al mondo di proprietari di case, attorno all’86 per cento. Gli altri popoli non se lo possono permettere o non vogliono immobilizzare i loro capitali e la loro vita in quella Grande Cuccia.

Commenti disabilitati

10 Apr 2006

Si salvi chi può: arriva L’era glaciale 2

Filed under Senza categoria


Il disgelo e gli animali protagonisti del primo fortunatissimo cartoon si ritrovano alle prese con ancestrali catastrofi che in realtà fanno molto pensare (non solo i bambini) alle sciagure ambientali dell’epoca in cui viviamo. Quattro anni dopo il successo del primo round, anche questo sequel ? sempre girato interamente in digitale ? ha conquistato il botteghino Usa con oltre 70 milioni di dollari nel primo weekend di programmazione e si è confermato anche ieri al primo posto (34,5 milioni di dollari). Ieri se ne è avuto un assaggio anche in Italia, con la proiezione in anteprima di 20 minuti alla rassegna «Cartoons on the Bay» di Positano. Il debutto ufficiale venerdì 21 aprile e sarà sicuramente un trionfo nel ponte del 25 aprile. Ritroviamo i protagonisti là dove li avevamo lasciati l’altra volta, ma ora sta arrivando la fine dell’era glaciale e i nostri eroi ? il mammuth scorbutico dal cuore d’oro (Manny), la coraggiosa tigre dai denti a sciabola (Diego), il bradipo goloso e insolente (Sid), lo scoiattolo causa-guai (Scrat) e gli opossum attaccabrighe (Crash ed Eddie) ? si rendono conto che lo scioglimento di una diga di ghiaccio sta per travolgere la vallata dove gli animali vivono finalmente felici. Bisogna sopravvivere e sono tanti i riferimenti al surriscaldamento del pianeta.

Riferimenti: il sito

1 commento

Articoli precedenti »